Il vero obiettivo di Trump non è la pace in Medio-Oriente ma spaccare il mondo arabo

FRONTIERE. Il piano, concordato solo con Israele e quasi offensivo per la Palestina, non servirà nemmeno come base per aprire una trattativa. L’unica ratio è quella di dividere ulteriormente un fronte già lacerato. Risultato raggiunto visto che Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar hanno accolto favorevolmente la proposta.
Una umiliazione per le aspettative dei palestinesi: il piano di pace presentato da Donald Trump non può che essere definito in questi termini.

Solo tra anni si potrà comprendere la ratio di questa proposta che sicuramente verrà rigettata da tutte le componenti palestinesi anche solo come base per una trattativa.

D’altronde, se si intende seriamente avviare una trattativa non si segue certo la strada di concordare addirittura una cartina (annessa al piano) con una sola delle parti (Israele), di pubblicizzarla di fronte ai soli leader politici israeliani, ma si avanza una proposta contemporaneamente e riservatamente alle due parti (come fece Bill Clinton nel 2000 a Camp David), per poi aprire il tavolo.

IL NODO DI GERUSALEMME EST

Di fatto, la proposta di Donald Trump non servirà con tutta probabilità neanche come base di trattativa per varie ragioni. Innanzitutto ribadisce il fatto che i palestinesi non avrebbero come capitale Gerusalemme Est (proposta invece accettata dal premier israeliano Ehud Barak nel 2000), ma un quartiere della estrema periferia di Gerusalemme a Est e a nord della attuale barriera di sicurezza incluse Kafr Aqab, la parte orientale di Shuafat e Abu Dis. Non solo, Trump col suo piano ribadisce che Gerusalemme deve essere Capitale solo e unicamente dello Stato di Israele e afferma: «Il ritorno a una Gerusalemme divisa e, in particolar modo, a una divisione delle forze di sicurezza in un’area così sensibile, costituirebbe un gravissimo errore». Proposta inaccettabile per tutto il mondo islamico, non solo arabo.

Se si intende seriamente avviare una trattativa si avanza una proposta contemporaneamente e riservatamente alle due parti come fece Bill Clinton nel 2000 a Camp David, per poi aprire il tavolo

QUELL’OFFENSIVO SCAMBIO TERRITORIALE

Ma non solo questo viene imposto ai palestinesi: di fatto lo “Stato” palestinese definito da Trump si vede sottratti a favore della sovranità israeliana tutta la valle del Giordano, tutti o quasi gli insediamenti ebraici degli ultimi 20 anni in Cisgiordania e definisce una cartina della Palestina frantumata, piena di enclave israeliane e addirittura confinante solo con Israele, non più con la Giordania (tranne Gaza che confina con l’Egitto). In cambio di questo più che consistente depauperamento territoriale (e di popolazione palestinese) il piano Trump prevede un quasi offensivo “scambio di territorio”, offrendo allo Stato palestinese due enclave nel Negev a ridosso del confine con l’Egitto.

BENE IL RIFIUTO DEL DIRITTO AL RITORNO DEI PROFUGHI

Giusto, scontato e in linea col diritto internazionale il rifiuto del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi del 1948, del 1967 e dei loro eredi che comporterebbe, se fosse accettato (come richiesto dai palestinesi) il precedente di un “diritto al ritorno” dei profughi italiani di Istria o Dalmazia o dei 2 milioni dei tedeschi – inclusi i 300 mila abitanti di Danzica e loro eredi – dei territori acquisiti dall’Urss e dalla Polonia dopo la sconfitta militare nazista del 1945. Giusta anche la proposta di uno Stato palestinese di fatto privo di forze armate con capacità offensiva.

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Ingenua e molto yankee, la proposta di garantire a questo Stato palestinese così orbato, aiuti per la cifra pur enorme di 50 miliardi di dollari. Insufficiente, per le decine di migliaia di palestinesi che si trovano nelle grandi enclave della Cisgiordania passate sotto sovranità israeliana, la possibilità di scegliere tra la cittadinanza israeliana, la cittadinanza palestinese o restare come “ospiti” nelle loro zone di insediamento storico.

L’UNICA RATIO DI TRUMP È SPACCARE IL FRONTE ARABO

A fronte di questo quadro, a oggi, l’unica ratio che si può leggere nella decisione di Trump di presentare con tanta enfasi questo piano non è – lo ribadiamo – di aprire una trattativa, ma di spaccare il fronte arabo. Mossa questa che è riuscita indubbiamente. Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno aperto assolutamente alla proposta di Trump con dichiarazioni favorevoli (il Cairo) «a una attenta e approfondita considerazione della visione degli Stati Uniti per raggiungere la pace e ad aprire canali di dialogo sotto gli auspici statunitensi per la ripresa dei negoziati».

Il Cairo, Ryad, Doha e Abu Dhabi hanno sempre costituito la prima linea di supporto ai palestinesi e alla Olp e oggi Trump apre una breccia nel campo arabo attirando a sé capitali e leader arabi di primaria importanza

Indubbiamente, il Cairo, Ryad, Doha e Abu Dhabi hanno sempre costituito dal 1945 in poi la prima linea di supporto politico, ma anche economico, ai palestinesi e alla Olp e oggi Trump apre una breccia consistente nel campo arabo attirando a sé capitali e leader arabi di primaria importanza. Ma spaccare ulteriormente un fronte arabo già peraltro lacerato è una cosa, avviare una trattativa seria tra Israele e Palestina è un’altra. Soprattutto perché ci si deve ricordare che Anwar al Sadat ha pagato con la propria uccisione nel primo attentato della rete che sarebbe confluita in al Qaeda la sua decisione di riconoscere Israele ed effettuare uno scambio di territori. Abu Mazen lo ha ben presente. Questo è il contesto di un conflitto che è deflagrato a Gerusalemme esattamente un secolo fa, nel 1920, e che da allora si è sempre più inasprito fino a incancrenirsi.
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