L’omicidio del capo militare della Jihad islamica infiamma Gaza

Ucciso nella notte dalle forze israeliane Bahaa Abu al-Ata. Tel Aviv: «Era pronto a compiere attentati». Immediata la risposta: «Avete oltrepassato ogni linea rossa». Decine di razzi dalla Striscia.
La Striscia di Gaza torna ad infiammarsi. Nella notte del 12 novembre è stato ucciso Bahaa Abu al-Ata, capo militare della Jihad islamica palestinese. «La sua abitazione è stata attaccata in una operazione congiunta delle nostre forze armate e dei servizi segreti», ha annunciato un comunicato militare di Israele. L’emittente ha aggiunto che la stessa Jihad islamica ha confermato la sua morte. Nella zona è stato subito elevato lo stato di allerta, mentre le sirene di allarme hanno iniziato a suonare in una vasta aerea del Sud di Israele, ad Ashdod e Ghedera fino a Tel Aviv.

Israele ha oltrepassato tutte le linee rosse. Reagiremo con forza Ziad Nahale, leader politico della Jihad islamica

Centinaia di migliaia di persone hanno avuto ordine di restare nelle immediate vicinanze di rifugi e di stanze protette nei loro appartamenti. Nella prima mattina, decine di razzi sono stati sparati da Gaza verso Israele, secondo prime stime ufficiose. «Stiamo ancora contando il loro numero preciso», ha detto una fonte militare in risposta alla domanda di un giornalista. «La nostra reazione farà tremare l’entità sionista», ha detto il leader politico della Jihad islamica, Ziad Nahale. «Israele ha oltrepassato tutte le linee rosse. Reagiremo con forza».

ISRAELE: ABU AL-ATA ERA PRONTO A COMPIERE ATTENTATI

Abu al-Ata era responsabile della maggior parte delle attività militari della Jihad islamica a Gaza, ha affermato il portavoce israeliano, ed era «come una bomba ad orologeria», perché si accingeva a compiere attentati terroristici. «Aveva addestrato commando che dovevano infiltrarsi in Israele ed attacchi di tiratori scelti, nonché lanci di droni e lanci di razzi in profondità». Nell’anno passato, secondo il portavoce militare, è stato responsabile della maggior parte degli attacchi giunti dalla striscia di Gaza e di ripetuti lanci di razzi. La sua uccisione, ha precisato il portavoce, «è stata decisa per sventare una minaccia immediata» ed è stata ordinata da Benjamin Netanyahu nella sua qualità di premier e ministro della Difesa, un incarico – quest’ultimo – che proprio il 12 novembre si accinge a passare a Naftali Bennett, leader del partito nazionalista ‘Nuova destra’.

RIUNITI I COMANDANTI DELLE FAZIONI ARMATE DI GAZA

A Gaza, dai minareti delle moschee sono rilanciate invocazioni alla vendetta. Hamas ha pubblicato un messaggio di cordoglio in cui rende onore alla figura del «combattente» Abu al-Ata. Su ordine delle autorità locali, tutti gli istituti scolastici nella striscia restano chiusi. In mattinata i comandanti delle varie fazioni armate di Gaza si riuniscono in una apposita sala di comando congiunta per stabilire la linea di condotta di fronte all’attacco israeliano.
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La mossa di Italia Viva per lo scudo ad ArcelorMittal, ma la maggioranza si divide 

La maggioranza resta divisa sul caso dell’ex Ilva. ‘Italia Viva’ di Matteo Renzi ha presentato due emendamenti al decreto fiscale. Si tratta di due ‘scudi penali’, uno generale che vale per tutte le aziende, e uno specifico per ArcelorMittal, che copre la società dal 3 novembre (data di decadenza del precedente scudo) fino alla fine del risanamento.
Mentre i 5 stelle sono contrari allo scudo – con qualche ‘distinguo’ – e sarebbero a favore di un intervento pubblico, sul tema è intervenuto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Il governo, ha chiarito il titolare del Tesoro, puo’ “concorrere ad una soluzione di rilancio”.
Un intervento della Cassa depositi e prestiti nella ex Ilva, ha spiegato Gualtieri, “è uno strumento che non va escluso dalla cassetta di cui disponiamo”. Ma “l’idea che con una crisi industriale lo Stato nazionalizza, compra e assorbe i costi è una pericolosa illusione – ha avvertito -. Non è di questo che si sta parlando. Abbiamo consapevolezza degli strumenti disponibili e in questo ambito li utilizzeremo”.  
Maggioranza divisa sullo scudo, che per Conte non è il problema
Sull’ipotesi di una reintroduzione dello scudo aveva fatto una timidissima apertura – solo a condizioni molto ristrette – il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “Per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gliel’ho offerto subito (lo scudo ndr.): mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario. Quindi chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi”, ha premesso il premier, in un’intervista al ‘Fatto quotidiano’. “Anche solo continuare a parlarne ci indebolisce nella battaglia legale, alimenta inutili polemiche e ributta la palla dal campo di Mittal a quella del governo. Soltanto se Mittal cambiasse idea e venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo”.
Nella maggioranza, contrario allo scudo è anche Liberi e uguali. “Come ha analiticamente dimostrato il ministro Stefano Patuanelli nelle sue comunicazioni al Parlamento, il riferimento di ArcelorMittal alla rimozione dello scudo penale per giustificare l’abbandono dell’Italia e’ strumentale”, ha sottolineato il deputato di leu, Stefano Fassina, a Radio Radicale. “Presentare emendamenti per reintrodurre lo scudo penale per ArcelorMittal vuol dire indebolire la posizione negoziale del governo. Vanno bocciati senza se e senza ma”. Mentre il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, in un’intervista a ‘Repubblica’, ha parlato del ‘cantiere Taranto’ che Conte presenterà nella prossima riunione del Consiglio dei ministri. “Siamo pronti a reinserire lo scudo, scrivendolo per bene. Ma devono rinunciare ai 5 mila esuberi. Ci può essere anche uno sconto sull’affitto, ma solo se Arcelor si impegna a nuovi investimenti. Solo così la partita si può riaprire”, ha garantito. 
L’opposizione è compatta: sì allo scudo
L’opposizione è compatta invece per il ripristino dello scuso. “Era negli accordi”, ha affermato l’ex vice premier Matteo Salvini. Al di la’ dell’ex Ilva “che è un caso drammatico, non è un bel segnale alle imprese di tutto il mondo, quello di un governo e di un Paese che cambia i contratti firmati perché così allontaniamo le imprese, non le avviciniamo”, ha detto Salvini, impegnato in campagna elettorale in Emilia-romagna. “Bisogna mettere al più presto fine al balletto sulla pelle dei lavoratori dell’ex Ilva e sul futuro industriale del Paese. Invece la maggioranza resta dilaniata, e mentre il premier annuncia la ‘battaglia legale del secolo’ contro ArcelorMittal, la ministra Bellanova avverte che questa vicenda non si risolve nelle aule giudiziarie”, ha sostenuto la capogruppo di Forza Italia al Senato, Annamaria Bernini. “Italia Viva, dopo aver votato contro lo scudo penale, presenta un emendamento fotocopia di quello di Forza Italia per ripristinarlo, ma i Cinque Stelle non ne vogliono sapere. Conte, in piena confusione, ora apre a uno scudo ‘soft’. Manca insomma una strategia credibile per riaprire la trattativa con la multinazionale indiana, e noi restiamo convinti che il primo passo, in ogni caso, sia tornare allo scudo. Chi parla di nazionalizzazione dimentica che i danni peggiori, anche dal punto di vista ambientale, li ha causati proprio la gestione statale. La schizofrenia di questa maggioranza allontana ogni soluzione e ha già dato un segnale devastante: vietato fare investimenti in Italia”.

Le posizioni di tutti i partiti sulla questione ArcelorMittal

È ancora stallo sull’ex Ilva. In attesa del possibile nuovo incontro tra i vertici di ArcelorMittal e il governo, le forze politiche muovono i primi passi concreti per tentare di sbloccare la situazione e salvare i posti di lavoro. L’occasione è il decreto fiscale collegato alla manovra, all’esame della Camera, sul quale lunedì sono stati presentati un migliaio di emendamenti.
Ed è su questo provvedimento che alcuni partiti, anche di maggioranza, mirano ad intervenire per mettere in campo misure urgenti a sostegno dell’occupazione e della produzione del sito tarantino.
Ma mentre nel centrodestra la linea appare unitaria, con Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia pronti a votare a favore del ripristino dello scudo penale, la maggioranza si presenta ancora divisa, con Italia viva che forza la mano e presenta due emendamenti a favore dell’immunità e il Movimento 5 Stelle ancora fermo sul ‘no’ allo scudo. Il Pd, per il momento, attende il nuovo incontro tra azienda e presidente del Consiglio e sceglie di non presentare alcun emendamento al decreto fiscale relativo all’ex Ilva.
Il presidente del Consiglio  
Giuseppe Conte non esclude il ripristino dell’immunità penale. Tuttavia, è dall’indomani del primo faccia a faccia con i vertici di ArcelorMittal che il premier spiega che il vero problema non è lo scudo penale. Ma l’intenzione dell’azienda di tirarsi indietro rispetto agli impegni assunti. E anche oggi, in un’intervista, Conte torna a ribadire: “Per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gli ho offerto subito di reintrodurre lo scudo: mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario”.
Pertanto, “chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi”. Quindi, a questo punto, anche solo continuare a parlarne, indebolisce l’esecutivo “nella battaglia legale, alimenta inutili polemiche e ributta la palla dal campo di Mittal a quella del governo”. In definitiva, “soltanto se Mittal cambiasse idea e venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto potremmo valutare una nuova forma di scudo”.
Il ministro Gualtieri
ArcelorMittal deve rispettare gli impegni presi, sia quelli industriali che ambientali. È la linea del titolare del Mef, secondo il quale allo stesso tempo lo Stato deve essere in grado di dare tutte le garanzie giuridiche amministrative e di politica industriale a sostegno di un momento congiunturale difficile senza mettere in discussione i patti.
Dunque, non vi è dubbio per il ministro che il governo debba “concorrere a una soluzione per il rilancio dell’Iva”, ma la strada non può essere la nazionalizzazione, “è una pericolosa illusione”. Mentre un intervento della Cassa depositi e prestiti “non va escluso dalla cassetta degli strumenti di cui disponiamo”.
Partito democratico 
Hanno presentato 140 emendamenti al decreto fiscale. Nessuna proposta di modifica, pero’, prevede la reintroduzione dello scudo penale per ArcelorMittal. Una scelta che va nella direzione di non gettare ulteriore benzina sul fuoco, e non spaccare il governo nella fase di trattativa con l’azienda. Il Pd, pero’, non ha mai nascosto la disponibilita’ a dare il via linea a una misura ad hoc per ripristinare lo scudo penale, meglio se si tratta di una norma erga omnes e non specifica per l’ex Ilva. –
Movimento 5 stelle
I 5 stelle sono contrari allo scudo penale. Anche se inizia a emergere qualche distinguo interno. Nessun emendamento pentastellato sullo scudo penale è stato presentato al decreto fiscale e, per il momento, la linea resta quella dettata da Luigi Di Maio: “L’Italia deve farsi rispettare” e deve riportare al tavolo ArcelorMittal “non con il tema dello scudo penale, ma con il tema che hanno firmato un contratto e questo contratto va rispettato”.
Posizione ribadita anche dal capogruppo vicario alla Camera, Francesco Silvestri: “Produrre fughe in avanti rischia di compromettere una soluzione positiva. Per questo motivo, le eventuali prese di posizione sullo scudo penale di esponenti pentastellati vanno considerate come personali e non impegnano in alcun modo il gruppo del Movimento”.
Italia viva
Ripristinare, a partire dal 3 novembre 2019 e fino al termine dell’attuazione del piano ambientale, lo scudo penale per l’ex Ilva di Taranto. È quanto prevede l’emendamento al decreto fiscale depositato in commissione Finanze della Camera da Italia viva, a prima firma della deputata Raffaella Paita. Come già  anticipato nei giorni scorsi, la proposta di modifica prevede che venga soppressa dal decreto riguardante le disposizioni urgenti per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale in crisi e per lo sviluppo della città e dell’area di Taranto la parte che si riferisce alla “responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario e dei soggetti da questo funzionalmente delegati” in materia ambientale e di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro.
La norma si applica anche alle “condotte poste in essere dal 3 novembre 2019 alla data di scadenza del termine di attuazione del Piano ambientale” fatti salvi “i principi stabiliti dalla giurisprudenza costituzionale in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori”. Inoltre, in un secondo emendamento, si chiede l’estensione dello stesso tipo di tutela alle tutte le imprese impegnate nelle procedure di risanamento Aia (Autorizzazioni integrate ambientali).
Leu
“Presentare emendamenti per reintrodurre lo scudo penale per ArcelorMittal vuol dire indebolire la posizione negoziale del Governo. Vanno bocciati senza se e senza ma”, afferma Stefano Fassina di Leu –
Lega
Il partito di Matteo Salvini non ha dubbi: lo scudo penale va ripristinato. E la Lega è pronta a dare il suo contributo in tal senso. Per l’ex ministro dell’Interno, quindi, l’immunità penale va ripristinata.
Forza Italia
Il partito di Silvio Berlusconi ha già presentato al decreto fiscale un proprio emendamento per ripristinare lo scudo penale e togliere, così, “ogni possibile alibi alla multinazionale ArcelorMittal. Noi siamo pronti, vediamo cosa faranno i partiti che sostengono il governo”, dice la capogruppo Mariastella Gelmini.
Fratelli d’Italia
Anche FdI ha presentato al decreto fiscale un emendamento sull’ex Ilva per ripristinare lo scudo penale ad ArcelorMittal. “Può essere un segnale di come la politica può salvare il salvabile su una situazione che non è stata gestita nel migliore dei modi”, ha spiegato la leader Giorgia Meloni. 

Quanti sono e dove operano i militari italiani all’estero? 

Il ferimento di cinque soldati italiani in Iraq, nella regione di Kirkuk, ha riacceso i riflettori sulla presenza dei nostri militari in Paesi stranieri: quanti sono e dove operano?. Andiamo a vedere qual è la situazione nel 2019.
Le missioni autorizzate dal Parlamento
Il 23 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato la relazione sulle missioni svolte nell’ultimo trimestre del 2018, anche al fine della loro prosecuzione nel 2019. Nella relazione, trasmessa alle Camere l’8 maggio, il governo ha indicato per ciascuna missione, tra le altre cose, l’area geografica di intervento e il numero massimo delle unità di personale coinvolte. Durante l’estate, il Parlamento ha poi approvato (il Senato il 6 giugno e la Camera il 3 luglio) le relazioni relative alla delibera del governo.
Le missioni in corso, che tra poco andremo a vedere nel dettaglio, sono state prorogate e in aggiunta è stata approvata una nuova missione bilaterale di cooperazione in Tunisia. Questa missione bilaterale prevede l’impiego di massimo 15 uomini e va a sostituire il precedente impegno dell’Italia in Tunisia, nell’ambito di una missione Nato, che prevedeva l’impiego massimo di 60 uomini.
Il numero complessivo
Come riporta il dossier  della Camera sulla “Autorizzazione e proroga missioni internazionali nell’anno 2019”, «la consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità, con una riduzione rispetto al precedente periodo (7.967 unità) di 624 unità».
Ma la consistenza massima non è uguale a quella effettiva: per la maggior parte del tempo, nel corso di una missione, vengono infatti impiegati meno uomini del numero massimo possibile. La consistenza media è quindi pari a «6.290 unità, con una riduzione rispetto al precedente periodo (6.309 unità) di 19 unità».
Come si vede dai dati, guardando ai militari effettivamente impiegati la riduzione nel 2019 rispetto al 2018 è pressoché nulla (-0,3 per cento).
Vediamo ora dove operano i nostri militari, dividendo per aree geografiche.
Le missioni in Europa
Dei 7.343 militari (massimo) che l’Italia impiega in quarantacinque missioni internazionali, nel complesso, 2.526 operano in Europa (in 14 missioni). La maggior parte di questi sono coinvolti in missioni di pattugliamento marittimo. In particolare, il contingente più numeroso è quello coinvolto nell’operazione Mare Sicuro, che impegna fino a 754 soldati italiani nel Mar Mediterraneo centrale, in particolare al largo delle coste libiche.
Seguono, tra quelli impegnati in missioni navali, il contingente impegnato nell’operazione Eunavfor Sophia (520 militari) e nell’operazione Nato nel Mar Mediterraneo orientale e Mar Nero (259 militari).
Tra i contingenti terrestri, il più numeroso è quello dispiegato nei Balcani, nell’ambito della missione Nato Kfor, che consiste di massimo 538 soldati italiani. Segue a distanza il contingente di 166 uomini impiegato in Lettonia nell’ambito dell’operazione Baltic Guardian.
Sono poi impegnati 130 uomini nella missione Nato di sorveglianza dello spazio aereo europeo. I restanti uomini sono dispersi in contingenti ridotti in Albania, Bosnia, Kosovo, Cipro e altre operazioni navali.
Le missioni in Asia
In Asia nel 2019 è autorizzato l’impiego di massimo 3.438 militari italiani in 13 diverse missioni. Il contingente più numeroso è quello distaccato in Libano, nell’ambito di due distinte missioni: la missione Unifil, dell’Onu, che impegna fino a 1.076 soldati e una missione bilaterale Italia-Libano di addestramento delle forze di sicurezza libanesi che ne impegna altri 140.
Segue poi il contingente italiano in Iraq, quello coinvolto nel recente attentato a Kirkuk. Qui operano fino a 1.100 uomini nell’ambito della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica – rappresentata in particolar modo dallo Stato Islamico ma non solo – e fino a 12 uomini nell’ambito della missione Nato in Iraq.
I 1.100 soldati italiani della coalizione internazionale, tra cui anche membri delle forze speciali, si occupano prevalentemente di addestrare le truppe peshmerga (le forze curde locali) a Erbil, capitale della Regione curda irachena, e le truppe irachene – anche in ambito di antiterrorismo – a Baghdad.
Fino al primo marzo 2019 le truppe italiane erano anche incaricate di proteggere la diga di Mosul, il cui appalto di ristrutturazione era stato vinto da una ditta italiana, ma in quella data hanno passato le consegne all’esercito statunitense.
Il terzo contingente più numeroso è poi quello impiegato in Afghanistan, composto da massimo 800 uomini, nell’ambito della missione Nato Resolute support.
Sono poi presenti 130 soldati italiani in Turchia, nell’ambito della missione Nato Active Fence, che entro fine anno verranno smobilitati (come previsto, non in relazione dunque all’invasione turca di parte della Siria in funzione anti-curda).
I restanti militari sono impiegati in varie missioni tra Israele e Palestina – in particolare per l’addestramento delle forze di sicurezza palestinesi – e tra Emirati arabi uniti, Qatar e Bahrein, in funzione di supporto (il Qatar è oggi il primo acquirente di armamenti italiani).
Le missioni in Africa
In Africa nel 2019 l’Italia prevede di impiegare al massimo 1.517 soldati, in 18 diverse missioni. Il contingente più numeroso, composto da 533 uomini, si trova in Somalia. Il grosso delle forze (407 uomini) sono coinvolte nell’operazione navale Eunavfor Atalanta, l’operazione militare dell’Unione europea per il contrasto alla pirateria. Gli altri 126 uomini partecipano invece ai programmi europei di addestramento Eutm e Eucap.
Altri 429 militari italiani sono poi impegnati in Libia, di cui 400 nella missione bilaterale Italia-Libia di assistenza e supporto, 25 nell’addestramento della guardia costiera libica e i restanti quattro in missioni Onu e Ue nel Paese.
In Niger sono poi presenti 292 militari italiani, di cui 290 impegnati nella missione bilaterale di supporto al Paese africano, per contrastare i traffici illeciti e le minacce alla sicurezza.
I militari italiani sono poi impiegati anche in Gibuti, dove la Base militare italiana di supporto (Bmis) impiega 92 militari e «garantisce il supporto logistico agli assetti nazionali in transito sul territorio di Gibuti e a quelli impegnati nelle operazioni nella regione somala», e dove è in corso una missione bilaterale di supporto che ne impiega massimo altri 53.
Gli altri soldati italiani sono divisi tra Egitto – massimo 75 unità, impegnate nell’operazione Mfo che vigila sul mantenimento della pace tra il Cairo e Tel Aviv –, Mali, Repubblica Centrafricana, Marocco e, come già visto, Tunisia.
Conclusione
Nel 2019, l’Italia potrà impiegare fino a un massimo di 7.343 militari in quarantacinque missioni militari all’estero. Il continente dove vengono maggiormente impiegati (quasi 3.500 uomini) è l’Asia, in particolare nelle missioni in corso in Libano, Iraq e Afghanistan. Seguono l’Europa (2.500 uomini circa), dove i militari italiani sono impiegati soprattutto in missioni navali e nei Balcani, e infine l’Africa (1.500 uomini), specialmente in Somalia, Libia, Niger e Gibuti. Il continente africano è però quello dove sono attive più missioni italiane: 18, contro le 14 in Europa e le 13 in Asia.
Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking,
scrivete a dir@agi.it

Previsioni meteo oggi 12 novembre: temporali e forti venti in tutta Italia

Il maltempo continua ad essere protagonista sull’Italia: una nuova perturbazione atlantica investirà tutto il Paese tra oggi e domani, dando luogo ad un’altra fase piovosa e molto turbolenta. Massima attenzione alle precipitazioni e alla ventilazione, soprattutto in prossimità delle coste. Piogge intense e abbondanti su Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia.Ultima ora

Chi uccise Mirella Gregori? Dai depistaggi della Stasi a Emanuela Orlandi

Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi (Foto archivio ANSA)
ROMA – Dal mistero Orlandi ci si sposta un po’ al mistero Gregori, cioè alla scomparsa di Mirella Gregori coetanea di Emanuela Orlandi avvenuta alcune settimane prima della scomparsa di Emanuela.
Se ne occupa la prima puntata della terza stagione di “Scomparsi”, la serie in onda da martedì 12 novembre alle 22 su Crime Investigation (Sky, 119) e condotta da Pietro Orlandi, fratello Emanuela. 
A collegare la Gregori al mistero Orlandi è stata una serie di comunicati del fantomatico Fronte Turkesh, islamista, recapitati all’Ansa a partire dal 4 agosto ’83 e fabbricati in realtà a Berlino Est – la Germania era ancora divisa in due – dagli uomini del X Dipartimento della STASI, i servizi segreti dell’allora Germania Est, guidati dal colonnello Gunter Bohnsack. 
I falsi comunicati erano un’iniziativa per contrastare la convinzione che voleva Mosca, capitale dell’allora esistente Unione Sovietica,  come mandante del fallito attentato di quest’ultimo in piazza  S. Pietro nell’81 contro il Papa polacco Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla. 
A sparare contro il Papa era stato il fanatico turco Ali Agca, che all’epoca si voleva al soldo dei servizi segreti bulgari manovrati da quelli di Mosca per porre fine alla continua azione di Wojtyla contro il comunismo, l’Unione Sovietica e l’annesso regime nella Polonia suo satellite come l’allora Germania Est. 
Le riunioni degli uomini di Bohnsack coi colleghi russi per pianificare i falsi  comunicato firmati Fronte Turkesc  avvenivano in una villa di Charlottenstrasse a Berlino Est. Nonostante nell’83 fossero sparite quasi 60 persone a Roma e nell’intero Lazio, il sensazionalismo ha battuto la grancassa ignorando tutte le altre scomparse e abboccando all’esca della Stasi. 
Mirella abitava a Roma e non in Vaticano, quindi la sua scomparsa non aveva l’appeal di cui gode da sempre il mistero Orlandi, motivo per cui se n’è parlato sempre pochissimo e sempre e solo come complemento del mistero Orlandi. Nei fatti, la sparizione della Gregori è stata ridotta a ruota di scorta del caso Orlandi.  Il tutto continuando a ignorare le altre persone sparite a Roma nell’83, e non solo nell’83.
La puntata di Sky cade come i cacio sui maccheroni per far passare in seconda fila e magari dimenticare il pesante tonfo di monsignor Viganò, che nei giorni scorsi – cioè dopo 36 anni – in una intervista sul mistero Orlandi ha fatto “rivelazioni clamorose” riguardo una telefonata “dei rapitori di Emanuela” che a suo dire è arrivata in Vaticano la sera stessa della scomparsa della ragazza. 
Telefonata della quale,  sempre a suo dire, gli sarebbe stata data notizia mentre lui era negli uffici della Segretaria Vaticana, retta da monsignor Agostino Casaroli. Viganò nell’intervista a riprova della bontà delle sue “rivelazioni” ha citato come testimone un altro monsignore che pure lavorava alla Segreteria di Stato, Pier Luigi Celata. E’ allora interessante notare quanto segue.
In una polemica tra Marco Fassoni Accetti e Pietro Orlandi, della quale su questo ho scritto il 26 novembre 2013, quest’ultimo specifica:
“Celata all’epoca dei fatti [all’epoca cioè della scomparsa di Emanuela, ndr] era il segretario del card. Casaroli (segretario di Stato) ed era Celata che rispondeva al telefono per poi passare la chiamata dei rapitori a Casaroli”.
Da notare che questa storia delle telefonate a Casaroli, della quale Pietro Orlandi ha parlato esattamente sei anni fa,  NON figura in nessun atto giudiziario. Però coincide esattamente con quanto dichiarato nei giorni scorsi da Viganò a Valli.
La conclusione quale può essere se non quella che almeno dal 2013, se non già prima, fonte di Orlandi è proprio Viganò? Che questi fosse la sua fonte vaticana l’Orlandi lo ha ammesso trionfante nei giorni scorsi, prima che Viganò venisse smentito dalle nostre verifiche, però non ha specificato da quanto tempo fosse la sua fonte. 
Ora sappiamo con certezza che lo è da almeno sei anni, almeno dal 2013. Guarda caso, si tratta dell’anno in cui Marco Fassoni Accetti va dai magistrati per autoaccusarsi del “rapimento consenziente” di Emanuela (e Mirella Gregori) e porta in dono prima a “Chi l’ha visto?” e poi a loro il flauto che a suo dire era proprio di Emanuela. 
È quindi ragionevole pensare che anche dietro la divulgazione della grottesca faccenda delle ossa umane nella Nunziatura di via Po a Roma e l’ancor più grottesca vicenda del cimitero germanico ci sia lo zampino o almeno l’odore di Viganò. 
A sostenere che Emanuela potesse essere stata sepolta nel teutonico è stata infatti una lettera inviata a Pietro Orlandi, che ha sempre sostenuto fosse una lettera anonima e che NON ha mai voluto mostrare a nessuno, autorità vaticane comprese. Oggi, alla luce anche del suo avere rivelato che la sua fonte vaticana era Viganò, è lecito pensare che sia stato proprio lui l’autore anche di tale missiva.
Eletto Papa il 13 marzo 2013, Francesco nel dicembre 2014 tra le sue prime misure ha deciso di silurare Celata dall’incarico di suo vice camerlengo. Secondo quanto scritto nel 1999 nella sua autobiografia “Il disubbidiente” da Francesco Pazienza, a suo tempo capo del Super SISMI, branca particolare dei servizi segreti militari, Celata avrebbe costituito un punto di riferimento anche per il Sismi.  
Nel libro “I senza Dio” (2013) di Stefano Livadiotti, giornalista de L’Espresso, Pazienza sostiene di essere stato indirizzato a monsignor Celata su indicazione di Giuseppe Santovito, il generale della loggia massonica P2 che guidava il Sismi.
Torniamo a Viganò. Che ce l’abbia a morte con Papa Francesco è cosa nota, lo accusa infatti di avere protetto la pedofilia nella Chiesa. Ed è arrivato al punto di chiedergli di dimettersi. 
La cosa curiosa è che a scrivere o almeno a rimettere in bella forma il principale documento di accusa di Viganò contro il Papa è stato un giornalista, Marco Tosatti, che era anche lui assieme a Romeo Panciroli al seguito di Wojtyla nel viaggio pastorale del 1983 in Polonia, viaggio terminato il 23 giugno. 
Tosatti quindi è buon testimone del fatto che Panciroli non poteva essere in Vaticano la sera del 22, contrariamente a quanto sostenuto proprio da Viganò nell’ormai famosa intervista a Valli. Il quale Valli in quanto vaticanista di Rai 1 avrebbe dovuto essere almeno un po’ più prudente nel valutare le “rivelazioni” fattegli dal fin troppo discusso prelato.
Ad accusare Tosatti di “intelligenza col nemico” di Papa Francesco è lancia in resta soprattutto Luis Badilla Morales, giornalista cileno, responsabile del sito di emanazione vaticana “Il Sismografo”. Dal 1973 in esilio politico in Europa e con un passato da ministro del governo di Allende affossato dai militari cileni golpisti.
Per parte sua, Tosatti in un feroce intervento contro Morales ha  ridimensionato il proprio ruolo spiegando cosa ha fatto con e per Viganò:
“Viganò ha portato una bozza, e l’abbiamo riletta insieme varie volte, eliminando alcune cose, togliendo delle digressioni, sciogliendo acronimi che per chi lavora in Vaticano sono pane quotidiano, ma che non significano nulla a un lettore comune. Giornalisticamente utilizzabile significa semplicemente: comprensibile al pubblico dei giornali. Tutto lì”.
Insomma, a conti fatti, le sempre più stralunate puntate dell’Emanuela Orlandi Show mandate in scena da quando il cardinale Bergoglio è diventato Papa Francesco somigliano molto a puntate di una congiura contro di lui. Puntate messe in piedi per screditarlo alimentando sospetti, illazioni e veleni come sempre basati sul nulla. O meglio: basati sulla volontà di strumentalizzare per lotte di potere anche la tragedia della scomparsa di Emanuela.
E che papa Francesco, al secolo Josè Mario Bergoglio, sia sotto tiro incrociato lo dimostrano anche le dichiarazioni di Vittorio Messori, ritenuto fra i  massimi intellettuali cattolici italiani:
“Oggi con Bergoglio si ha l’impressione che si voglia in qualche modo mettere le mani sulla dottrina. Il Papa è il custode del depositum fidei. Dopo il Concilio, i tre grandi papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno molto modernizzato lo spirito con cui leggere e vivere il Vangelo, ma non si sono mai permessi di toccare la dottrina. L’impressione è che Bergoglio metta le mani su quello che un Papa dovrebbe invece difendere. 
“La dottrina così come è stata elaborata in 2.000 anni di ricerca viene consegnata al Pontefice perché la difenda e non la cambi. Ora l’impressione è che stia avvenendo proprio questo, e ciò allarma soprattutto i credenti”.
Riguardo il personaggio Messori, basti dire che crede Agca armato da Khomeini per il suo attentato a Papa Wojtyla del 1981 e che Israele sarà “costretta” a usare le bombe atomiche per difendersi da “un miliardo e mezzo di islamici”, che solo Messori vede uniti anziché frammentati in decine di Stati spesso in guerra o comunque in forte antagonismo tra loro. Di un’altra versione della stessa fantomatica telefonata parleremo con un altro articolo.
 
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La vedova di Marco Beci e il ricordo di Nassiriya

Il 12 novembre 2013 un attentato in Iraq fece 19 morti italiani. Tra cui il funzionario della Farnesina. La moglie Carla racconta quella strage: «Mi crollò tutto. Mio marito era lì per un mondo di uguaglianza. E ora con la sua associazione proseguiamo la missione». L’intervista.
Nassiriya, Iraq. Il 12 novembre del 2003, alle ore 10.40 locali, un kamikaze al volante lanciò a tutta velocità un’autocisterna imbottita con 4 mila chili di tritolo contro la base “Maestrale” dei carabinieri. Il boato si avvertì a oltre 10 chilometri di distanza. Esplose anche il deposito di munizioni. Quando cadde a terra la polvere sollevata dalle macerie comparve solo distruzione, carcasse annerite di mezzi militari, un edificio sventrato e un cratere enorme. La “Ground zero” dell’Italia fece 28 morti, di cui 19 italiani, e fra questi due civili: il regista Stefano Rolla e Marco Beci, funzionario della Farnesina per la Cooperazione allo sviluppo.

«SI TROVAVA LÌ PER CASO»

Beci aveva 43 anni e tre figli, di cui l’ultima piccolissima, che lo aspettavano a casa. Era di Pergola, nel Pesarese. Carla Baronciani, sua moglie, dopo 16 anni da quella strage racconta a Ultima ora.it: «Si trovava lì per caso. Era in una missione esplorativa. Doveva trovare un luogo adatto per aprire un ufficio governativo in rappresentanza della Farnesina. Aveva individuato la sede per l’ufficio con cui avrebbe gestito per conto del ministero degli Esteri i progetti per la ricostruzione dell’ospedale e dell’acquedotto. L’ultima volta che l’ho sentito è stato il giorno prima dell’attacco: l’11 novembre. Era sereno e tranquillo».

MISSIONI TRA AFRICA E BALCANI

Marco Beci nacque nel 1960. Una laurea in Scienze politiche e alle spalle lunghi anni di lavoro in Africa, nell’ambasciata in Etiopia, in Somalia, in Kenia, nell’ex Jugoslavia e in Kosovo. Nel 1995 entrò alla Farnesina come funzionario e poco dopo dalla Bosnia portò in Italia due bimbi mutilati dalle bombe, Sanja e Aladin, per garantire loro le giuste cure a Budrio. In Africa salvò Goitom, il suo autista eritreo “accerchiato” dal conflitto armato. Poi l’Iraq. L’ultima fermata.

Marco Beci in Iraq.DOMANDA. Signora Carla, chi era suo marito?RISPOSTA. Un uomo in trincea che ha fatto della cooperazione internazionale uno stile di vita. Per lui non era un lavoro, ma una missione dell’anima. Credeva in un mondo diverso, fatto di amore e di uguaglianza. Per questo era a Nassiriya, come in Etiopia o nei Balcani. Se lo dico sembro di parte. Invece era proprio così: un grande uomo.

Cosa si ricorda di quel giorno?Ero a casa, con la piccola Maria Ludovica, mentre Giacomo e Vittoia erano a scuola. Mia madre mi chiamò verso mezzogiorno e mi disse: «Accendi la televisione. È successo qualcosa dove si trova Marco». Vidi le immagini confuse. Caserma. Fumo. Disastro. Ero frastornata. Poi mi tranquillizzai pensando che lo avevo sentito il giorno prima ed era sereno. Passarono le ore. Arrivò un primo bilancio della strage. Quando sentii che erano coinvolti due civili, chiamai l’unità di crisi della Farnesina.

E poi?Ho iniziato a tempestarli di chiamate. Mi dicevano sempre di stare tranquilla, che mi avrebbero fatto sapere loro, appena avrebbero saputo il nome delle vittime. Il tempo passava ed ero sempre più terrorizzata. Verso le otto di sera, mentre Mentana faceva il nome di mio marito in tivù, i carabinieri di Pergola hanno bussato alla porta: un urlo di disperazione. Il mondo e la mia vita in pezzi in un istante con tre figli da crescere da sola.

Ora i suoi figli sono grandi.Sì. Maria Ludovica è al quarto anno di liceo in America. Vittoria è una web designer e Giacomo sta facendo la specialistica per diventare medico infettivologo delle malattie tropicali. Sta seguendo le orme del padre. Ho tre figli d’oro. Marco mi diceva: «Mi raccomando, ai nostri figli non deve mancare nulla. Tanto amore e un futuro migliore». Sto cercando di rispettare quella promessa. Mi sono rimboccata le maniche. Ho fatto lavori umili e ho cercato di trasmettere amore e rispetto ai miei figli.

Lei volutamente non si è costituita parte civile al processo. Perché?Rispetto la decisione degli altri familiari delle vittime. Ma ho agito da mamma. Che voleva far crescere i suoi figli nella totale serenità. Andare alla ricerca spasmodica di un colpevole o dei colpevoli non mi avrebbe restituito Marco. E sarebbe stata la negazione di quei valori in cui lui credeva e che donava agli altri: amore, serenità, libertà. E
posso dirle una cosa?

Certo.La gioia più grande, oltre ai miei figli, è stata quando Aladin, il ragazzo salvato da mio marito, ci ha invitato al suo matrimonio in Bosnia. Un tuffo al cuore. Marco è sempre con noi. Ma in quel momento ero felicissima perché ho visto ciò che aveva fatto per gli altri. Credeva in un mondo pieno di amore.

Lei ha creato l’associazione “Marco Beci”. Di cosa si occupa?È una no profit, intitolata a mio marito che senza clamore e nel silenzio cerca di aiutare gli altri. La missione d’umanità continua, anche se lui non c’è più. Abbiamo aperto una scuola in Congo. Aiutato bimbi cardiopatici in Iraq. Oppure semplicemente paghiamo le bollette di chi è in difficoltà. Diamo una mano a chi ne ha bisogno. Estero, Italia o nelle Marche, dove sia non importa. La missione di Marco in questo modo continua. E nessuno lo dimenticherà.
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Gaza: massima allerta, scuole chiuse

7.00
Massima allerta nella Striscia di Gaza in seguito all’uccisione da parte di Israele di un leader militare della Jihad islamica,Baha Abu al-Ata,e di sua moglie. Dai minareti delle moschee sono risuonate invocazioni alla vendetta.Hamas ha pubblicato un messaggio di cordoglio in cui rende onore alla figura del “combattente” Abu al-Ata.
Tutti gli istituti scolastici nella Striscia oggi restano chiusi. I comandanti delle varie fazioni armate di Gaza si riuniranno stamane per stabilire una linea di condotta.