La bellezza è disciplina, merito e budget, raramente capita

Diletta Leotta, a Sanremo, ha sbagliato. La cura del proprio corpo è un fatto di impegno, costanza, e status sociale.
Il successo sempre crescente di Cosmoprof, l’evento annuale dell’industria cosmetica che quest’anno, fra il 12 e il 16 marzo, porterà a Bolognafiere circa 3 mila aziende e circa 265 mila visitatori già iscritti, è la migliore dimostrazione che la bellezza è un business che si basa sulla proiezione personale della fisicità. Lo è da quando Nefertiti chiese a Tutmosi che ne modellava il volto in pietra calcarea e gesso di eliminarle le rughe e spianarle il naso, una conclusione a cui sono arrivati i ricercatori tedeschi che lavoravano una decina di anni fa al restauro del celeberrimo manufatto esposto al Neue Kunsthalle di Berlino.

Nessuno sfugge al desiderio di far combaciare il se stesso ideale con l’immagine che gli viene rimandata dallo specchio, dunque non ci sono dubbi che l’installazione “Faces of the future”, una proiezione su basi scientifiche dei volti del prossimo decennio, sarà la più visitata della prossima edizione del salone bolognese. Chiunque vorrà riflettere sulle ipotesi evolutive della razza umana; tutti vorranno commentare la possibile immagine dei propri nipoti, il risultato estetico e l’impatto psicologico guidato da fattori come l’integrazione fra etnie e culture diverse (che sì, non solo è inevitabile, ma anche molto auspicabile) e dall’applicazione di quelle che si definiscono “moderne tecnologie” al mantenimento della bellezza.

Che no, a dispetto di quanto ha sostenuto a Sanremo la conduttrice sportiva Diletta Leotta nel suo monologo con una incredibile dose di leggerezza, dovuta certamente a una scarsa conoscenza di storia, di sociologia, di medicina, di filosofia, la bellezza non «capita». Capita di nascere graziosi, di proporzioni armoniche e fattezze gradevoli: ma il censo e la cultura, cioè lo status socio-economico e quello culturale, ne determinano lo sviluppo in modo definitivo.

I tantissimi che hanno indicato nei “rifacimenti estetico- chirurgici” di Diletta Leotta, tanti ed evidenti, il punto debole, ipocrita e se vogliamo anche un po’ suicida del suo intervento, hanno trascurato molte altre argomentazioni che andrebbero invece inserite e commentate allorquando si parli di bellezza. In primis, appunto, il fattore socio-economico: una famiglia benestante e colta, che legge, si informa, confronta le informazioni, tende a conoscere meglio le dinamiche dell’alimentazione corretta e del loro sviluppo rispetto a una dove queste stesse dinamiche vengano ignorate. Nella prima famiglia, che avrà a cuore anche il benessere psico-fisico dei propri figli, curandone l’adesione a diverse discipline sportive, i bambini cresceranno più belli, più sani, meno predisposti a malattie degenerative in età adulta. Duro da leggere, ma è così.

La bellezza viene modellata, indotta anche da fattori esogeni importanti. Poi, ci sono quelli personali, le cure. Ogni qualvolta qualcuno intona la vecchia nenia della bellezza naturale e che capita, che ci vogliamo fare, è il Signore che ha voluto così, non me ne vogliate, mi viene in mente il racconto di Rita Hayworth, figlia di guitti e saltimbanchi, e del dolorosissimo processo di elettrolisi che le imposero gli studios per modificarne l’attaccatura dei capelli e renderle il viso più luminoso. Oppure mi sovviene di Clark Gable, costretto dagli stessi studios a farsi estrarre tutti i denti, che erano neri e storti perché, appunto, era nato in una famiglia povera dell’Ohio in cui nessuno si era occupato e della sua alimentazione e della sua dentatura, e a portare al loro posto una dentiera; questo dall’età di 25 anni.

La bellezza non capita nemmeno a chi ha la fortuna di partire con un bagaglio scintillante in dotazione. Oziosamente, fra un pensiero e l’altro seguito all’incredibile monologo della Leotta, ho fatto un calcolo spannometrico lungo un arco di vita “estetica”, chiamiamola così, di settant’anni, dai quindici ai 75: fra ginnastica, manicure, parrucchiere (taglio, tintura, maschere), cure estetiche basilari come la ceretta, ormai praticata ambosessi, massaggi, la spesa minima è pari a mezzo milione di euro. Cinquecentomila euro di base, in pratica il costo di un monolocale in centro a Milano. Se vi aggiungiamo le cure estetico-chirurgiche (che a loro volta dipendono dal censo e dal livello socio-culturale di chi le fa: solo un certo tipo di persone ambisce a renderle evidenti, solo un certo tipo di donne persegue il modello di Barbie), la spesa complessiva lungo l’arco di una vita sale di altri 60-80 mila euro, ma può sfiorare i 150 mila. Dunque? Dunque la bellezza non capita mai: è disciplina, cultura, anche dolore. Dunque, merito. E anche budget.
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