Conte firma il nuovo Dpcm sulle restrizioni per l’emergenza coronavirus

È di 80 voci l’elenco delle attività che possono rimanere aperte. Chiuderà buona parte dell’industria. Ecco cosa prevede il decreto.
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato il Dpcm che dispone nuove misure restrittive per l’emergenza coronavirus. L’annuncio della nuova stretta era arrivato nella tarda serata del 21 marzo, tramite una diretta Facebook. La firma è giunta solo dopo che, ha fatto sapere Palazzo Chigi, «al ministero dello Sviluppo economico sono stati severamente impegnati a vagliare tutte le richieste delle aziende che sostenvano la necessità di proseguire nelle proprie attività e invocavano comunque il carattere essenziale delle stesse, la rilevanza strategica ai fini dell’economia nazionale, lo scopo comunque connesso e accessorio rispetto alle attività consentite in via principale, la funzione strumentale alla risposta sanitaria in corso».

La validità dei Dpcm e delle ordinanze finora emanate, come quella che vieta a tutti di «trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in Comune diverso da quello in cui si trovano», viene uniformata al 3 aprile. Il decreto lascia tempo fino al 25 marzo alle imprese che devono fermarsi per completare le attività necessarie alla sospensione, «compresa la spedizione della merce in giacenza». Le occupazioni che con il provvedimento vengono sospese «possono comunque proseguire se organizzate in modalità a distanza o lavoro agile».

È invece di 80 voci l’elenco delle attività che possono rimanere aperte. L’allegato al Dpcm precisa che continueranno a essere consentita anche i lavori legati alle famiglie, dalle colf e badanti conviventi ai portieri nei condomini. Resteranno in funzione l’intera filiera alimentare per bevande e cibo, quella dei dispositivi medico-sanitari e della farmaceutica e, tra i servizi, quelli dei call center. La lista potrà potrà essere aggiornata in un secondo momento con decreto del ministero dello Sviluppo economico (sentito il Mef) e anche i prefetti avranno potere di bloccare eventuali aperture ‘fuori schema’.

Come annunciato ieri sera, a partire da domani resterà chiusa sull’intero territorio nazionale ogni attività produttiva che non sia strettamente necessaria e indispensabile a garantirci beni e servizi essenziali. Qui il decreto che ho appena firmato https://t.co/dMK2BuXkLa— Giuseppe Conte (@GiuseppeConteIT) March 22, 2020PRODODUZIONE: SI FERMA IL COMPARTO METALMECCANICO

In una giornata segnata da più bozze e più liste in circolazione, le imprese, per voce del presidente di Confindsutria Vincenzo Boccia, hanno esplicitamente chiesto più tempo, almeno per riuscire a consegnare la merce già pronta in magazzino, per mandare al minimo gli impianti che non possono essere chiusi, per organizzare laddove si può lo smart working e per capire quali tutele garantire ai propri lavoratori. Una risposta che poi è arrivata con la previsione che si possano completare «le attività necessarie alla sospensione entro il 25 marzo». Nel decreto viene permessa «sempre l’attività di produzione, trasporto, commercializzazione consentita e consegna di farmaci, tecnologia sanitaria e dispositivi medico-chirurgici nonché di prodotti agricoli e alimentari. Resta altresì consentita ogni attività comunque funzionale a fronteggiare l’emergenza». Resterà aperta anche l’industria dell’aerospazio e della difesa, nonché le altre attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, previa autorizzazione del Prefetto. Le attività sospese, si legge nel testo, possono continuare con lavoro agile.

Molte industrie, soprattutto le più grandi, in realtà hanno già deciso in autonomia di chiudere i battenti o di ridurre al minimo le attività

Nel centinaio di voci iniziali erano spuntate anche i codici 24 e 25, cioè “metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo” che avevano messo in agitazione i sindacati perché, includerle, di fatto, avrebbe significato lasciare aperto «il 70% delle imprese metalmeccaniche». Nonostante le due voci siano sparite dall’elenco definitivo, le confederazioni hanno mandato un messaggio forte e unitario a Conte: se si dovessero allargare troppo le maglie della listra i sindacati sono pronti anche allo sciopero generale. Molte industrie, soprattutto le più grandi, in realtà hanno già deciso in autonomia di chiudere i battenti o di ridurre al minimo le attività: da Fca, che ha fermato quasi tutti gli stabilimenti, all’ex Ilva gestita da ArcelorMittal che ha ridotto a 3.800 le presenze degli operai (ma essendo a ciclo continuo non si può permettere la chiusura e, proprio per questo motivo, risultano tra quelle esentate), fino a Luxottica che ha deciso di fermarsi già a partire da domani. Tra i nodi ancora da risolvere, osserva però la Cna, quella delle imprese che stanno avviando la riconversione per produrre mascherine e gli altri dispositivi di protezione che al momento scarseggiano sul mercato e che, al momento, non hanno quindi un codice Ateco.

I PROFESSIONISTI CONTINUANO A LAVORARE

Le attività professionali non saranno sospese per le prossime due settimane. Nell’elenco compaiono, tra l’altro, le attività legali e contabili oltre a quelle finanziarie e assicurative, ma anche gli studi di architetti e ingegneri. Attiva anche l’intera filiera della stampa, dalla carta al commercio all’ingrosso di libri, riviste e giornali fino ai servizi di informazione e comunicazione. Oltre alle edicole, comunque, continueranno a operare anche i tabaccai, nonostante lo stop a Lotto e scommesse. Mentre le famiglie potranno continuare ad avere colf e badanti conviventi e pure a servirsi del portiere in condominio. Scorrendo la lista compare una serie di servizi, a partire dai call center, che potranno continuuare a operare rispettando ovviamente le regole sulle distanze e i protocolli siglati la scorsa settimana sull’uso di guanti e mascherine per ridurre il più possibile il rischio contagio (regola che vale per tutte le attività aperte).

Netta la riduzione delle attività della Pubblica amministrazione: restano di fatto aperte gli esercizi legati a sanità, difesa e istruzione, rigorosamente a distanza

Nell’ambito delle aziende restano attive tutte le filiere ritenute essenziali e quindi legate al settore alimentare, a quell farmaceutico e biomedicale, compresa la fabbricazione di forniture mediche e dentistiche. Inclusa anche la filiera del legno e la fabbricazione delle bare. Netta, invece, la riduzione delle attività della Pubblica amministrazione: restano di fatto aperti gli esercizi legati a sanità, difesa e istruzione, rigorosamente a distanza. In ‘vita’ anche i servizi dell’Inps, e l’assistenza sociale residenziale e non residenziale. Sul fronte agroalimentare restano attive l’industria delle bevande, le industrie del cibo, la zootecnia. Anche l’industria tessile potrà continuare a operare escluso, però, l’abbigliamento.

Le produzioni gomma, materie plastiche e prodotti chimici non saranno interrotte, così come non saranno fermate le raffinerie petrolifere. “Salve” anche le attività legate all’idraulica, all’installazione di impianti elettrici, di riscaldamento o di condizionatori, oltre alle diverse forniture, dall’energia elettrica all’acqua al gas. Previste anche la manutenzione sia di pc e telefoni sia di elettrodomestici E, come attività legate ai servizi essenziali, restano attive anche le riparazioni della strumentistica utilizzata nella filiera alimentare, farmaceutica o dei trasporti (comprese le riparazioni di auto e moto). Questi ultimi, infatti, saranno assicurati anche da lunedì 23 marzo. Il Dpcm lascia libero il trasporto terrestre, marittimo e aereo, oltre al trasporto merci. Attive anche la gestione fognaria e quella della raccolta dei rifiuti, oltre alle attività bancarie, postali, assicurative e finanziarie. Non sono intaccati nemmeno i servizi di vigilanza privata oltre alle attività di pulizia e disinfezione.
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Come le big tech della Silicon Valley stanno affrontando il coronavirus

I colossi californiani si trovano a gestire un’emergenza insidiosa. Sono troppo grandi per non agire, ma se intervengono rischiano di esporsi ai critici su privacy e fake news. E intanto mostrano crepe anche nella gestione dello smart working.
Molti di loro hanno fatturati che superano il Pil di diversi Paesi. E ora, come Cina, Europa e Stati Uniti, le big tech della Silicon Valley si trovano a fare i conti con il coronavirus. Per i colossi digitali la diffusione del contagio rappresenta un rischio altissimo, non tanto per eventuali contraccolpi sul fatturato, ma per la loro stessa esistenza. Un doppio pericolo corso dal lato degli utenti sul fronte della privacy, e dal lato dei governi rispetto alla gestione dei contenuti. E in tutto questo il paradosso è che per Facebook, Google e Apple (solo per citarne alcune), non è contemplata la possibilità di non agire visto che ormai sono troppo grandi e influenti per restare a guardare.

NETFLIX, AMAZON E UBER RIDUCONO LE ATTIVITÀ

Il primo segnale della crisi imminente è quello arrivato da Netflix. Il colosso dello streaming ha annunciato la sospensione di molte serie in produzione come ha fatto anche la Disney e molte altre case di produzione. Ma non solo. Uber ha sospeso alcuni dei suoi servizi negli Stati Uniti, in Canada ma anche a Londra e Parigi. Mentre Amazon ha preso la decisione di ridurre le spedizioni limitandosi ai beni essenziali sia nel mercato americano che in quello britannico ed europeo, questo almeno fino al 5 aprile.

LA TASK FORCE DELLE BIG TECH CON WASHINGTON

Nel frattempo molte aziende hanno confermato l’intenzione di voler dare un contributo alla soluzione dell’emergenza. Il 15 marzo scorso diversi rappresentanti delle big tech, tra amministratori delegati, manager e finanziatori hanno preso parte a un grosso meeting alla Casa Bianca per mettere a disposizione del governo conoscenze e strategie. Tra i 45 invitati presenti c’erano esponenti di Facebook, Google, Amazon e Microsoft. Per il governo era invece presente il capo del dipartimento americano per la scienza e tecnologia, Michael Kratsios.

Il presidente Donald Trump con il Ceo di Apple Tim Cook (a sinistra), il Ceo di Microsoft Satya Nadella (secondo da destra) e il Ceo di Amazon Jeff Bezos (primo a destra) in una riunione alla Casa Bianca nel 2017.Secondo quanto ha scritto il Wall Street Journal, la task force messa in piedi tra aziende e governo è arrivata da una spinta delle grandi compagnie che vogliono lavorare sulle modalità di diffusione del virus, puntando sull’elaborazione di modelli previsionali. Secondo le prime informazioni l’impulso a creare questo team di lavoro è arrivato a inizio marzo dalle stesse aziende, ma da ora la collaborazione sembra non essere partita in modo deciso. Non a caso dalle parti della Silicon Valley non hanno gradito il fatto che Donald Trump abbia ritardato la messa in sicurezza del Paese.

IL PASTICCIO DI TRUMP CON GOOGLE

A complicare la situazione c’ha pensato lo stesso tycoon. Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato l’attivazione dello stato di emergenza, ha raccontato che Google era a lavoro per creare un sito in grado di dire ai cittadini dove fare i tamponi per il Sars-CoV-2. In realtà Alphabet, la società che controlla tutte le attività del gruppo, ha smentito la notizia limitandosi a dire che una sua piccola controllata, la Verily, sta lavornado a un progetto pilota in California solo per test nella Bay area intorno a San Francisco.

LA PRIMA INSIDIA: LA RICHIESTA DI TRACCIABILITÀ

Pasticci a parte una prima convergenza tra governo e aziende potrebbe arrivare sul delicato tema della tracciablità. E proprio su questo iniziano le prime insidie per i colossi tecnologici. Secondo fonti sentite dal Washington Post il governo e alcune grosse società, Facebook e Google in testa, starebbero trattando sull’utilizzo dei dati relativi agli spostamenti degli utenti raccolti da milioni di smartphone americani. L’idea, hanno spiegato queste fonti, è quella di avere dati anonimi e aggregati che possano aiutare a tracciare una mappa della diffusione dell’infezione.

La sede di Google a Mountain ViewDirigenti del colosso di Menlo Park hanno spiegato che la volontà principale è quella di comprendere le dinamiche dietro agli spostamenti delle persone allo scopo di prevedere nuovi focolai. Per Facebook il tema è estremamente sensibile. Il rapporto di fiducia con gli utenti sul tema della privacy s’è incrinato dopo lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018. Non a caso lo stesso fondatore Mark Zuckerberg è corso ai ripari e in una serie di interviste telefoniche ha smentito che i governi gli abbiano chiesto l’accesso ai dati e che l’azienda intenda fornirli.

LE BIG TECH TRANQUILLIZZANO SULLA RACCOLTA DI DATI

Johnny Luu, portavoce di Google ha provato a tranquillizzare gli utenti sostenendo che la società sta lavorando sui dati in maniera autonoma. L’idea, ha spiegato, è che le informazioni aggregate suelle posizioni anonime presenti in Google Maps, possano fornire indicazioni sulle misure di distanziamento. Ma l’azienda, ha concluso, non intende fornire dati specifici su posizioni, movimenti e contatti degli utenti. Ma anche su questo qualcuno ha avuto da ridire.

NEW — Sen. @HawleyMO tells me/@cheddar he has a “big problem” with @Google forcing people to create accounts to access coronavirus information.”This should not be an opportunity for these tech companies to harvest consumer and customers when people are in desperate straits.” pic.twitter.com/NrMnKXAjsR— j.d. durkin (@jiveDurkey) March 17, 2020Josh Hawley, senatore del Missouri, ha fatto notare che il piccolo progetto di Verily prevede login con l’account di Big G e che gli utenti devono dare il permesso alla piattaforma di confividere i loro dati con operatori sanitari e società tecnologiche come la stessa Google. Più netta la posizione della Apple che ha detto di aver preso parte alla task force tecnologica solo per dati clinici e all’apprendimento a distanza e che non raccoglie ed elabora i dati sulla geolocalizzazione degli iPhone.

LA DELICATA QUESTIONE DEI CONTENUTI RIMOSSI

Oltre a collaborare con le autorità per rallentare la diffusione del virus, molte aziende sono impegnate in una sorta di contenimento dell’epidemia nelle varie piattaforme. Dall’inizio di marzo Facebook ha agito in modo massiccio per eliminare migliaia di fake news e allo stesso tempo si è impegnata per bloccare quegli utenti che vendevano mascherine e altri prodotti sanitari a prezzi elevati. E il 17 marzo Zuckerberg ha presentato un portale per accedere a informazioni ufficiali e verificate sul coronavirus. Un intervento così radicale è toccato anche a YouTube che ha rimosso migliaia di video con informazioni errate sul Covid-19. Google stessa è intervenuta per eliminare dal suo store diverse app che cercavano modi di lucrare sull’epidemia e lavorato per migliorare il posizionamento nei risultati di ricerca delle fonti ufficiali.

IL RISCHIO DEL CONTRACCOLPO SULLA GESTIONE DEI CONTENUTI

La mossa di Facebook e YouTube era dovuta, ma in prospettiva potrebbe essere molto pericolosa, perché di fatto smentisce la narrativa sulle difficoltà di controllare i contenuti generati dagli utenti. Per anni, ha scritto Politico, i giganti della Silicon Valley hanno respinto al mittente le accuse sul fatto che avrebbero dovuto fare di più. Hanno ribadito in più occasioni che esistevano limiti tecnici che non permettevano un controllo capillare dei post. Ma l’azione delle ultime settimane sembra smentire questa affermazione. Resta infatti da chiedersi cosa succederà una volta che l’emergenza sarà rientrata. D’ora in poi per le compagnie potrebbe essere difficile difendere la vecchia linea se Washington e Bruxelles dovessero metterli sotto pressione, magari su temi legati alla disinformazione politica. La lotta all’infodemia, il dilagare di informazioni sbagliate contro il virus, non solo ha rivelato un’ampia capacità regolatoria, ha anche smentito uno dei totem di Facebook, cioè che ciò che accade online abbia una volontà propria e che la libertà di espressione vada al di là del potere delle piattaforme di filtrare ciò che viene pubblicato.

LA FINE DEL MITO DELLO SMART WORKING?

L’epidemia di coronavirus ha sollevato anche un’altra questione, in parte smitizzando una delle narrative predominanti quando si parla della grandi aziende della California: quelle sui modelli di lavoro. Per anni intorno a Facebook, Google e Apple, sono circolati luoghi comuni, più o meno fondati, sulla libertà degli orari e sulla flassibilità tra casa e ufficio. L’isolamento imposto dal Covid-19 ha però dimostrato come anche le aziende più smart del pianeta siano limitate. Alphabet ha attivato le pratiche per lo smart working fin dalle prime avvisaglie. Ha chiesto ai dipendenti di rimanere a casa in attesa del kit lavorativo, con computer, monitor e altri strumenti, che sarebbe arrivato via posta. I tempi di consegna lunghissimi hanno però portato molti impiegati a prendere d’assalto la sede di San Francisco portando via dei propri uffici ogni cosa, dai portatili fino alle foto di famiglia. I pochi dipendenti rimasti a lavorare in sede hanno raccontato di uno scenario post apocalittico con uffici saccheggiati.

Il campus Apple a CuperinoLA SOLIDARIETÀ DIMEZZATA DI FACEBOOK

Anche Facebook ha mostrato limiti evidenti. Menlo Park sta cercando di incentivare i dipendenti a lavorare da casa anche grazie a un bonus da mille dollari. Una generosità però limitata. The Intercept ha fatto notare che il bonus non arriverà ai centinaia di lavoratori a contratto che tengono vive le sue app. Non solo. Un fetta dei dipendenti è stata costretta a restare in ufficio, in particolare gli impiegati nella divisione che si occupa di rimuovere video e immagini sull’abuso di minori. Per l’azienda si tratta di contenuti troppo sensibili per essere rimossi da casa.

SE LA SEGRETEZZA DI APPLE DIVENTA UN LIMITE

Apple ha cercato di incentivare tutti i dipendenti a lavorare da casa, ma molti hanno continuato ad andare a Cupertino. L’assoluta segretezza, al limite della paranoia, intorno ad alcuni prodotti, proibisce di portare fuori dal campus prototipi o altro materiale sensibile, così per molti ingeneri questo rende praticamente impossibile rimanere in isolamento tra le mura domestiche, una situazione che ha spinto la stessa azienda a predisporre screening sanitari all’ingresso della struttura.
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I contagi da coronavirus in Italia il 22 marzo

I malati salgono a 46.638, con 3.967 casi attivi in più rispetto al giorno prima. Cala finalmente il numero dei contagi giornalieri, che passa dai 6.557 del 21 ai 5.560 del 22. E i guariti sono più dei morti.
Sono 46.638 gli ammalati di Covid-19 in Italia, con un aumento dei casi attivi pari a 3.957 persone. Il totale dei contagi del 22 marzo è di 5.560 quasi mille in meno rispetto al giorno prima, quando erano stati 6.557. Positivo anche il saldo tra guariti del giorno (952, per un totale di 7.024 da inizio epidemia) e deceduti (651, per un totale di 5.476). Tra i malati, 23.783 in isolamento domiciliare, 3 mila quelli in terapia intensiva, pari al 6% del totale. Tra i contagiati anche 12 persone impiegate alla Protezione civile. Nessuno di loro è in condizioni gravi.

LOMBARDIA ANCORA IN SOFFERENZA

A soffrire più di tutte è ancora la Lombardia, dove i malati sono aumentati di altre 515 unità. «Dovete rimanere in casa per proteggere voi stessi e gli altri, noi siamo arrivati veramente allo stremo anche dal punto di vista fisico del nostro personale medico, infermieristico, di tutti quelli che lavorano nell’unità di crisi, di chi guida le ambulanze. Dobbiamo fare in modo che si riducano i numeri, che il contagio rallenti», ha detto il presidente della Lombardia Attilio Fontana in diretta Facebook.

I DATI REGIONE PER REGIONE

Lombardia: 17.885 malati (+ 515), 3456 morti (+361).Emilia-Romagna: 6390 malati (+729), 816 morti (+101) Veneto: 4644 malati (+430) , 169 morti (+23) Piemonte: 4127 malati (+621) , 283 morti (+45) Marche: 2231 malati (+234), 184 morti (+30) Toscana: 2144 malati (+239), 91 morti (+21) Liguria: 1351 malati (+192), 171 morti (+19) Lazio: 1272 malati (+186), 53 morti (+3) Campania: 866 malati (+73), 29 morti (+7) Friuli Venezia Giulia: 738 malati (+72), 47 morti (+5) Trentino: 885 malati (+95), 35 morti (+7) Bolzano: 648 malati (+48), 23 morti (+3) Puglia: 748 malati (+106), 31 morti (+2) Sicilia: 596 malati (+138), 8 morti (+2) Abruzzo: 539 malati (+45), 33 morti (+11) Umbria: 500 malati (+53), 16 morti (+6) Valle d’Aosta: 354 malati (+50), 9 morti (+1) Sardegna: 337 malati (+6), 7 morti Sardegna (+3) Calabria: 260 malati (+35), 8 morti (+3) Molise: 52 malati (+5), 7 in Molise (+0) Basilicata: 81 malati (+15).

I tamponi complessivi sono 258.402, dei quali 155 oltre mila in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
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Il governo vara un’ordinanza per bloccare gli spostamenti Nord-Sud

Il divieto è valido dal 22 marzo. Salvo «comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza o per motivi di salute». Non si potrà partire né con mezzi pubblici né privati. E le stazioni saranno presidiate.
Un ulteriore giro di vite. Il ministero dell’Interno e quello della Salute hanno emanato un’ordinanza che, a partire dal 22 marzo e con effetto fino all’entrata in vigore di un nuovo decreto del presidente del Consiglio vieta a tutti di «trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in Comune diverso da quello in cui si trovano», salvo che «per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza o per motivi di salute». La notizia è stata riportata in esclusiva dal Corriere della Sera. L’obiettivo è quello di arrestare l’esodo da Nord a Sud cominciato a partire dall’8 marzo, che ha costretto diverse regioni del Meridione ad adottare misure di sicurezza speciali. Anche le stazioni saranno presidiate per i controlli.

A POCHE ORE DALL’ANNUNCIO DI CONTE

L’ordinanza segue di poche ore le nuove misure annunciate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che fermeranno anche tutte le attività produttive considerate non essenziali. E arriva a 14 giorni di distanza dal decreto che avrebbe dovuto bloccare in sostanziale quarantena la Lombardia. Gli spostamenti verso il Sud, però, sono proseguiti, portando le varie regioni del Meridione ad assumere iniziative proprie.

ASCOLTATO L’APPELLO DI DE LUCA

Proprio il 22 marzo, il governatore della Campania Vincenzo De Luca aveva avuto un colloquio con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, «al quale», secondo una nota dell’Unità di crisi della Regione, «è stata sollecitata l’adozione di misure drastiche per bloccare il prevedibile flusso di cittadini di ritorno al Sud e in Campania per la chiusura di attività produttive. Il premier Conte ha rassicurato De Luca: il Governo sta affrontando questa problematica per le decisioni di merito».
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Le buone notizie del 22 marzo contro l’ansia da coronavirus

Quasi 8 mila medici rispondono all’appello del governo. Da Cuba ne arrivano altri 37 con 15 infermieri. A Milano un hotel ospiterà i malati in quarantena.
L’emergenza coronavirus è
reale ed è giusto affrontarla,
così come è giusto rispondere alla domanda di informazioni
riguardanti l’interesse pubblico per definizione: la salute.
Ma il sovraccarico di notizie genera
spesso un allarmismo controproducente.
Per questo, abbiamo deciso di cercare di placare il senso
di ansia generalizzata
con i fatti positivi legati alla pandemia che ogni giorno avvengono,
ma nessuno nota. Un piccolo calmante per
affrontare la crisi (passeggera).

QUASI 8 MILA MEDICI VOLONTARI

Sono state 7923 le persone che hanno aderito all’appello per una task force di 300 medici che aiuteranno gli ospedali più colpiti dall’emergenza coronavirus. È il dato definitivo della ‘chiamata’ che si è chiusa il 21 marzo alle 20. Al via l’esame delle candidature. I primi medici potrebbero essere operativi già il 23 marzo, in Lombardia e a Piacenza. L’appello era stato lanciato dal ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia. «Ringraziamo tutti i medici che, su base volontaria, hanno aderito all’iniziativa», si legge sul sito della Protezione civile.

DA CUBA ARRIVANO 37 MEDICI E 15 INFERMIERI

È atterrata oggi a Milano Malpensa alle 18.10 la delegazione composta da 37 medici e 15 infermieri cubani per i quali Alitalia ha organizzato il viaggio da L’Avana all’Italia, accogliendo la richiesta della Presidenza del Consiglio e della Protezione civile. Saranno in servizio in Lombardia, a Crema e Cremona.

OK AGLI INCENTIVI PER PRODURRE MASCHERINE E VENTILATORI

La Commissione Ue ha approvato il regime italiano di aiuti da 50 milioni di euro per sostenere produzione e fornitura di dispositivi medici, come ventilatori, e di dispositivi di protezione individuale, come mascherine, occhiali, camici e tute di sicurezza, previsto con il decreto Cura Italia. Bruxelles ha approvato il regime entro 48 ore dalla notifica. «Stiamo vivendo momenti molto difficili, soprattutto per l’Italia. Dobbiamo fare il possibile per attenuare l’impatto dell’epidemia», ha detto la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager.

A MILANO UN HOTEL USATO PER LA QUARANTENA

Il Comune di Milano metterà a disposizione un hotel vicino alla Stazione Centrale per le persone che devono passare il periodo di isolamento dovuto al Coronavirus. Lo ha annunciato il sindaco, Giuseppe Sala, nel video che ogni giorno posta sui social. Il progetto è frutto di un accordo con la proprietà dell’hotel che lo ha messo a disposizione del Comune in questa emergenza. «Molti milanesi conoscono l’hotel Michelangelo, vicino alla stazione Centrale, ha circa 300 camere ed era un hotel già in chiusura prima del Coronavirus», ha detto Sala. «Ora noi lo prendiamo per metterlo a disposizione di prefettura e autorità sanitaria pensando che potrà servire per chi dovrà fare la quarantena. Ma questo principio di trovare spazi e metterli a disposizione ci porterà a fare ulteriori azioni nei prossimi giorni. Anche perché io sono certo che usciremo da questa situazione che ci sta molto toccando ma sono abbastanza certo che sarà una maratona, andiamo avanti con senso di responsabilità».

IN ARRIVO AIUTI DALLA RUSSIA

Le forze aerospaziali russe hanno completato la formazione del contingente necessario per trasportare in Italia otto brigate mobili di medici militari, veicoli speciali per la disinfezione e altre attrezzature mediche, così come annunciato dal presidente russo Vladimir Putin al premier Giuseppe Conte. Lo riporta il ministero della Difesa russo in una nota. Si tratta di 9 velivoli da trasporto IL-76, che decolleranno a breve. I dettagli dell’operazione sono stati discussi per telefono tra il ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu, e quello italiano, Lorenzo Guerini.
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La paura per il coronavirus raccontata con le canzoni

Si aprono davanti a noi scenari apocalittici, da guerra. E in questo inverno circolare in cui ci ha fatto piombare l’epidemia, anche i versi scritti per tutt’altro prendono un significato diverso e inevitabile.
There’s a blood red circle/On the cold dark ground/And the rain is falling down/The church door’s thrown open/I can hear the organ’s song/ But the congregation’s gone (c’è un cerchio rosso sangue/sulla nuda terra fredda/viene giù pioggia/la porta della chiesa è aperta/si sente un organo suonare/ma i fedeli non ci sono) (My city of Ruins, Bruce Springsteen, 2000).

Tutte quelle canzoni, scritte per tutt’altro, scritte per l’amore che finisce, per la fortuna che finisce, adesso prendono un significato diverso e inevitabile.

Il senso di una paura indefinibile, qualcosa che non basta stare a casa, non respirarsi addosso. Qualcosa che non avevamo conosciuto ma a chi ci ha messo al mondo ricorda scenari apocalittici, di sirene che suonano, e stormi di uccelli di ferro che cacano bombe, e rifugi, e coprifuoco.

UNA PAURA CHE È EPIDEMIA NELL’EPIDEMIA

Tutto avevamo visto, immaginato, aspettato, non questa paura dal nome assurdo, coniato appena ieri e già logoro, epidemia nell’epidemia che passa di bocca in bocca. Il coronavirus evoca misteri ancestrali, voli di pipistrelli, pasti di pipistrelli, mutazioni genetiche e poi il deserto. Non c’è anima che passa da qui/Nelle strade c’è silenzio/Non si vede luce/Tutto ciò che resta immobile/Fragile/Anche l’orizzonte vita non ha/Non c’è scorrere del tempo/Tra le porte chiuse/Sembra di sentire un gemito (La Città Fantasma, Decibel, 2018).

LA PRIMAVERA SI È TRASFORMATA IN UN INVERNO CIRCOLARE

Che primavera è mai questa? Con il chiarore che filtra sempre più presto e gli alberi che quasi fremono nell’attesa del risveglio e gli uccellini che cantano come da un milione di primavere fa. Ma questa volta, questa volta tutto è congelato in un inverno circolare, non aspettiamo niente, non ci accorgiamo di niente.

LEGGI ANCHE: Siamo vinti da paura e menefreghismo e il coronavirus non c’entra

Troppo presi a preoccuparci, giustamente. Troppo storditi da notizie sempre nuove e sempre peggiori. È persa questa primavera e una primavera sprecata non torna, è un’occasione di gioia in meno che rimane. La vedremo passare davanti alla finestra, malata anche lei, gravida di vibrazioni morte, pronte a ghermirci. Divisi fra noi, separati fra noi. Alienati e sconfitti.

IL MORBO LASCERÀ UNO SFINIMENTO CONDIVISO

Pericolo di contagio/Che nessuno esca dalla città/Guai a chi s’azzarda/A guardare laggiù/Oltre quel muro/Oltre il futuro/L’epidemia che si spande/L’isolamento è un dovere oramai/Dare la mano è vietato, se mai/Soltanto un dito e l’errore punito sarà… (Contagio, Renato Zero, 1982).

A fare paura non è solo il morbo: è di più la stanchezza, la sconfitta che porta con lui. Questo non è un Paese felice. Zavorrato da mille malattie, incertezze, impedito da se stesso. È una trave a pieno carico dove si posa l’irrilevante peso di un virus e la schianta. Quando tutto sarà finito, perché presto o tardi tutto finirà, non saranno solo le conseguenze economiche, già immani da sole. Sarà molto di peggio, un senso di sfinimento condiviso, una depressione sociale che durerà tanto di più, che penetra nei geni come e peggio del coronavirus e lì di antidoti non ce n’è, bisogna ripartire, come dopo una guerra, ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure, dei nostri comportamenti sconsiderati, dell’avventurismo di chi doveva decidere. Macerie di noi, su di noi.

Bisogna ripartire, come dopo una guerra. Ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure

Anche il resto vorrei sapere/Questa scatola per ricordare/Perché non parla più con me/Perché aggiustarla non so/Chissà se altre ne troverò/Capisco quelle voci per metà/Ma doveva essere grande una città/Quel tempo di tanto tempo fa. (Prima Della Guerra, Eugenio Finardi, 1981).

CHI SI CREDE PIÙ FURBO DELLA REALTÀ

Dove vanno tutti? Dove sciamano, gregge scemo e sbandato, che assalta le stazioni, i treni verso il Sud, che evade da se stesso e diventa focolaio? Dove credono di fuggire credendosi più furbi della realtà? Ma non vedete che tutto si sfalda, ospedali, carceri, sale del potere, discoteche e palestre, e tutto resta in attesa di umanità che invece fugge, che s’inchioda all’incertezza? Non vedete che così spopolate le vostre vite?

TUTTO È VUOTO, COME LE NOSTRE CITTÀ

Le luci bianche nella notte/Sembrano accese per me/E’ tutta mia la città/Tutta mia la città/Un deserto che conosco… (Tutta mia la città, Equipe 84, 1969).Che anno è? Che primavera è, che Festa della Donna è mai questa, disertata, negata occasione di sorrisi, di luoghi comuni, di tenerezze, di amicizia, di polemica, di tutto ma almeno festa che introduce la primavera? E invece tutto è vuoto. Vuoto come la primavera che arriva. Vuoto come dentro di noi. Vuoto come le nostre città.

Ma so che la città/Vuota mi sembrerà/Se non torni tu. (Città Vuota, Mina, 1965).

UN INCUBO CHE SA DI MILLENARISMO MAGICO

E nelle notti senza voci è un attimo guardare in alto, a quel disco latteo e mormorare: perché? Dimmelo perché. E anche il latrato di un cane adesso mette paura, una paura diversa. Una paura sconosciuta che sa di punizioni divine, di millenarismo magico, di cose che non si capiscono, di incubi che ti svegli e non passano, diventano l’unica realtà. Tu che stai lassù nel buio, e splendi beffarda, dimmelo perché. La quinta luna/Fece paura a tutti/Era la testa di un signore/Che con la morte vicino giocava a biliardino/Era velato ed elegante/Né giovane né vecchio/Forse malato/Sicuramente era malato/Perché perdeva sangue da un orecchio. (La Settima Luna, Lucio Dalla, 1978).

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Le opposizioni chiedono di riaprire il parlamento per il coronavirus

Tutti contro Conte. Renzi: «Questo non è il Grande Fratello». Salvini: «Basta coi decreti annunciati di notte e che poi la mattina dopo non ci sono». Meloni: «Basta smanie di protagonismo».
All’indomani della diretta Facebook con cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato le nuove restrizioni anti Coronavirus, l’opposizione torna a far sentire la sua voce. Il ritornello, pronunciato all’unisono da più voci, è lo stesso: riaprire le Camere. Lo dice Matteo Renzi, che su Twitter aggiunge «si facciano conferenze stampa, non show su Facebook: questa è una pandemia, non il Grande Fratello». Lo ribadiscono Salvini e Meloni.

L’APPELLO DI SALVINI A MATTARELLA

«Chiediamo ufficialmente al presidente Mattarella di convocare tutte le opposizioni unite», ha detto il leader della Lega in un video su Facebook, «vogliamo fortemente, con il cuore e con la testa, dare il nostro contributo. Non vorremmo che qualcuno sottovalutasse anche l’emergenza economica, dopo aver sottovalutato quella sanitaria».

«CERTE SCELTE VANNO PRESE INSIEME»

Salvini ha attaccato il governo: «Non è possibile andare avanti così, con decreti annunciati di notte e che poi la mattina non ci sono e lasciano mezzo Paese nel caos, occorre chiarezza e il coinvolgimento di tutti, occorre riaprire il parlamento perché certe scelte vanno prese tutte insieme, non da soli in una stanza a mezzanotte», ha detto il leader leghista. «Se non ci ascolta qualcuno al governo ci faremo ascoltare dal presidente della Repubblica. L’Italia ha bisogno di tutti, non solo di qualcuno, ha bisogno di certezze, non di annunci su Facebook dati la notte e smentiti la mattina dopo».

MELONI: «GOVERNO NON IN GRADO»

Sulla stessa lunghezza d’onda Giorgia Meloni: «Con l’ennesima puntata de ‘il decreto’, il governo Conte dimostra di non essere in grado di gestire l’emergenza», ha detto la leader di Fratelli d’Italia chiedendo «la convocazione immediata e ad oltranza del parlamento. Basta smanie di protagonismo: è il momento di mettere insieme tutte le energie migliori per affrontare questa frase complessa. L’Italia è nel caos ci sono migliaia di aziende, lavoratori e famiglie che aspettano risposte e il parlamento non si riunisce da oltre due settimane perché Conte vuole fare tutto da solo. Noi diciamo basta».
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Cinque pillole contro il virus nazionalista di Meloni & co

La leader di Fratelli d’Italia attacca l’Unione Europea sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Alcune risposte a lei e ai peronisti di ritorno.
Per cominciare, un po’ di storia, stranota a molti, e costantemente dimenticata dai più. Passeremo poi subito all’Europa, all’Italia di oggi e a Giorgia Meloni, campionessa del rinato nazionalismo italiano, una guida quindi per un futuro prossimo che la leader di Fratelli d’Italia erede dell’Msi dovrebbe incominciare a tratteggiare, visto che è lì che ci vuole portare. Resta invece oscuro, e sempre più peronista, cioè rivendicativo, velleitario e pericoloso. Molti argentini, anche in Vaticano, hanno ancora nostalgia di Perón perché li ha fatti sognare. Sono da oltre mezzo secolo rovinati, ma sognano ancora. Non è un esempio.

LA LUNGIMIRANZA DI POCHI

Quel tanto o quel poco di Europa organizzata che abbiamo e che oggi si chiama Unione Europea lo dobbiamo alla lungimiranza (alle illusioni, dicono gli iper nazionalisti) di pochi uomini nati a fine 800, testimoni dello scempio della Prima guerra e del definitivo suicidio europeo della Seconda. I nomi, anche italiani ovviamente, sono noti a tutti – salvo i distratti e i beoti ovviamente – e non è necessario ripeterli. Avevano in mente un modello sovranazionale, con concrete cessioni di sovranità, perché la loro esperienza, molto forte ad esempio in Jean Monnet, era che la semplice collaborazione volontaria non basta, troppo esposta a tutte le tentazioni nazionaliste e burocratico-corporative. Anche in vari parlamenti, senz’altro in quello italiano del 1956 eletto nel 53 e che approvò con i Trattati di Roma l’atto costitutivo del tutto, nemmeno la maggiorana dei parlamentari, in linea di massima favorevoli ad eccezione del Pci filosovietico, capiva bene di che si stesse parlando. Figuriamoci l’opinione pubblica.

LA CREATURA DI UN’ÉLITE

Il dato fondamentale di quel tanto o poco di Europa che abbiamo è che fu la creatura di un’élite, non dei popoli. I popoli erano e restano molto nazionali, anche se in realtà e nonostante le apparenze meno di ieri; questo è sia un bene, una identità forte, sia un difetto, perché limita le opzioni per un futuro che, se affidato solo e strettamente agli Stati nazionali, troppo numerosi sul nostro piccolo continente e troppo piccoli per il mondo di oggi, Germania compresa, apre un futuro molto incerto. Che invece per i nazionalisti doc come Meloni è l’unico possibile, e per gli opportunisti come Matteo Salvini (con il nazionalpopulismo ha risollevato alla grande le fortune elettorali della Lega) è il più fruttuoso.

Le linee di attacco della Meloni sono cinque, cinque fallimenti dell’Europa

Meloni ha ora avuto notevoli successi online con i suoi video anti Ue ispirati dalla crisi coronavirus. Ve ne sono in versione lunga da 25 minuti, un successone, e in versione breve. Uno lo ha intitolato “Brevi cenni sull’utilità di questa Unione europea”. Molti follower e molti commenti online hanno lodato la profonda conoscenza di cose europee. Si parte ovviamente dalla drammatica situazione creata da Covid-19 nei cui confronti l’Europa, dice Meloni non senza qualche valido argomento, ha dimostrato tutta la sua impotenza. Le linee di attacco della Meloni sono cinque, cinque fallimenti dell’Europa.

1. LA SANITA È COMPETENZA NAZIONALE PER VOLERE DEGLI STATI

Primo. Le persone circolano liberamente nell’area Schengen, o circolavano fino ai primi di marzo, «ma non esiste un protocollo unico» per definire il contagio e il che fare, denuncia giustamente Meloni. Certo, è una grave lacuna. Peccato che la sanità sia stata sostanzialmente definita di competenza nazionale e non dell’Unione dal trattato di Maastricht del 1992 (art.129) dove l’Unione viene chiamata «a incoraggiare la cooperazione tra gli Stati membri», tutto qua. Il Trattato di Amsterdam (1997) ampliava varie competenze, preparava l’allargamento a Est, ma proibiva –esatto, proibiva – l’armonizzazione sanitaria perché competenza degli Stati. Il massiccio passo in avanti fatto con il mercato unico e l’unione monetaria aveva reso gelosi gli Stati delle loro prerogative, e tra queste la sanità. Non molto è successo da allora, ci sono stati passi avanti anche nella sanità comune ma solo come sottoprodotto delle norme a tutela dei consumatori, e poco altro. Mancano i “protocolli” citati da Meloni? È una mancanza voluta, dagli Stati nazionali, e non risulta che l’Italia abbia fatto seria obiezione, all’epoca.

2. I PAESI MEMBRI HANNO STRETTO IL CONTROLLO SUGLI APPALTI

Secondo. Non esiste un sistema unico di certificazione, ha detto Meloni, cioè una regola per stabilire i livelli di diffusione del contagio, le cose fatte, e quindi «tutti possono puntare il dito contro l’Italia». Le risposte sono nei citati Trattati di Maastricht, Amsterdam e altre decisioni degli Stati, che hanno stretto il loro controllo sulla sanità al punto da riservare la maggior parte delle gare di appalto in materia di medicinali e attrezzature ai soli fornitori nazionali, a differenza di quanto accade per molti altri settori.

3. QUANTA CONFUSIONE SULLE CIFRE

Terzo, solo con l’allargamento dei casi a Germania e Francia si incomincia a parlare di miliardi, prima per l’Italia solo 200 milioni, dice Meloni. Qui c’è una grande confusione fra cifre nazionali e cifre Ue, e molti in Italia hanno confrontato i 500 circa miliardi di euro promessi in Germania per alleviare le conseguenze economiche con quanto fatto finora dall’Italia, e si sono sentiti traditi. Ma la Ue non c’entra molto. Non siamo un’Europa federale a governo unico, abbiamo delegato certi poteri, ma il centro del potere resta negli Stati. La Commissione ha messo a punto il 13 marzo un piano con fondi recuperati dal suo bilancio e pari a 1 miliardo di euro e che metterà in moto, agevolandoli, crediti pari a circa 8 mila miliardi ai quali l’Italia ha accesso. Varie numerose altre misure circa attrezzature e altro hanno avuto bisogno dell’approvazione degli Stati.

4. LA LINEA DELLA BCE È UN NUOVO WHATEVER IT TAKES

Quarto. Il caso Lagarde, le parole altamente inopportune, sullo spread che non riguarderebbe la Bce, pronunciate dal presidente della Banca centrale. Certamente c’è chi la pensa così nell’Unione, in Olanda e in Germania soprattutto. Per Meloni quelle parole sono parte di un «complotto». Ma il lancio mercoledì 18 marzo del PEPP, una linea di intervento sine die in risposta al coronavirus con massicci acquisti di titoli anche italiani, indica che la linea di Francoforte è fino a prova contraria intervenire, non stare a guardare, e risponde a un nuovo whatever it takes.

5. IL DEBITO NON PUÒ ESSERE SEMPLICEMENTE IGNORATO

Quinto e ultimo, la questione del Mes, il cosiddetto salva stati, le nuove regole in base alle quali può essere aiutato uno Stato membro in gravi difficoltà finanziarie. Non c’è dubbio che alcuni partner lo vedono come l’occasione per costringere l’Italia ad affrontare il suo abnorme debito pubblico, che tra l’altro sotto la spesa eccezionale coronavirus rischia di avvicinarsi a sfondare tutti i parametri, come cifra assoluta i 2.500 miliardi e in percentuale l’altra soglia psicologica del 150% del Pil, visti i forti cali che avrà quest’ultimo causa pandemia. L’Italia non vuole la troika, e ha ragione. Ma vorremo prima o poi far vedere che riusciamo a imbrigliare questo debito? O pensiamo forse di poter restare nell’euro all’infinito senza fare nulla?

Matteo Salvini. “Quand’è che ci ribelliamo?” si chiede adesso e chiede all’Italia Meloni. Ribellarsi a che? Allo spread? Riecheggia il “che cos’è questo spread?”, interrogativo storico proposto con smorfia di disgusto da Salvini all’inizio del governo gialloverde, poco meno di due anni fa. Ma Meloni non ha avuto bisogno del coronavirus per dire che l’Europa di Bruxelles è uno schifo. Lo diceva già anni fa. «Un banale comitato d’affari di usurai», così Meloni definiva la Ue il 30 giugno 2015 a una trasmissione tv (Ballarò). Lo ha sempre detto. Lo ha sempre pensato. Quindi, venendo da lontano, dovrebbe avere meditato assai dove vuole andare e dovrebbe sapere dove vuole portarci.

Meloni, Salvini e l’ineffabile Borghi, l’uomo che ha la ricetta in tasca, cioè tornare alla lira e stampare moneta, fanno solo confusione, perché non indicano nessuna soluzione credibile

Finora Meloni, Salvini e l’ineffabile Claudio Borghi, l’uomo che ha la ricetta in tasca, cioè tornare alla lira e stampare moneta, fanno solo sostanzialmente confusione, perché non indicano nessuna soluzione credibile, salvo protestare. Uscire dall’euro? Uscire dalla Ue? La soluzione di Salvini si chiama Borghi, evidentemente. Meloni non è certo lontana da questo. Salvini che tanto ha battuto il tamburo anti euro e anti Ue cerca ora, surclassato, di suonare lo stesso piffero della collega di centrodestra. Per ora è solo un presente di protesta, di polemica, di ricerca dei “traditori”, e popolato da “nemici”. D’accordo, ma per andare dove? A epidemia sotto controllo, chiariremo i rapporti con la Ue, ha minacciato in questi giorni Salvini. Lui e Meloni cavalcano lo sconcerto attuale pensando ai voti in più che si potrebbero raccogliere. Non sono leader, se non del tipo di Juan Domingo Perón che , al potere nel 1946 con le casse nazionali argentine riempite dalla Seconda guerra mondiale, promise agli argentini la luna e poi fu costretto a farsela finanziare da una banca centrale opportunamente (e fraudolentamente) imbrigliata, e rovinò il Paese, innestando un’inflazione endemica mai vista prima e da allora inestricabile. Le fumose ricette Meloni, assai meno chiare delle denunce, i messaggi bellicosi di Salvini, la cura monetaria Borghi sanno tanto di peronismo di ritorno, cioè demagogia travestita da leadership.
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L’apertura della Bce ai coronabond

Per Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo, l’emissione una tantum è concepibile: «Sta ai politici decidere»
L’emissione di bond comuni all’area euro, in grado di finanziare la risposta allo shock economico del coronavirus congiuntamente, è un’ipotesi concreta. «Potrebbe aiutare», ha ammesso Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo della Banca centrale europea. E anche «l’emissione di ‘coronabond’ una tantum sarebbe concepibile. Sta ai politici decidere». L’apertura testimonia come in una parte dell’establishment tedesco si stia facendo strada la tendenza a una maggior solidarietà europea. «Nessun Paese può essere indifferente a ciò che accade in un altro Paese», ha detto Schnabel alla Frankfurter Allgemeine Zeitung.

NON È UN SALVATAGGIO DELL’ITALIA

Si lavora tutti insieme, dunque, e nemmeno il pacchetto di misure varato dalla Bce, con un nuovo Qe da 750 miliardi di euro, è un salvataggio dell’Italia. «E l’Italia non ha perso l’accesso ai mercati. La preoccupazione era piuttosto che iniziassimo a vedere una spirale dei prezzi che si autoalimenta», ha spiegato Schnabel.

FRACCARO: «PRONTI A UNO SCUDO»

Intanto il governo Conte continua ad affermare la propria volontà di proteggere il tessuto economico nazionale: «Useremo ogni mezzo necessario per salvaguardare le infrastrutture e gli asset strategici, da cui dipendono la tenuta del tessuto produttivo e migliaia di posti di lavoro», ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. «L’emergenza Coronavirus impone di vigilare per impedire scalate o mire ostili verso le nostre aziende e di mettere in campo tutti gli strumenti per proteggerle, anche rafforzando il Golden power. Siamo pronti a usare uno scudo di protezione».
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Come cambia il sesso a pagamento con l’emergenza coronavirus

Con la pandemia in corso, i contatti sono vietati. Cresce così l’offerta online. Video chat ma anche semplici telefonate. «Moltissimi mi contattano perché vogliono solo parlare e avere compagnia», racconta una escort di Monza. «E alla fine ne fanno anche loro a me».
A quanto pare anche il mondo del sesso a pagamento, dinanzi alla pandemia da coronavirus, prende provvedimenti e resta a casa.

Non sono poche, infatti, le escort d’Italia che al servizio a domicilio hanno sostituito quello al telefono approfittando della possibilità di videochiamate e chat. Perché la crisi, anche per il mondo del sesso, si fa sentire e non poco.

Parliamo, d’altronde, di un settore fiorente, più di quanto si pensi. Secondo i dati di Escort Advisor, il sito di annunci di escort più diffuso in Italia, nel solo 2019 gli utenti unici sono stati oltre 18 milioni, le ricerche sul sito oltre 327 milioni e i profili delle ragazze sono stati visualizzati oltre 206 milioni di volte. Numeri impressionanti che, non a caso, collocano – secondo i dati Alexa – Escort Advisor, al 51esimo posto tra i siti in assoluto più visualizzati in Italia.

CON IL CORONAVIRUS CALA IL DESIDERIO

Cos’è accaduto con l’inizio della pandemia? Innanzitutto, il desiderio stesso dei potenziali clienti è venuto meno: analizzando le ricerche su Google emerge, infatti, che a partire dal 17 febbraio il volume di ricerche con la parola-chiave “escort” ha registrato un -9,2% rispetto ai periodi precedenti, «con un trend in forte diminuzione mano a mano che le misure di contenimento dell’emergenza si sono inasprite», spiegano da Escort Advisor.

ANNUNCI IN CALO DEL 32%

Stesso andamento per le cosiddette sex worker. Se durante il mese di febbraio sui vari siti dedicati sono stati pubblicati circa 12.500 annunci ogni giorno, in perfetta media con il volume stagionale, a partire dall’8 marzo, quando è stato emanato cioè il primo decreto restrittivo del governo Conte, si è registrato un calo del 32%: una media di 8.500 annunci al giorno, fino ad arrivare ai 6.500 del 13 marzo, «il più basso toccato dal settore negli ultimi anni».

LA SOLUZIONE STA ANCHE QUI NEL LAVORO AGILE

Inevitabile il crollo, vista la paura di contagio e l’esigenza di restare a casa isolati per contrastare e sconfiggere il Covid-19. Ma è per questo motivo che sempre più escort, giovani e meno giovani, hanno cominciato a darsi anche loro al “lavoro agile”. E l’idea, spesso, è partita proprio dai clienti. Com’è accaduto a Francesca, escort di Milano. «Appena ho capito la gravità della situazione, non ho esitato ad avvisare i miei clienti attraverso il mio profilo che non avrei ricevuto più nessuno fino al passare del blocco totale che stiamo vivendo», racconta. Ma è qui che alcuni clienti hanno cominciato a contattare Francesca, «anche solo per cercare compagnia al telefono. Alcuni mi chiedono di vedermi mentre mi “prendo cura di me”, mentre mi spoglio, altri vogliono davvero solo parlare perché da soli, altri ancora chiedono foto». Con tutti i rischi del caso: «Mi ha fatto molto ridere», aggiunge Francesca, «quello che mi ha chiamato con la doccia aperta bisbigliando… era chiuso in bagno e fingeva di lavarsi per non farsi beccare dalla moglie».

Ricevo ancora tra le 40 e le 30 telefonate al giorno. A parte qualche furbetto che vorrebbe infrangere la legge, moltissimi mi contattano perché vogliono solo parlare e avere compagnia. E alla fine ne fanno anche loro a meTiffany, escort di Monza

Tiffany, invece, vive a Monza, altra zona che sta registrando un alto numero di contagi. «Per disposizioni decreto emergenza coronavirus», si legge nella sua stessa recensione, «sono disponibile solo a fare videochiamate con sessioni molto hard volendo anche in coppia a costi più sostenuti, ovvio per le circostanze, non potendo fare incontri». La contattiamo e le chiediamo quale sia la risposta del pubblico. «Ricevo ogni giorno moltissimi messaggi da parte dei miei clienti che mi dicono che non vedono l’ora di rivedermi. Mi dicono che gli manco. Questo mi fa pensare ad un futuro migliore», racconta a Ultima ora.it. «La cosa sorprendente è che le richieste arrivano anche da lontano: Sicilia, Campania, Sardegna e altre regioni. Ricevo ancora tra le 40 e le 30 telefonate al giorno, a parte qualche furbetto che vorrebbe infrangere la legge sullo stare a casa, moltissimi mi contattano perché vogliono solo parlare e avere compagnia. E alla fine ne fanno anche loro a me».

La home page di Pornhub.SU PORNHUB SI CERCANO “CONTE” E “COVID”

Restano, poi, i siti hard, come Pornhub che, in segno di solidarietà, ha aperto ormai da settimane l’area premium a tutti gli italiani, gratuitamente. Il risultato è che tra le trending search del sito al primo posto da qualche giorno c’è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma c’è di più. Anche il sito con video hard più diffuso al mondo ha subito in un certo senso il contagio: secondo i dati pubblicati dal portale, si evince che sono sempre di più le persone che anche qui cercano “Covid” o “coronavirus”. Le prime ricerche sono comparse il 25 gennaio. E da lì è stato un crescendo. Negli ultimi 30 giorni sono state registrate 6,8 milioni di ricerche globali contenenti “covid” o “coronavirus”, fino al picco del 5 marzo con 1,5 milioni di ricerche. Il primato? In Slovacchia, dove c’è stata una crescita del 119%.

In Italia il traffico su Pornhub è aumentato rispetto al passato, segnando un +9% il 9 marzo, +11% il 10 marzo e +13,8% l’11 marzo

E per quanto riguarda più specificatamente il nostro Paese? Inevitabilmente il traffico è aumentato rispetto al passato, segnando un +9% il 9 marzo, +11% il 10 marzo e +13,8% l’11 marzo. A cambiare, manco a dirlo, anche le fasce orarie di intrattenimento: il traffico alle 2 del mattino è in media del 47% più alto del normale e rimane del 25% sopra la media anche alle 5 del mattino. Alle 6,00 il traffico scende mediamente del -16% rispetto all’ordinario, ma alle 10,00 torna a crescere del 10% rispetto ai livelli normali, per restare al di sopra della media fino a metà pomeriggio. Stesso discorso anche la sera: il traffico alle 21,00 è del 12% superiore a quello solito.
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