Perché la Russia non venderà missili S-300 e S400 all’Iraq

L’eventualità di un aumento dell’influenza di Mosca su Baghdad attraverso una commessa per armamenti è rinviata. Troppo vincolante l’accordo di sicurezza tra Stati Uniti e il Paese mesopotamico. Ma il Cremlino teme anche di rafforzare la posizione di Teheran e indebolire la relazione con Israele.
La Russia non ha intenzione di fornire i suoi più avanzati sistemi di difesa anti-aerea all’Iraq, che comunque non si troverebbe nella posizione di poterli acquisire. È quanto ritengono osservatori vicini ai centri del potere di Mosca e di Baghdad.

L’eventualità di un drastico aumento dell’influenza del Cremlino nel Paese mesopotamico a scapito di quella americana attraverso una commessa per armamenti ad alta valenza geopolitica si era prospettata nella seconda settimana di gennaio, dopo lo scambio di ostilità tra Usa e Iran sul territorio iracheno. Ma appare quantomeno rinviata. La più letale delle sue armi convenzionali, Vladimir Putin se la riserva per obbiettivi meno ovvi. 

«Nella situazione attuale, ogni trattativa per la fornitura di missili terra-aria S-300 o S-400 è destinata ad abortire», dice a Ultima ora Ruslan Mamedov, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa al Consiglio per gli affari internazionali (Riac), di cui è partner l’amministrazione presidenziale russa. «A Baghdad non ci sono indicazioni che si sia vicini all’acquisto di tali armamenti», afferma dalla capitale irachena Ali Mamouri, editor della testata specializzata in affari mediorientali Al-Monitor, rispondendo in audio-conferenza a una domanda di Ultima ora.

L’ANNUNCIO DI UNA TRATTATIVA BAGHDAD-MOSCA PER NUOVE ARMI

Dopo il raid che ha ucciso il comandante iraniano Qassem Suleimani nei pressi dell’aeroporto di Baghdad e la rappresaglia di Teheran sulle basi statunitensi in Iraq, politici e funzionari iracheni, tra cui il presidente della Commissione difesa del parlamento Mohammad Reza al-Haider, altri membri della stessa commissione e l’ambasciatore a Teheran Saad Jawal Qandil avevano dichiarato a media governativi russi e al Wall Street Journal che erano in corso negoziati con Mosca «visto che gli americani ci hanno più volte deluso nel rifornirci di armi adeguate». Si era lasciato intuire che il contratto potesse essere a portata di mano. Le dichiarazioni seguivano un voto parlamentare, peraltro non vincolante ed espresso solo dalla maggioranza sciita in assenza dei deputati curdi e della maggior parte dei sunniti, a favore del ritiro delle forze Usa.

Mosca non ha alcun interesse a immischiarsi nella questione delle relazioni dell’Iraq con gli Stati UnitiRuslan Mamedov, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa al Consiglio per gli affari internazionali

Una richiesta in tal senso è stata fatta dal premier Adel Abdul Mahdi al capo della diplomazia statunitense Mike Pompeo. L’atteggiamento di Washington è apparso confuso e contraddittorio, e non è stato del tutto chiarito dal comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato in cui si legge che un ritiro non è in discussione ma un riposizionamento sì. L’Iraq è legato a un accordo di sicurezza siglato con Washington nel 2008. «Mosca non ha alcun interesse a immischiarsi nella questione delle relazioni dell’Iraq con gli Stati Uniti, e in questo momento non vuole certo vederle oltremodo danneggiate da sanzioni di Washington», secondo Mamedov.

DIFFICILE PER L’IRAQ ROMPERE LA COOPERAZIONE CON GLI USA

Le batterie S-300 e S-400 sono prodotte dal gruppo russo Almaz-Antay, nella lista nera redatta dagli Usa dopo che Putin si è annesso la Crimea. La minaccia di sanzioni americane ha contribuito in passato a bloccare altre trattative tra Russia e Iraq per l’acquisto dei sistemi missilistici. L’ultima, quella aperta nel settembre del 2019 dopo attacchi di droni – israeliani, secondo Baghdad – contro installazioni della Forza di mobilitazione popolare (Pmu), milizia sciita irachena pro-Teheran.

Soldati americani in Iraq (foto Shawn Baldwin/ReflexNews/Lapresse).Ma non è solo una questione di sanzioni. «È difficile che l’Iraq possa rompere con gli Usa», dice Mamouri. «La cooperazione tecnico-militare con la Russia probabilmente aumenterà nel prossimo futuro. Ma in termini compatibili con i rapporti con Washington». Comunque, il premier Mahdi è dimissionario: resta in carica solo per gli affari correnti e non ha il potere di mettere in discussione l’accordo di sicurezza del 2008, né di prendere decisioni strategiche quali una fornitura di S-400. «Semmai, se ne potrebbe riparlare se le prossime elezioni chiariranno il quadro politico», dice Ruslan Mamedov. In aprile in Iraq si terranno le elezioni per i governatorati locali. 

LA COOPERAZIONE RUSSIA-IRAQ IN CRESCITA DAL 2014

La cooperazione militare tra Mosca e Baghdad è aumentata sensibilmente a partire dal 2014. Con l’intervento russo in Siria, sono stati implementati contratti che hanno rafforzato gli apparati di sicurezza iracheni, e si sono moltiplicate le consegne di aerei e carri armati. Però il sistema di difesa aerea S-400, versione potenziata dell’S-300, è un altro paio di maniche. Unanimemente considerato il più efficace al mondo, può distruggere a 30 mila metri di altezza come a bassa quota tutto quello che vola nel giro di 460 chilometri, anche se l’obbiettivo viaggia a 17 mila km all’ora. Almeno dal novembre 2015 è attivo in Siria, dove di fatto ha assicurato il controllo dello spazio aereo a Bashar al-Assad e ai suoi alleati.

Gli S-400 russi installati a Latakia coprono metà dello spazio aereo di Israele, incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion

È una chiave del successo dell’avventura mediorientale di Vladimir Putin. Sul piano militare, ma anche su quello politico: il potenziale sbandierato sul campo ha garantito un effetto leva utile nel far viaggiare su binari desiderabili per il Cremlino i rapporti ad hoc instaurati con i governi più o meno direttamente coinvolti nel conflitto. Per capirci: gli S-400 russi installati a Latakia coprono metà dello spazio aereo di Israele, incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion. E qualsiasi aereo decolli dal Sud della Turchia, base Usa di Incirlik compresa, è a tiro non appena alza le ruote dall’asfalto.

Vladimir Putin (Foto LaPresse/AP Photo/Alexander Zemlianichenko).A Mosca si fa notare che in un Iraq a deriva filo iraniana e anti-americana la fornitura di tali armamenti aumenterebbe indebitamente il peso geopolitico di Teheran. Con cui la Russia ha interessi in comune nella regione, ma anche divergenze. Senza contare che verrebbe inevitabilmente messa a rischio la “relazione speciale” instaurata con Israele. Gli S-400 si possono vendere alla Turchia, come avvenuto, o all’Arabia Saudita, come si sta cercando di fare. E creare così effetti divisivi tra gli Usa e i loro alleati, secondo il disegno strategico di annullare “l’eccezionalismo americano” sull’arena internazionale. Ma nelle zone di guerra combattuta, per ora della sua arma letale la Russia vuol tenersi il monopolio. 
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