Contro la scuola del Milanese Imbruttito

Andiamo verso un’istruzione che intende sviluppare soprattutto le capacità imprenditoriali dei ragazzi. Niente aspetti teorici, nessuna discussione dialettica su concetti in parte o totalmente contrastanti. Casi reali, danè, soldi. Fatturato. Il professor Tiziano Tussi nel libro curato da Colella, Generali e Minazzi.
Il volume La Scuola dell’Ignoranza (Mimesi edizioni) curato da Sergio Colella, Dario Generali e Fabio Minazzi contiene gli atti dell’omonima giornata di studi tenutasi il 26 maggio 2018 presso l’istituto Schiaparelli-Gramsci di Milano, in collaborazione con l’Università dell’Insubria.

I contributi raccolti presentano diversi punti di vista sulla scuola e sui modelli d’insegnamento, ma sono tutti concordi nel denunciare il grave stato di degrado del sistema e si pongono l’obiettivo di individuare delle soluzioni per invertire la tendenza.

Ultima ora.it pubblica un estratto del capitolo «Contro la scuola dell’ignoranza» del professor Tiziano Tussi.

La copertina del volume La Scuola dell’Ignoranza.  

La fede nell’informatica si evince anche nei dibattiti sull’uso delle tecnologie del settore a scuola. Fino a poco tempo fa il cellulare era bandito durante le ore di lezione, ora, dal ministro, pardon ministra, Fedeli in poi, pare che l’atteggiamento verso questa frontiera computeristica stia velocemente cambiando. L’accettazione della presenza del cellulare a scuola, nelle classi, durante le ore di lezione, ha fatto la sua apparizione, ancora sottotono, ma di belle speranze, per il futuro. Anche per questo strumento, una macchina complessa nelle sue applicazioni, nella scuola italiana si sono raggiunte arrendevolezze sorprendenti, senza nessuna voglia di capire di più del mezzo e delle conseguenze di un suo uso esclusivo: come anche a scuola il telefonino?!? Dato che gli stimoli più innovativi, che provengono dall’Amministrazione, vanno nel senso dell’apprendimento di capacità imprenditoriali diffuse, almeno così recita la presentazione del Sillabo da parte del Miur, evidentemente anche i mezzi informatici si trovano perciò in posizione di punta: imprenditorialità e internet, le altre due “i” di derivazione berlusconiana. 

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Vediamo i due punti di seguito. «Scopo dell’introduzione dell’Educazione all’imprenditorialità è quello di sviluppare nelle studentesse e negli studenti attitudini, conoscenze, abilità e competenze utili non solo per un loro eventuale impegno in ambito imprenditoriale, ma in ogni contesto lavorativo e in ogni esperienza di cittadinanza attiva». Perdiamo un po’ di tempo per sottolineare, ancora una volta, alcune perle del modernismo lessicale incombente. Innanzitutto, bisogna specificare il genere degli studenti. Se non si fa si incorre in una retrogradazione umiliante. Il genere in grammatica oramai è d’obbligo, e poco importa che abbia senso. Poi il Sillabo sembra una specie di tintura di iodio di militaresca memoria. Per ogni malattia veniva proposta tale medicina. Qui il Sillabo va bene per ogni lavoro, sicuramente l’imprenditore, ma anche il magazziniere, il pollivendolo, in ogni esperienza, dice testualmente il documento, il giovane ne trarrà beneficio. Come ciò sia possibile non è spiegato. E infine, perché farcelo mancare, la cittadinanza attiva. Con tale terminologia noi copriamo, con una coperta intellettuale smisurata, ogni comportamento sociale, attivo non dimentichiamoci. 

Ma poi si insiste sul lato imprenditoriale e si capisce come tutte queste democratiche aperture siano l’indoramento della pillola: «Questa importante azione è in linea con l’obiettivo chiave di promuovere e sviluppare le abilità imprenditoriali…condividendo l’idea che le competenze di imprenditorialità possano affiancare le competenze disciplinari, per far sì che giovani diventino cittadini attivi, creativi e dotati di spirito e di iniziativa. Per la prima volta, quindi, si introduce strutturalmente l’Educazione all’imprenditorialità attraverso il Sillabo dedicato, costruito attraverso il coinvolgimento di circa 40 stakeholder (tra cui rappresentanze nazionali, fondazioni, attori del mondo dell’innovazione, imprese, mondo cooperativo e altri attori della società civile)». 

Non male per un ministro che viene dal sindacato! In ogni caso stakeholder privati – che vuole dire detentori d’interesse, cioè i luoghi di lavori nelle figure dei dirigenti degli stessi – con una spolveratina cooperativistica, che hanno a cuore l’allenamento alle capacità imprenditoriali degli studenti, pardon, delle studentesse e degli studenti, italiani. E meglio sarebbe, per il raggiungimento dell’obiettivo, quindi una serie di «percorsi dedicati, promuovendo metodologie di insegnamento che favoriscano la dimensione pratica…basata su casi reali…».

Niente aspetti teorici, nessuna discussione dialettica su concetti in parte o totalmente contrastanti. Casi reali, danè, soldi. Ci sostiene sempre il Milanese Imbruttito che inneggia al fatturato ogni momento della sua giornata, in effetti accompagnandolo, così è nei filmati su Youtube, con un alto peana anche all’organo di riproduzione femminile, che inizia, volgarmente, sempre con la stessa consonante di fatturato.  
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