Portare la Sla a Sanremo ha aiutato l’audience, non Paolo Palumbo

La sua storia è stata strumentalizzata al mero scopo di alzare l’indice di ascolti. Che cosa ci è rimasto della sua testimonianza? L’idea del ragazzo disabile sfortunato e piegato dalla malattia, esattamente il contrario di ciò che lui ci ha comunicato con la sua canzone.
Della settantesima edizione del Festival di Sanremo è stata data forte risonanza per l’attenzione dedicata ad alcune tematiche di interesse sociale. Lo abbiamo visto sia negli aspetti organizzativi della manifestazione, sia nella scelta degli e delle ospiti e delle conduttrici che spalleggiavano Amadeus, il padrone di casa, e dei monologhi che queste persone ci hanno offerto.

Effettivamente quest’anno la kermesse si sta svolgendo all’insegna dell’accessibilità e fruibilità dello spettacolo da parte di tutti e tutte: sottotitoli e servizio di audiodescrizione – novità assoluta disponibile sul digitale terreste – per gli spettatori con disabilità visiva e performers Lis, ovvero non semplici traduttori in lingua dei segni bensì professionisti che trasformano le parole e la musica delle canzoni in un’esibizione dal forte impatto artistico oltre che permettere la comprensione dei testi anche da parte di chi non può sentire. Nulla da ridire sul fronte del rispetto del diritto di accesso alla cultura e all’informazione, difeso peraltro dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità.

Che Sanremo possa essere di esempio a che si occupa dei palinsesti televisivi per migliorare la fruibilità dei programmi. E il resto? Una patina social e politically correct che ha ricoperto finora tutte le serate e che mi lascia abbastanza perplessa a iniziare dalla scelta di mantenere un unico conduttore fisso, uomo naturalmente, affiancato da 10 donne (e a tratti da Fiorello). Eh già, forse chi ha preso questa decisione temeva che affidare la conduzione della trasmissione interamente a una donna non sarebbe stata una strategia efficace nel sottolineare l’importanza dell’emancipazione femminile. Che invece che abbiamo osservato benissimo in questa dinamica da “gallo nel pollaio”.

UN FESTIVAL CHE HA MESSO IN PRIMO PIANO GLI IMPATTI EMOTIVI

A parte questo, nel corso delle serate sono state tante le testimonianze e i temi a sfondo sociale buttati lì, gettati in pasto alle emozioni viscerali del pubblico pagante (perché tutti contribuiamo a mantenere in vita il Festival pagando il canone Rai!). Il monologo di Rula Jebreal contro la violenza sulle donne, di Emma D’Aquino sulla libertà di stampa, di Diletta Leotta sulla bellezza e il tempo che passa , di Laura Chimenti, donna e madre lavoratrice, dedicato alle figlie, di Alketa Vejsiu che ringrazia l’Italia di aver accolto i suoi connazionali in fuga dall’Albania decine di anni fa.

Paolo Palumbo a Sanremo Giovani con Amadeus. I contenuti espressi in questi e altri interventi sono senz’altro importanti e meriterebbero un’attenzione, una presa di consapevolezza, un’assunzione di corresponsabilità nel farsi portavoce dei messaggi trasmessi che vanno e dovrebbero andare molto ben al di là dell‘impatto emotivo che certamente hanno generato in modo forte e chiaro. Sì, perché le emozioni suscitate da questi racconti, privi peraltro di un’adeguata contestualizzazione, sono state senza dubbio molto intense ma a manifestazione conclusa, dopo che anche la nostra ultima lacrima si sarà asciugata, cosa ci resterà?

LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL DOLORE NON SERVE A NESSUNO

È in questo contesto di emozioni facili e spettacolarizzate che, durante la seconda serata, abbiamo assistito all’esibizione di Paolo Palumbo accompagnato da Christian Pintus e dal cantautore Andrea Cutri che ha diretto l’orchestra. Ventidue anni, da quattro affetto da sclerosi laterale amiotrofica (Sla), Paolo non è riuscito a superare le selezioni di Sanremo Giovani ma è stato ugualmente invitato a cantare sul palco dell’Ariston da Amadeus. È proprio vero che a volte sono i piccoli gesti a fare una grossa differenza tra offrire a tutti pari opportunità e discriminare alcune persone e non altre. A Paolo, come moltissimi altri giovani aspiranti cantanti, è stata offerta l’opportunità di mettere alla prova le sue abilità e, al pari di tanti altri, non è stato ritenuto idoneo a proseguire la gara.

L’importante era mostrare al pubblico che Sanremo è attento alle sofferenze umane e mettere in subbuglio le pance, stimolare le ghiandole lacrimali

Perché una persona le cui competenze canore sono state ritenute inadatte alla gara è stata comunque fatta esibire? Sanremo, nonostante e al di là della supposta intenzione di sensibilizzare il suo pubblico a tematiche di forte impatto sociale, resta pur sempre una competizione canora. Il fatto che il giovane abbia di fatto partecipato alle selezioni mi sembra già un’ottima dimostrazione di come il Festival garantisca a tutti pari opportunità, perché spingersi oltre?

Paolo Palumbo con Cristian Pintus durante l’esibizione a Sanremo.Possiamo capirlo analizzando quanto è successo dopo la sua perfomance. Terminato di cantare ha parlato della sua condizione di giovane affetto da sclerosi ed il suo intervento – brano musicale prima e discorso poi – è stato accolto dalla standing ovation di un pubblico commosso e dalle accorate parole di un conduttore visibilmente emozionato dalla sua presenza. Che Paolo fosse stato valutato non idoneo a gareggiare sulla base delle sue doti canore è stato assolutamente irrilevante. L’importante, in questo caso come in quelli citati prima, era mostrare al pubblico che Sanremo è attento alle sofferenze umane e mettere in subbuglio le pance, stimolare le ghiandole lacrimali. Forse hanno trovato una connessione tra l’attivazione del sistema limbico e l’aumento dello share.

SANREMO HA PERSO UN’OCCASIONE PER PARLARE SERIAMENTE DI DISABILITÀ

La mia non è una critica a Paolo che non ha chiesto né preteso di salire sul palco ma è stato invitato a farlo da altri e aveva tutto il diritto di accettare la proposta. Quello che mi fa imbestialire invece è la strumentalizzazione che della sua storia (e delle altre) è stata fatta al mero scopo di alzare l’indice di ascolti. Che cosa ci è rimasto della sua testimonianza? L’idea del ragazzo disabile sfortunato e piegato dalla malattia, esattamente il contrario di ciò che Paolo ci ha comunicato con le sue parole.

La disabilità non è una “sfiga” personale bensì il risultato di determinate caratteristiche individuali ritenute fuori dalla “norma”

Il mondo dello spettacolo ha una forte responsabilità nei confronti di tutti noi perché contribuisce a generare e diffondere idee e teorie sulla realtà che poi diventano patrimonio del senso comune, cioé della collettività. Sanremo avrebbe avuto l’occasione di veicolare un messaggio diverso da quello a cui siamo abituati e cioé che la disabilità non è una “sfiga” personale bensì il risultato di determinate caratteristiche individuali ritenute fuori dalla “norma” e il contesto sociale non adatto ad accoglierle. Ma questa prospettiva non fa audience mentre sbattere in faccia del pubblico le umane tragedie individuali, sì. Quindi non l’ha colta. Peccato.
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