La mossa di Italia Viva per lo scudo ad ArcelorMittal, ma la maggioranza si divide 

La maggioranza resta divisa sul caso dell’ex Ilva. ‘Italia Viva’ di Matteo Renzi ha presentato due emendamenti al decreto fiscale. Si tratta di due ‘scudi penali’, uno generale che vale per tutte le aziende, e uno specifico per ArcelorMittal, che copre la società dal 3 novembre (data di decadenza del precedente scudo) fino alla fine del risanamento.
Mentre i 5 stelle sono contrari allo scudo – con qualche ‘distinguo’ – e sarebbero a favore di un intervento pubblico, sul tema è intervenuto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Il governo, ha chiarito il titolare del Tesoro, puo’ “concorrere ad una soluzione di rilancio”.
Un intervento della Cassa depositi e prestiti nella ex Ilva, ha spiegato Gualtieri, “è uno strumento che non va escluso dalla cassetta di cui disponiamo”. Ma “l’idea che con una crisi industriale lo Stato nazionalizza, compra e assorbe i costi è una pericolosa illusione – ha avvertito -. Non è di questo che si sta parlando. Abbiamo consapevolezza degli strumenti disponibili e in questo ambito li utilizzeremo”.  
Maggioranza divisa sullo scudo, che per Conte non è il problema
Sull’ipotesi di una reintroduzione dello scudo aveva fatto una timidissima apertura – solo a condizioni molto ristrette – il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “Per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gliel’ho offerto subito (lo scudo ndr.): mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario. Quindi chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi”, ha premesso il premier, in un’intervista al ‘Fatto quotidiano’. “Anche solo continuare a parlarne ci indebolisce nella battaglia legale, alimenta inutili polemiche e ributta la palla dal campo di Mittal a quella del governo. Soltanto se Mittal cambiasse idea e venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo”.
Nella maggioranza, contrario allo scudo è anche Liberi e uguali. “Come ha analiticamente dimostrato il ministro Stefano Patuanelli nelle sue comunicazioni al Parlamento, il riferimento di ArcelorMittal alla rimozione dello scudo penale per giustificare l’abbandono dell’Italia e’ strumentale”, ha sottolineato il deputato di leu, Stefano Fassina, a Radio Radicale. “Presentare emendamenti per reintrodurre lo scudo penale per ArcelorMittal vuol dire indebolire la posizione negoziale del governo. Vanno bocciati senza se e senza ma”. Mentre il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, in un’intervista a ‘Repubblica’, ha parlato del ‘cantiere Taranto’ che Conte presenterà nella prossima riunione del Consiglio dei ministri. “Siamo pronti a reinserire lo scudo, scrivendolo per bene. Ma devono rinunciare ai 5 mila esuberi. Ci può essere anche uno sconto sull’affitto, ma solo se Arcelor si impegna a nuovi investimenti. Solo così la partita si può riaprire”, ha garantito. 
L’opposizione è compatta: sì allo scudo
L’opposizione è compatta invece per il ripristino dello scuso. “Era negli accordi”, ha affermato l’ex vice premier Matteo Salvini. Al di la’ dell’ex Ilva “che è un caso drammatico, non è un bel segnale alle imprese di tutto il mondo, quello di un governo e di un Paese che cambia i contratti firmati perché così allontaniamo le imprese, non le avviciniamo”, ha detto Salvini, impegnato in campagna elettorale in Emilia-romagna. “Bisogna mettere al più presto fine al balletto sulla pelle dei lavoratori dell’ex Ilva e sul futuro industriale del Paese. Invece la maggioranza resta dilaniata, e mentre il premier annuncia la ‘battaglia legale del secolo’ contro ArcelorMittal, la ministra Bellanova avverte che questa vicenda non si risolve nelle aule giudiziarie”, ha sostenuto la capogruppo di Forza Italia al Senato, Annamaria Bernini. “Italia Viva, dopo aver votato contro lo scudo penale, presenta un emendamento fotocopia di quello di Forza Italia per ripristinarlo, ma i Cinque Stelle non ne vogliono sapere. Conte, in piena confusione, ora apre a uno scudo ‘soft’. Manca insomma una strategia credibile per riaprire la trattativa con la multinazionale indiana, e noi restiamo convinti che il primo passo, in ogni caso, sia tornare allo scudo. Chi parla di nazionalizzazione dimentica che i danni peggiori, anche dal punto di vista ambientale, li ha causati proprio la gestione statale. La schizofrenia di questa maggioranza allontana ogni soluzione e ha già dato un segnale devastante: vietato fare investimenti in Italia”.

Le posizioni di tutti i partiti sulla questione ArcelorMittal

È ancora stallo sull’ex Ilva. In attesa del possibile nuovo incontro tra i vertici di ArcelorMittal e il governo, le forze politiche muovono i primi passi concreti per tentare di sbloccare la situazione e salvare i posti di lavoro. L’occasione è il decreto fiscale collegato alla manovra, all’esame della Camera, sul quale lunedì sono stati presentati un migliaio di emendamenti.
Ed è su questo provvedimento che alcuni partiti, anche di maggioranza, mirano ad intervenire per mettere in campo misure urgenti a sostegno dell’occupazione e della produzione del sito tarantino.
Ma mentre nel centrodestra la linea appare unitaria, con Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia pronti a votare a favore del ripristino dello scudo penale, la maggioranza si presenta ancora divisa, con Italia viva che forza la mano e presenta due emendamenti a favore dell’immunità e il Movimento 5 Stelle ancora fermo sul ‘no’ allo scudo. Il Pd, per il momento, attende il nuovo incontro tra azienda e presidente del Consiglio e sceglie di non presentare alcun emendamento al decreto fiscale relativo all’ex Ilva.
Il presidente del Consiglio  
Giuseppe Conte non esclude il ripristino dell’immunità penale. Tuttavia, è dall’indomani del primo faccia a faccia con i vertici di ArcelorMittal che il premier spiega che il vero problema non è lo scudo penale. Ma l’intenzione dell’azienda di tirarsi indietro rispetto agli impegni assunti. E anche oggi, in un’intervista, Conte torna a ribadire: “Per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gli ho offerto subito di reintrodurre lo scudo: mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario”.
Pertanto, “chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi”. Quindi, a questo punto, anche solo continuare a parlarne, indebolisce l’esecutivo “nella battaglia legale, alimenta inutili polemiche e ributta la palla dal campo di Mittal a quella del governo”. In definitiva, “soltanto se Mittal cambiasse idea e venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto potremmo valutare una nuova forma di scudo”.
Il ministro Gualtieri
ArcelorMittal deve rispettare gli impegni presi, sia quelli industriali che ambientali. È la linea del titolare del Mef, secondo il quale allo stesso tempo lo Stato deve essere in grado di dare tutte le garanzie giuridiche amministrative e di politica industriale a sostegno di un momento congiunturale difficile senza mettere in discussione i patti.
Dunque, non vi è dubbio per il ministro che il governo debba “concorrere a una soluzione per il rilancio dell’Iva”, ma la strada non può essere la nazionalizzazione, “è una pericolosa illusione”. Mentre un intervento della Cassa depositi e prestiti “non va escluso dalla cassetta degli strumenti di cui disponiamo”.
Partito democratico 
Hanno presentato 140 emendamenti al decreto fiscale. Nessuna proposta di modifica, pero’, prevede la reintroduzione dello scudo penale per ArcelorMittal. Una scelta che va nella direzione di non gettare ulteriore benzina sul fuoco, e non spaccare il governo nella fase di trattativa con l’azienda. Il Pd, pero’, non ha mai nascosto la disponibilita’ a dare il via linea a una misura ad hoc per ripristinare lo scudo penale, meglio se si tratta di una norma erga omnes e non specifica per l’ex Ilva. –
Movimento 5 stelle
I 5 stelle sono contrari allo scudo penale. Anche se inizia a emergere qualche distinguo interno. Nessun emendamento pentastellato sullo scudo penale è stato presentato al decreto fiscale e, per il momento, la linea resta quella dettata da Luigi Di Maio: “L’Italia deve farsi rispettare” e deve riportare al tavolo ArcelorMittal “non con il tema dello scudo penale, ma con il tema che hanno firmato un contratto e questo contratto va rispettato”.
Posizione ribadita anche dal capogruppo vicario alla Camera, Francesco Silvestri: “Produrre fughe in avanti rischia di compromettere una soluzione positiva. Per questo motivo, le eventuali prese di posizione sullo scudo penale di esponenti pentastellati vanno considerate come personali e non impegnano in alcun modo il gruppo del Movimento”.
Italia viva
Ripristinare, a partire dal 3 novembre 2019 e fino al termine dell’attuazione del piano ambientale, lo scudo penale per l’ex Ilva di Taranto. È quanto prevede l’emendamento al decreto fiscale depositato in commissione Finanze della Camera da Italia viva, a prima firma della deputata Raffaella Paita. Come già  anticipato nei giorni scorsi, la proposta di modifica prevede che venga soppressa dal decreto riguardante le disposizioni urgenti per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale in crisi e per lo sviluppo della città e dell’area di Taranto la parte che si riferisce alla “responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario e dei soggetti da questo funzionalmente delegati” in materia ambientale e di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro.
La norma si applica anche alle “condotte poste in essere dal 3 novembre 2019 alla data di scadenza del termine di attuazione del Piano ambientale” fatti salvi “i principi stabiliti dalla giurisprudenza costituzionale in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori”. Inoltre, in un secondo emendamento, si chiede l’estensione dello stesso tipo di tutela alle tutte le imprese impegnate nelle procedure di risanamento Aia (Autorizzazioni integrate ambientali).
Leu
“Presentare emendamenti per reintrodurre lo scudo penale per ArcelorMittal vuol dire indebolire la posizione negoziale del Governo. Vanno bocciati senza se e senza ma”, afferma Stefano Fassina di Leu –
Lega
Il partito di Matteo Salvini non ha dubbi: lo scudo penale va ripristinato. E la Lega è pronta a dare il suo contributo in tal senso. Per l’ex ministro dell’Interno, quindi, l’immunità penale va ripristinata.
Forza Italia
Il partito di Silvio Berlusconi ha già presentato al decreto fiscale un proprio emendamento per ripristinare lo scudo penale e togliere, così, “ogni possibile alibi alla multinazionale ArcelorMittal. Noi siamo pronti, vediamo cosa faranno i partiti che sostengono il governo”, dice la capogruppo Mariastella Gelmini.
Fratelli d’Italia
Anche FdI ha presentato al decreto fiscale un emendamento sull’ex Ilva per ripristinare lo scudo penale ad ArcelorMittal. “Può essere un segnale di come la politica può salvare il salvabile su una situazione che non è stata gestita nel migliore dei modi”, ha spiegato la leader Giorgia Meloni. 

Quanti sono e dove operano i militari italiani all’estero? 

Il ferimento di cinque soldati italiani in Iraq, nella regione di Kirkuk, ha riacceso i riflettori sulla presenza dei nostri militari in Paesi stranieri: quanti sono e dove operano?. Andiamo a vedere qual è la situazione nel 2019.
Le missioni autorizzate dal Parlamento
Il 23 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato la relazione sulle missioni svolte nell’ultimo trimestre del 2018, anche al fine della loro prosecuzione nel 2019. Nella relazione, trasmessa alle Camere l’8 maggio, il governo ha indicato per ciascuna missione, tra le altre cose, l’area geografica di intervento e il numero massimo delle unità di personale coinvolte. Durante l’estate, il Parlamento ha poi approvato (il Senato il 6 giugno e la Camera il 3 luglio) le relazioni relative alla delibera del governo.
Le missioni in corso, che tra poco andremo a vedere nel dettaglio, sono state prorogate e in aggiunta è stata approvata una nuova missione bilaterale di cooperazione in Tunisia. Questa missione bilaterale prevede l’impiego di massimo 15 uomini e va a sostituire il precedente impegno dell’Italia in Tunisia, nell’ambito di una missione Nato, che prevedeva l’impiego massimo di 60 uomini.
Il numero complessivo
Come riporta il dossier  della Camera sulla “Autorizzazione e proroga missioni internazionali nell’anno 2019”, «la consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità, con una riduzione rispetto al precedente periodo (7.967 unità) di 624 unità».
Ma la consistenza massima non è uguale a quella effettiva: per la maggior parte del tempo, nel corso di una missione, vengono infatti impiegati meno uomini del numero massimo possibile. La consistenza media è quindi pari a «6.290 unità, con una riduzione rispetto al precedente periodo (6.309 unità) di 19 unità».
Come si vede dai dati, guardando ai militari effettivamente impiegati la riduzione nel 2019 rispetto al 2018 è pressoché nulla (-0,3 per cento).
Vediamo ora dove operano i nostri militari, dividendo per aree geografiche.
Le missioni in Europa
Dei 7.343 militari (massimo) che l’Italia impiega in quarantacinque missioni internazionali, nel complesso, 2.526 operano in Europa (in 14 missioni). La maggior parte di questi sono coinvolti in missioni di pattugliamento marittimo. In particolare, il contingente più numeroso è quello coinvolto nell’operazione Mare Sicuro, che impegna fino a 754 soldati italiani nel Mar Mediterraneo centrale, in particolare al largo delle coste libiche.
Seguono, tra quelli impegnati in missioni navali, il contingente impegnato nell’operazione Eunavfor Sophia (520 militari) e nell’operazione Nato nel Mar Mediterraneo orientale e Mar Nero (259 militari).
Tra i contingenti terrestri, il più numeroso è quello dispiegato nei Balcani, nell’ambito della missione Nato Kfor, che consiste di massimo 538 soldati italiani. Segue a distanza il contingente di 166 uomini impiegato in Lettonia nell’ambito dell’operazione Baltic Guardian.
Sono poi impegnati 130 uomini nella missione Nato di sorveglianza dello spazio aereo europeo. I restanti uomini sono dispersi in contingenti ridotti in Albania, Bosnia, Kosovo, Cipro e altre operazioni navali.
Le missioni in Asia
In Asia nel 2019 è autorizzato l’impiego di massimo 3.438 militari italiani in 13 diverse missioni. Il contingente più numeroso è quello distaccato in Libano, nell’ambito di due distinte missioni: la missione Unifil, dell’Onu, che impegna fino a 1.076 soldati e una missione bilaterale Italia-Libano di addestramento delle forze di sicurezza libanesi che ne impegna altri 140.
Segue poi il contingente italiano in Iraq, quello coinvolto nel recente attentato a Kirkuk. Qui operano fino a 1.100 uomini nell’ambito della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica – rappresentata in particolar modo dallo Stato Islamico ma non solo – e fino a 12 uomini nell’ambito della missione Nato in Iraq.
I 1.100 soldati italiani della coalizione internazionale, tra cui anche membri delle forze speciali, si occupano prevalentemente di addestrare le truppe peshmerga (le forze curde locali) a Erbil, capitale della Regione curda irachena, e le truppe irachene – anche in ambito di antiterrorismo – a Baghdad.
Fino al primo marzo 2019 le truppe italiane erano anche incaricate di proteggere la diga di Mosul, il cui appalto di ristrutturazione era stato vinto da una ditta italiana, ma in quella data hanno passato le consegne all’esercito statunitense.
Il terzo contingente più numeroso è poi quello impiegato in Afghanistan, composto da massimo 800 uomini, nell’ambito della missione Nato Resolute support.
Sono poi presenti 130 soldati italiani in Turchia, nell’ambito della missione Nato Active Fence, che entro fine anno verranno smobilitati (come previsto, non in relazione dunque all’invasione turca di parte della Siria in funzione anti-curda).
I restanti militari sono impiegati in varie missioni tra Israele e Palestina – in particolare per l’addestramento delle forze di sicurezza palestinesi – e tra Emirati arabi uniti, Qatar e Bahrein, in funzione di supporto (il Qatar è oggi il primo acquirente di armamenti italiani).
Le missioni in Africa
In Africa nel 2019 l’Italia prevede di impiegare al massimo 1.517 soldati, in 18 diverse missioni. Il contingente più numeroso, composto da 533 uomini, si trova in Somalia. Il grosso delle forze (407 uomini) sono coinvolte nell’operazione navale Eunavfor Atalanta, l’operazione militare dell’Unione europea per il contrasto alla pirateria. Gli altri 126 uomini partecipano invece ai programmi europei di addestramento Eutm e Eucap.
Altri 429 militari italiani sono poi impegnati in Libia, di cui 400 nella missione bilaterale Italia-Libia di assistenza e supporto, 25 nell’addestramento della guardia costiera libica e i restanti quattro in missioni Onu e Ue nel Paese.
In Niger sono poi presenti 292 militari italiani, di cui 290 impegnati nella missione bilaterale di supporto al Paese africano, per contrastare i traffici illeciti e le minacce alla sicurezza.
I militari italiani sono poi impiegati anche in Gibuti, dove la Base militare italiana di supporto (Bmis) impiega 92 militari e «garantisce il supporto logistico agli assetti nazionali in transito sul territorio di Gibuti e a quelli impegnati nelle operazioni nella regione somala», e dove è in corso una missione bilaterale di supporto che ne impiega massimo altri 53.
Gli altri soldati italiani sono divisi tra Egitto – massimo 75 unità, impegnate nell’operazione Mfo che vigila sul mantenimento della pace tra il Cairo e Tel Aviv –, Mali, Repubblica Centrafricana, Marocco e, come già visto, Tunisia.
Conclusione
Nel 2019, l’Italia potrà impiegare fino a un massimo di 7.343 militari in quarantacinque missioni militari all’estero. Il continente dove vengono maggiormente impiegati (quasi 3.500 uomini) è l’Asia, in particolare nelle missioni in corso in Libano, Iraq e Afghanistan. Seguono l’Europa (2.500 uomini circa), dove i militari italiani sono impiegati soprattutto in missioni navali e nei Balcani, e infine l’Africa (1.500 uomini), specialmente in Somalia, Libia, Niger e Gibuti. Il continente africano è però quello dove sono attive più missioni italiane: 18, contro le 14 in Europa e le 13 in Asia.
Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking,
scrivete a dir@agi.it

Dazi: Trump avrebbe deciso di rinviare di 6 mesi la decisione sulle tariffe auto Ue

Il presidente Donald Trump rinvierà di altri 6 mesi la decisione sull’imposizione o meno di dazi sulle auto europee importate negli Usa. Lo anticipa Politico in vista della scadenza, fissata per domani, mercoledì, dei termini per far scattare le tariffe sulle auto e i componenti importati negli Usa a meno di un accordo commerciale tra Washington e Bruxelles. Il termine ultimo era già stato fatto slittare di 180 giorni. Il rappresentante al Commercio Usa, Robert Lighthizer, era stato incaricato dalla Casa Bianca di trovare un’intesa sia con il Giappone e sia con il Vecchio Continente. Ma se Tokyo ha accettato la richiesta Usa di acquistare maggiori prodotti agricoli a stelle e strisce, l’Ue non ha permesso che i prodotti agricoli venissero posti sul tavolo dei negoziati sulle auto.

Israele annuncia l’uccisione del comandante della Jihad islamica palestinese

Israele annuncia di aver ucciso un comandante della Jihad islamica palestinese, Baha Abu al-Atta. “La sua abitazione è stata attaccata in un’operazione congiunta delle nostre forze armate e dei servizi segreti” nella Striscia di Gaza, è stato reso noto. “È stato il responsabile di attentati, di lanci di missili contro Israele e si preparava a compiere nuovi attacchi nell’immediato”, ha poi spiegato in un comunicato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha autorizzato l’operazione.
Nell’incursione, poco prima dell’alba, sarebbe morta almeno anche un’altra persona, una donna, mentre altre due sarebbero rimaste ferite. La Jihad islamica palestinese ha confermato la morte del suo comandante Abu al-Atta. “La nostra inevitabile reazione – è stato l’avvertimento della Jihad islamica a Israele – farà tremare l’entità sionista”.

Pugile e veterana di guerra, Loree Sutton si candida a sindaco di New York

Ha 60 anni e ogni giorno trova il tempo di andare in palestra per fare pugilato. Alla Trinity Boxing Club, a Manhattan, la chiamano “Generale” e non perché ha un jab molto forte che incute paura sul ring, ma per il suo passato militare in Iraq. Adesso Loree Sutton, generale dell’esercito in pensione, ha deciso di affrontare un nuovo fronte: quello politico. Ha annunciato la sua candidatura a sindaco di New York, nel 2021, quando scadrà il mandato di Bill de Blasio. Lei, democratica, alta, asciutta, modi gentili ma decisi, dirigente municipale, ha rivelato di aver cominciato a pensare alla politica dopo aver visto quanti veterani si erano candidati alle elezioni americane di midterm, nel novembre dell’anno scorso. Ma ha pensato di candidarsi seriamente solo sei mesi fa, quando la sua compagna, Laurie Leitch, l’ha convinta a compiere il grande passo. Sutton potrebbe diventare la prima sindaca donna della storia di New York.
Psichiatra con il più alto grado nell’esercito, il “generale” ha svolto la sua missione in Egitto e in Iraq durante la prima Guerra del Golfo. Una volta tornata a casa, ha creato un servizio del municipio di New York per aiutare quei veterani caduti in condizioni economiche precarie o con problemi di depressione, per poi diventare responsabile del dipartimento veterani. Ora punta a fare qualcosa di più. “Penso sia tempo per una nuova guida – ha spiegato, presentando la sua candidatura – serve qualcuno in grado di unire e di affrontare le prossime sfide in modo moderno. Non basta avere grandi idee e introdurre nuovi programmi, devi fare operazioni di classe mondiale”. 

Uno dei giorni più violenti dopo cinque mesi di proteste a Hong Kong 

Un manifestante ferito da colpi d’arma da fuoco della polizia, un uomo trasformato in una torcia umana, la circolazione paralizzata in tutta la città. Nuovo picco di violenze a Hong Kong, che ha vissuto una delle giornate più violente e caotiche in cinque mesi di mobilitazione pro-democrazia. Gli spari della polizia a un manifestante hanno innescato una serie di eventi a catena: nel quartiere finanziario della città migliaia di poliziotti si sono scontrati con la polizia antisommossa, sono scoppiati violenti scontri nei campus universitari e l’ex colonia britannica è precipitata nel caos.
Le violenze, assieme alle incertezze della guerra tariffaria tra Cina e Stati Uniti, hanno contributo al pesante calo della Borsa di Hong Kong, con l’indice Hang Seng che ha chiuso in ribasso del 2,62%, maglia nera in Asia. Anche Wall Street ha aperto in calo. Xi Jinping non era a Pechino, ma ad Atene (dove ha definito la Grecia “alleata naturale” della Cina nei suoi progetti di sviluppo commerciale attraverso il mondo).
Ma il più agguerrito tabloid di Pechino, il Global Times, ha mandato un messaggio di sostegno agli agenti di Hong Kong, che è anche un sinistro avvertimento ai manifestanti (paragonati ai membri dell’Isis), evocando la possibilità di intervento dell’Esercito di Liberazione popolare. E adesso il timore è che la situazione sia sul punto di non ritorno.
I manifestanti avevano convocato una giornata di sciopero per paralizzare l’ex colonia britannica. Ma ad accendere la miccia sono stati gli spari di un agente di polizia a un manifestante, 21enne, apparentemente disarmato a Sai Wan Ho, l’isola dell’ex colonia britannica. Il giovane di ventuno anni è stato ricoverato in ospedale e sottoposto a operazione chirurgica per rimuovere il proiettile, che ha colpito il rene destro e il fegato, e si trova ora in terapia intensiva.
A quel punto è stato un crescendo: raffiche di gas lacrimogeni lanciati dalla polizia, che ha utilizzato anche lo spray al pepe, da bottiglie Molotov scagliate dai manifestanti. Un agente a bordo di una moto ha falciato la folla su una strada provocando diversi feriti: il gesto gli ha provocato la sospensione con effetto immediato dalla polizia, ha dichiarato il sovrintendente John Tse, che non ha però condannato lo sparo del collega al manifestante, perché il funzionario “non aveva cattive intenzioni”, ha detto, e temeva che potessero sottrargli l’arma.
Un uomo dato alle fiamme, vivo
Nel pomeriggio, l’altro episodio gravissimo: un uomo di mezza età, apparentemente dello schieramento pro-Pechino, ha avuto un diverbio con altre persone su un ponte pedonale: una di loro gli ha gettato un liquido infiammabile addosso e gli ha dato fuoco usando un accendino. L’uomo, secondo le prime indicazioni, ha riportato ustioni di secondo grado sul 28% del corpo ed è in condizioni critiche.
È stato un gesto “inumano che nessuno deve perdonare”, ha detto la leader di Hong Kong, Carrie Lam, condannando le violenze che hanno causato, solo oggi, complessivamente 64 feriti. “Le violenze hanno di gran lunga superato le richieste di democrazia e i manifestanti sono ora un nemico del popolo”, ha proseguito la capo esecutivo. “Se qualcuno spera che con l’escalation delle violenze la Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong possa cedere alla pressione per soddisfare le cosiddette richieste politiche, lo dico chiaramente: non accadrà”. Lam ha smentito anche i rumors sulla possibilità di una chiusura di uffici, scuole e della Borsa in seguito all’intensificarsi delle proteste.
“Spezza il cuore guardare la città caduta in uno stato di polizia”, ha scritto su Twitter l’attivista pro-democratico Joshua Wong, atteso in Italia a fine novembre, a commento degli episodi di violenza. L’uomo, ormai diventato icona delle proteste, ha definito “tentato omicidio” lo sparo al manifestante da parte dell’agente. A fargli da contraltare, è stato il tabloid Global Times, il più agguerrito giornale di Pechino, che paragona i manifestanti a membri dell’Isis e manda un messaggio di solidarietà agli agenti di Hong Kong, accompagnandolo con un pesante avvertimento.
“Avete il sostegno non solo del popolo cinese di Hong Kong, ma anche della Polizia Armata del Popolo e dei soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare a Hong Kong. Se necessario”, i soldati dell’esercito cinese “possono entrare a Hong Kong e dare sostegno, in conformità con le disposizioni della Legge Fondamentale”, che regola il rapporto tra Pechino e l’ex colonia britannica.

“Ridatemi il mio procione Lucio. Grazie a lui sono rinata”

“Ridatemi Lucio, il mio procione. Grazie a lui sono rinata dai maltrattamenti che ho subito”. Lo dice all’Agi la donna di 53 anni di origini ucraine alla quale, il 4 novembre scorso, i carabinieri di Milano hanno sequestrato l’animale perché’ ritenuto ‘pericoloso’ in quanto la specie viene ritenuta portatrice sana di malattie come la rabbia e la leptospirosi.
Erano stati gli abitanti del quartiere di Baggio, dove risiede, a segnalare alle forze dell’ordine che la donna portava di sovente a spasso il procione al guinzaglio e anche al ristorante. Una prima ‘vittoria’, l’ex proprietaria della bestiola l’ha ottenuta perché il pm Sara Arduini, titolare dell’indagine, ha accolto la richiesta presentata dal suo avvocato, Giorgia Leone, di consentire un incontro tra lei e l’animale. I due, ha scritto il magistrato nel provvedimento, potranno rivedersi nella struttura in Emilia Romagna dove è stato portato il procione. Chi lo sta accudendo ha fatto sapere al legale che “Lucio sta bene e gioca”.
Nel concedere la facoltà di incontrare il procione, il pubblico ministero non ha risposto nel merito all’istanza dell’avvocato che si è appellata al Trattata di Lisbona nel quale si legge che “l’Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere di animali in quanto esseri senzienti”. Il difensore ha fatto anche riferimento alla giurisprudenza della Cassazione sul “dolore” e la “sofferenza” che anche gli animali possono provare.
“Ho salvato Lucio da una morte certa in Ucraina – dice la donna che ha subito maltrattamenti in relazione ai quali c’è una sentenza passata in giudicato nel 2017 a carico di chi aveva denunciato – l’ho allevato e alimentato a sole due settimane di vita. L’ho portato in Italia regolarmente vaccinato, microchippato , con regolare passaporto e libretto sanitario. L’ho chiamato Lucio come omaggio alla mia mia passione per Lucio Dalla”.
In Ucraina, a differenza che in Italia, i procioni sono considerati ‘animali domestici’. “Gli animali – spiega l’avvocato Leone – possono essere di grande aiuto in momenti di fragilita’ come quello che vive la mia assistita, a causa delle violenze che ha subito”. La donna rischia ora un processo in base all’articolo 6 della legge 50 del 92 che stabilisce il divieto di detenere alcune specie di animali che costituiscono un pericolo per la salute e l’incolumità pubblica. 

Il giallo della morte del fondatore dei Caschi Bianchi

È giallo a Istanbul sulla morte di James Gustaf Edward Le Mesurier, ex agente dei servizi segreti britannici, considerato uno dei fondatori dell’organizzazione umanitaria dei “Caschi Bianchi”. Le Mesurier è stato trovato morto all’esterno della propria abitazione, nel centro della metropoli sul Bosforo.
Venerdì scorso Le Mesurier era stato accusato di spionaggio e vicinanza a gruppi terroristici in un tweet della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Ancora da chiarire le cause del decesso: la procura ha assicurato che l’ipotesi di un omicidio è passata in secondo piano, ma si attendono i risultati dell’autopsia, mentre è tramontata la pista del suicidio. Fonti diplomatiche britanniche hanno dichiarato che le circostanze della morte restano da chiarire.
Il cadavere è stato trovato questa mattina vicino la moschea di Kilic Ali, sotto casa di Le Mesurier al terzo piano della sede dei ‘Caschi Bianchi’ di Istanbul. In base a quanto riporta la Cnn turca, al cadavere dell’ex spia sarebbero state riscontrate fratture sia alle mani che ai piedi e una ferita sul volto.
La stessa emittente riferisce che la moglie di Le Mesurier avrebbe dichiarato alla polizia che il marito ha preso dei sonniferi per poi recarsi alla porta, dicendo di aver sentito bussare intorno alle 4 del mattino, per poi essere avvisata che il corpo si trovava fuori dalla porta di casa, in corrispondenza del balcone.
Nell’abitazione, al terzo piano dello stesso edificio in cui si trova la sede dei ‘Caschi Bianchi’, è possibile entrare solo dopo il riconoscimento tramite le impronte digitali. La polizia turca ha aperto un’indagine, specificando tuttavia che dal controllo delle telecamere di sorveglianza dei locali e del bagno turco della zona non sono stati rilevati, al momento, movimenti sospetti.
Le Mesurier, 48 anni, ex agente dei servizi britannici MI6, è il fondatore di MayDay Rescue, una ong impegnata nell’addestramento dei Caschi Bianchi e candidata anche al Nobel per la pace, ed era conosciuto come uno dei fondatori ed istruttore del gruppo da anni impegnato in prima linea nel salvataggio delle vittime dei bombardamenti in Siria e nel salvataggio dei superstiti dalle macerie.
Nel dare la notizia della morte la Bbc, ricorda che Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito, ha anche lavorato per le Nazioni Unite. La celebrità dei Caschi Bianchi è salita alle stelle con i video condivisi su Internet di salvataggi effettuati in seguito alle incursioni aeree russe ad Aleppo. Video che hanno infuriare Mosca e Damasco, che accusano i Caschi Bianchi di fare disinformazione e propaganda a favore dell’Occidente.
L’organizzazione si è sempre dichiarata neutrale e non ha mai avuto problemi con il governo turco. Mayday Rescue e Caschi Bianchi hanno una sede a Istanbul dal 2015, dove Le Mesurier lavorava. Attività che sono valse a Le Mesurier il cavalierato, conferitogli nel 2016 dalla Regina Elisabetta. 

Il governo valuta il sì allo scudo penale se ArcelorMittal farà rientrare gli esuberi

Spazzare via qualsiasi ipotesi di esuberi, sedersi al tavolo a trattare e il governo sarebbe pronto a ripristinare subito uno scudo penale che abbia, però, validità erga omnes. Ma in cambio ArcelorMittal dovrebbe garantire il mantenimento di tutti i posti di lavoro. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avrebbe ribadito la linea seguita dal governo ad alcuni esponenti della maggioranza. Lo riferiscono fonti parlamentari all’AGI. 
Intanto prosegue il rallentamento della produzione d’acciaio a Taranto. L’azienda oltre a sospendere da venerdì lo sbarco di materie prime sulla banchina del molo polisettoriale del porto di Taranto, ha per ora sospeso anche lo sbarco sulla banchina Costa Morena Est del porto di Brindisi. Lo dice ad Agi il segretario generale dell’Autorità di sistema portuale del Mar Adriatico meridionale, porti di Bari e Brindisi, Tito Vespasiani.
“L’ultima nave che ha fatto scalo a Brindisi per il siderurgico di Taranto è ripartita tra mercoledì e giovedì della settimana scorsa – afferma Vespasiani -. Al momento, non ci sono navi per l’ex Ilva, né previsioni di arrivo. Di solito, l’arrivo di una nave ci viene anticipato, via agenzie marittime locali, con una settimana di anticipo. Allo stato invece non c’è nulla. Quindi – prosegue Vespasiani – se dovessero arrivare prenotazioni di arrivi, queste riguarderebbero navi che giungerebbero a Brindisi nella settimana prossima”.
Gualtieri: Nazionalizzare? “Pericolosa illusione”
Un intervento della Cassa depositi e prestiti nella ex Ilva “è uno strumento che non va escluso dalla cassetta di cui disponiamo”. Lo ha affermato il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che ha però messo in guardia rispetto alle nazionalizzazioni: “L’idea – ha detto in un convegno dell’Huffpost – che con una crisi industriale lo Stato nazionalizza, compra e assorbe i costi è una pericolosa illusione. Non è di questo che si sta parlando. Abbiamo consapevolezza degli strumenti disponibili e in questo ambito li utilizzeremo”.
Secondo Gualtieri “il governo deve stabilire con molta chiarezza che noi pensiamo che avere un grande produttore moderno e sostenibile di acciaio a ciclo integrale sia di interesse strategico per l’Italia e l’Europa, e che il governo è impegnato per questo”. “Ciò richiede che si richiami al rispetto degli impegni industriali e ambientali presi e firmati – aggiunge – mentre lo Stato deve essere in grado di dare tutte le garanzie giuridiche amministrative e di politica industriale a sostegno di un momento congiunturale difficile senza mettere in discussione i patti. Non è accettabile andare a una produzione di 4 milioni di tonnellate”. Gualtieri ricorda che “la bonifica è parte integrante del piano industriale, non c’è risanamento dell’Ilva se la si chiude. Il governo deve mettere tutti gli strumenti d cui dispone, e’ un segno molto forte che abbia assunto in prima persona l’impegno. Il governo deve concorrere a identificare una soluzione per il rilancio dell’Ilva con lo sviluppo di un piano magari adattato ma non snaturato nell’esecuzione degli impegni ambientali”.