La Chiesa cattolica riparta dal latino e dai canti gregoriani

Mentre i fedeli praticanti calano a vista d’occhio, si assiste a un revival delle antiche liturgie, soprattutto tra i giovani. Non è semplice nostalgia, ma ricerca estetica e forse di una identità che si è persa. Segno del grande equivoco generato dal Concilio Vaticano II.
Le chiese sono sempre più vuote e il cattolicesimo praticato, anche in Italia, sembra seguire i destini delle chiese protestanti, ormai con i fedeli in absentia.

Introibo ad altare Dei, diceva il prete avviando il rito della messa. E alla fine l’Ite, Missa est chiudeva ogni celebrazione, salmodiato a volte con un infinito vocalizzo gregoriano di rara eleganza al termine di una funzione solenne in una chiesa tutta incenso, con tre celebranti, mobili e ieraticamente disposti a geometria variabile lungo l’altare.

Deo gratias, rispondeva l’assemblea, tirando all’infinito nelle solennità con altrettanto elaborati ed eleganti vocalizzi.

IL LATINO COME LINGUA LITURGICA IDEALE E IMMORTALE

Erano formule preziose, diceva negli anni in cui venivano abbandonate Wystan H. Auden, che non era cattolico romano ed è considerato con Thomas S. Eliot il più grande poeta di lingua inglese del 900. Non è nemmeno chiaro fino a che punto Auden fosse tornato, a 60 anni, alla religione anglo-cattolica dell’infanzia, o se si trattasse per lui di un fatto essenzialmente estetico, ma definiva la liturgia «un tenersi insieme con il passato e con chi non c’è più». E il latino, in quanto lingua immobile e non più cambiata dalle parole quotidiane, era la lingua liturgica ideale e immortale.

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Concetti che peraltro lo stesso Giovanni XXIII, il padre del Concilio, ebbe chiaramente a esprimere nel febbraio 1962 nella sua Costituzione apostolica Veterum Sapientia «sullo studio e l’uso del latino», confermato «tesoro di inestimabile valore» sottovalutato dagli «smaniosi di novità» e solido ponte con il passato. Ma da tempo parte notevole dei vertici cattolici pensa male del passato, e chissà, forse ha ragione. Del tutto ignorata da sempre, la Veterum Sapientia resta un fallito tentativo di saggezza.

SI RESPIRA UN’ATMOSFERA DI REVIVAL

Tutto è finito molto tempo fa perché, questa la vulgata, i vescovi cattolici in comunione con il papa e ispirati dallo Spirito Santo decisero con il Concilio Vaticano II di abolire il latino e di cambiare radicalmente tutta la liturgia. Ma non è vero. Era una nuova apertura al mondo e una renovatio, il così conciliare “rinnovamento”, continua la vulgata. Il latino tuttavia è rimasto, sui toni anch’essi aboliti si direbbe del canto gregoriano, in un angolino del cuore di una parte dei vecchi fedeli, o semplici estimatori, anche giovanissimi, per l’estetica forse, o anche per altro. Accade, si passi il paragone non blasfemo, un po’ come con il revival dei dischi di vinile o delle macchine fotografiche analogiche, cioè a pellicola, perché vinile e pellicola hanno dimostrato di avere qualcosa che è bene non del tutto perdere.

«MAGIA, ESTETICA E LA MINIMA PERCEZIONE DELL’ALTROVE»

Lo notava tra gli altri di recente, su La Repubblica, Paolo Rumiz, in un lungo articolo sul ritorno del gregoriano ovviamente in latino e il gusto di questi canti da parte di vari gruppi giovanili. Non una nostalgia da anziani quindi, visto che la fine ufficiale di quel mondo fu nel novembre del 1969, per sofferto decreto papale di Paolo VI e a quella data molti di quanti amano oggi intonare un Credo in unum Deum o un Veni Creator Spiritus in gregoriano non erano neppure nati. Eppure, osserva Rumiz, trovano significati profondi in una liturgia che la Chiesa ufficiale ha da decenni di fatto e in parte anche de iure abolito, e che molti preti guardano con fastidio.

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Questi giovani sono contro papa Bergoglio, che certamente è molto più per le lingue parlate dal pueblo che per il latino? No, dice Rumiz, per nulla, li muove «solo il desiderio di assistere a una bella celebrazione, di aver un po’ di magia, un bel canto e una minima percezione dell’Altrove».

L’EQUIVOCO SULLA SACROSANTUM CONCILIUM

Sul punto centrale della liturgia, centrale perché i riti sono mezza religione e come si prega si crede e come si crede si prega, anche chi non sa nulla di teologia o diritto canonico o altro può dire qualcosa. Prima di tutto si può dire che in campo liturgico il Concilio ha compiuto con la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium che occupò nel 1962-63 tutta la prima parte dei lavori un’opera vasta come in nessun altro campo fu fatto dalla successive sessioni, concluse nel dicembre del ’65. Secondo, che la Costituzione non abolì affatto il latino, anzi dice che rimane la lingua franca del cattolicesimo e va salvaguardato e onorato, pur dando più spazio, molto più spazio, alle lingue parlate. Forse avrebbero dovuto indicare esempi applicativi di come questo doveva avvenire, dicendo subito per esempio che cosa doveva restare, della messa, in latino.

In Italia va a messa solo il 20% dei cattolici, a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove

LERCARO E GLI ABOLIZIONISTI

La Costituzione non lo fa e fu un errore, ma non lo fece perché i circa 2.400 vescovi erano già ben divisi in tre campi: quelli che volevano abolire il latino ma non potevano dirlo; quelli, pochi e disorientati, che non volevano nei riti le lingue moderne se non marginalmente e non potevano dirlo; e quanti volevano cambiare molto, dopotutto di rinnovamento liturgico si stava con insistenza parlando dalla fine dell’800 come minimo, ma senza distruggere del tutto una identità culturale che comunque il latino ecclesiastico rappresenta. Questi ultimi non riuscirono a imporsi, anche se lo stesso Paolo VI era di questo sentire. I più forti furono gli “abolizionisti” e anche gli italiani svolsero un grosso ruolo, guidati dal cardinale Giacomo Lercaro, genovese, arcivescovo di Bologna e deciso assertore del principio che l’uso della lingua nazionale avrebbe riportato i fedeli in chiesa. cruciale, a fianco di Lercaro, il ruolo di Don Giuseppe Dossetti, l’ex politico democristiano diventato prete e convinto come vari altri presbiteri e non, fra i più celebri David Maria Turoldo, che l’abolizione dei riti tradizionali fosse la forma migliore di testimonianza del rinnovamento ecclesiastico, insieme a una ritrovata povertà della Chiesa.

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Quindi la Sacrosantum Concilium fu in realtà rivoltata come un calzino, e nel post-Concilio il principale artefice di questo fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, alla fine allontanato da papa Montini dall’incarico di rinnovatore della liturgia ed esiliato alla rappresentanza vaticana a Teheran. Ma ormai i giochi erano fatti. Perché questo voleva in molti Paesi la maggioranza, o una combattiva minoranza, del clero. Parliamo solo italiano o solo tedesco e così via, e i fedeli torneranno. Non è andata così. Un recente studio commissionato all’Università di Friburgo dai vescovi cattolici tedeschi e dalle maggiori confessioni protestanti della Germania dice, proiettando le tendenze attuali, che nel 2060 i 45 milioni di credenti (in Germania si dichiara al fisco la religione, o la non religione, e si paga eventualmente una sostanziosa tassa a favore della propria chiesa) saranno ridotti a poco più di 22 milioni.

GLI AGGIORNAMENTI DEL PADRE NOSTRO E DEL GLORIA

In Italia, roccaforte una volta della partecipazione alla messa festiva, ormai va più o meno regolarmente a messa solo il 20% dei cattolici, forse meno, e a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono eccessivo della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove. «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale», dice la Sacrosantum Concilium. Parole. Da decenni in molte chiese non vengono più intonati se non per sbaglio inni latini famosi e bellissimi, ce n’è una dozzina almeno fra i più noti, e il tentativo di adattare testi italiani ai vocalizzi gregoriani, fatti per una lingua più concisa, spesso cade nel ridicolo. E il tutto continua.

Le nuove traduzioni del Padre Nostro e del Gloria sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

I vescovi italiani hanno ora concordato due cambiamenti, uno nel Padre Nostro e uno nel Gloria, che sono due perle della cultura dell’”aggiornamento“. La formula «…e non ci indurre in tentazione…» diventa «e non abbandonarci alla tentazione», mentre nel Gloria in Excelsis «…e pace in terra agli uomini di buona volontà», espressione che è ai vertici dell’ecumenismo, diventa «…e pace in terra agli uomini amati dal Signore». Questo apre il capitolo su chi sono gli uomini amati dal Signore, perché le parole sono macigni in una religione che, come tutte quelle strutturate, cammina sulle parole e sui concetti che queste iscrivono. Le nuove traduzioni sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

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BOUYER E LA “DECOMPOSIZIONE” DEL CATTOLICESIMO

Qualcuno aveva visto tutto dall’inizio. «Una volta di più occorre dire qui le cose come stanno», scriveva nel 1968, mezzo secolo fa, il francese Louis Bouyer, ex pastore luterano diventato a 30 anni prete cattolico, teologo di rango, liturgista, docente in Europa e negli Usa, perito al Concilio dove arrivò da progressista e riformatore liturgico e uscì perplesso, amico di Paolo VI che lo avrebbe voluto cardinale, ma lui rifiutò. «Non c’è praticamente più una liturgia degna di questo nome, al momento, nella Chiesa cattolica. La liturgia di ieri non era molto di più di un cadavere imbalsamato. Quella che oggi si chiama liturgia non è molto di più di un cadavere decomposto». Bouyer lo scriveva nel 1968 in un pamphlet che gli inimicò mezzo episcopato francese, e per questo rifiutò il cardinalato. «Sarebbe una nomina troppo controversa», disse in sostanza a Paolo VI. Il libretto si intitolava La décomposition du catholicisme.
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