La Brexit è compiuta: il Regno Unito è fuori dall’Ue

Dopo tre anni e mezzo Londra divorzia da Bruxelles. Il popolo euroscettico festeggia, ma non mancano le recriminazioni del fronte opposto. Johnson saluta «l’alba di una nuova era». E si prepara a un negoziato lungo 11 mesi, che dovrà definire il quadro delle future relazioni.
Il Regno Unito saluta l’Unione europea e la Manica torna a essere un confine europeo, fra il continente e l’isola. Si chiude così una pagina di storia durata quasi mezzo secolo, dal 1973 a oggi: quella del matrimonio, d’interesse eppure non privo di frutti, tra Londra e Bruxelles.

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La Brexit diventa realtà allo scoccare della mezzanotte del 31 gennaio 2020, l’Union Jack e la bandiera azzurra con le stelle europee si separano. Tra i festeggiamenti del popolo euroscettico, le recriminazioni del fronte pro Remain e il rammarico di molti: nel Regno come in altri Paesi, Italia compresa.

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Il suggello al divorzio è arrivato dall’uomo che negli ultimi mesi è riuscito far saltare il banco e a mettere fine allo stallo, dopo aver già condotto in prima fila la campagna pro Leave del referendum del giugno 2016: Boris Johnson, controverso ma vincente, e in attesa del giudizio dei posteri.

IL DISCORSO DI JOHNSON ALLA NAZIONE

In un discorso alla nazione anticipato da Downing Street, il primo ministro Tory ha fatto sfoggio di ottimismo e richiami all’unità di fronte a un Paese profondamente lacerato, anche se in maggioranza sollevato dalla sensazione di aver dato almeno un primo taglio alle incertezze. Il premier ha definito questo passaggio «l’alba di una nuova era», che «non segna una fine, ma un inizio». Ha rivendicato l’addio come «una scelta sana e democratica», sancita «due volte dal giudizio del popolo», con il referendum e con le elezioni di dicembre 2019. E ha esaltato le speranze di un rinnovato slancio, di un ruolo europeo e globale «indipendente» per Londra, ma anche di una «cooperazione amichevole» di buon vicinato con gli ex partner dell’Ue.

QUEL POTENZIALE DA «SCATENARE»

Johnson ha spronato i britannici a «scatenare tutto il potenziale» di una nazione che fu impero, a credere nel cambiamento come in una «meravigliosa opportunità di successo». Non senza insistere sulla convinzione che la direzione intrapresa dall’Ue, pur con tutte le sue «ammirevoli qualità», non fosse più adatta al destino britannico. Parole accompagnate da toni di comprensione verso «il senso di ansia e smarrimento» per quella metà di Paese che alla Brexit ha guardato come a un errore storico o a un azzardo.

E UN FUTURO PIENO DI INCOGNITE

Ora l’impegno del governo è quello di ricondurre il Regno all’unità, in modo da poter guardare avanti «tutti insieme». Ma le incognite sul futuro restano numerose e tutte da affrontare. A iniziare dal cruciale negoziato, da chiudere nei soli 11 mesi di transizione che Londra intende concedersi sino al 31 dicembre 2020, sulle relazioni post divorzio – commerciali in primis – con i 27 ex partner; e dalle scommesse sulle parallele intese di libero scambio auspicate con gli Stati Uniti e con altre potenze terze. Per non parlare delle promesse sul controllo dell’immigrazione, sugli investimenti in infrastrutture e servizi, sull’alleggerimento delle disparità a beneficio di aree depresse come il Nord dell’Inghilterra, dove l’esecutivo ha tenuto un consiglio dei ministri simbolico nell’euroscettica Sunderland. Traguardi da conciliare con le stime immediate di un possibile rallentamento ulteriore della crescita dell’economia e con non poche contraddizioni interne.

LE PIAZZE CONTRAPPOSTE

Tali contraddizioni si sono riflesse nelle piazze di Londra e non solo. Dove sono scesi dapprima, fra recriminazioni e lacrime, i gruppi di remainer non pentiti, rappresentanza di una fetta ampia di Paese che continua a masticare amaro, nonostante l’invito dei suoi stessi leader – da Tony Blair a Gina Miller – a riconoscere per ora la realtà di una battaglia perduta. E poi i sostenitori della Brexit, radunatisi a Westminster Square e dintorni per far sventolare bandiere e simboli nazional-patriottici; ma anche, in almeno un caso, per bruciare vendicativamente un vessillo europeo.

I NODI SCOZIA E IRLANDA DEL NORD

E poi ci sono le nazioni del ‘no’, l’Irlanda del Nord e soprattutto la Scozia, dove la first minister Nicola Sturgeon è tornata a invocare oggi stesso l’obiettivo di un secondo referendum secessionista. Intanto da Bruxelles e dalle varie capitali continentali, la consapevolezza del momento storico si è unita ad accenti di tristezza o rimpianto nelle voci di molti: da Giuseppe Conte a Emmanuel Macron, passando per il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, e per il commissario Paolo Gentiloni. Mentre Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha tenuto a lasciare aperta la porta al «miglior partenariato possibile» con il Regno che va via, ma ricordando che nessun accordo potrà mai essere come la membership. E dicendosi certa che non sarà «lo splendido isolamento» la soluzione ai problemi del domani.
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