L’ex ambasciatore Boffo racconta il legame storico tra Italia e Yemen

Il diplomatico racconta il rapporto tra Roma e San’a e spiega perché dovrebbe essere il nostro Paese a tutelare il patrimonio culturale di questa civiltà. Ma denuncia: «Non abbiamo più la capacità di essere una leva della politica internazionale».
Quattro anni vissuti in Yemen, dal 2005 al 2010. Anni che Mario Boffo, ex ambasciatore italiano a Sana’a, definisce, con una punta di nostalgia, «interessanti».

Fino al 2008 il Paese era abbastanza sicuro, pieno di turismo. Certo già allora vi era il rischio di sequestri per i visitatori, ma il fine era sempre quello di ottenere qualche tipo di rivendicazione dal governo: una volta ottenuta, le persone rapite venivano liberate. «Durante la mia permanenza», racconta Boffo a Ultima ora.it, «furono rapiti cinque italiani, me ne occupai io: per fortuna tutto si risolse senza danni per nessuno».

A partire dal 2008, però, le cose cambiarono. Al-Qaeda «iniziò a sequestrare e uccidere gli stranieri in vacanza nel Paese, per minare quella che era una fonte importante di guadagno per lo Yemen: il turismo».

LA CENTRALITÀ GEOPOLITICA DEL PAESE

«Arrivato nel Paese, non ci misi molto a rendermi conto di tre cose», prosegue l’ex ambasciatore. «In primo luogo che lo Yemen detiene un’importanza strategica fondamentale, in quanto domina lo stretto Bab al-Mandab, centrale per molti commerci, fra cui il petrolio: se divenisse impraticabile, lo stretto di Suez sarebbe inutile e tutte le navi dovrebbero circumnavigare l’Africa». Solo quelle italiane, per dare un’idea, ogni anno sono circa 2 mila. «Ho compreso anche», continua Boffo, «che lo Yemen è diverso da tutti gli altri Paesi del Golfo per la sua storia e per la capacità che ha avuto di contribuire alla crescita della stessa civiltà umana». Il Paese, infatti, è stato culla delle grandi civiltà islamite ed è patria di innumerevoli dinastie che per secoli si sono contese la penisola.

ITALIA, PRIMO INTERLOCUTORE

«Infine», sottolinea l’ex ambasciatore, «il Paese è stato centrale nella storia d’Italia: siamo stati i primi a riconoscerlo come Stato nel 1926, quando eravamo in Eritrea e c’erano quindi tutti i motivi di tessere buone relazioni con il vicinato, specie durante la caccia ai protettorati». L’Inghilterra, infatti, in quel periodo cercò di estendere il suo dominio in Yemen e l’Italia, un po’ per contrastare gli inglesi «non propose di creare un protettorato, ma un accordo paritario in cui riconosceva piena sovranità e indipendenza allo Yemen», sottolinea Boffo. Per questo l’Italia divenne il primo interlocutore del Paese.

QUEGLI ITALIANI CHE HANNO FATTO LA STORIA DELLO YEMEN

Non è un caso, quindi, che siano molti gli italiani a essere noti e apprezzati in Yemen: Giuseppe Caprotti, per esempio, «stabilì una agenzia di commercio a San’a’ già nel 1880 e divenne un punto di riferimento internazionale ed ebbe una onoreficenza da Israele quando aiutò gli ebrei yemeniti». In 30 anni passati in Yemen, Caprotti aveva recuperato un numero consistente di manoscritti (quasi 2 mila codici) che, nel 1909, giunsero alla Biblioteca Ambrosiana di Milano: oggi è la collezione più importante in Europa.

Grazie all’appello che Pasolini lanciò all’Unesco, San’a divenne in seguito patrimonio mondiale dell’umanità

Altro connazionale importante è Cesare Ansaldi, capo della missione medica italiana di San’a. Fra il 1929 e il 1932 scrisse Yemen nella storia e nei miti, un libro, spiega Boffo, «straordinario e ancora oggi attuale per comprendere questo Paese». Insieme ad altri medici che collaborarono alla stesura del libro, curò fino all’inizio degli Anni 60, in piena rivoluzione, gli ultimi imam e i primi presidenti, divenendo punto di riferimento sociale per popolo e autorità, oltre che personaggio di rilievo nella storia yemenita.

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Anche Amedo Guillet soprannominato dai suoi soldati eritrei Commundàr es Sciaitan (Comandante Diavolo), ha lasciato un segno nel Paese mediorientale. Quando approdò nello Yemen venne subito convocato dal re e dal principe ereditario che volevano conoscerlo. Rientrato in patria fu nominato ambasciatore in Yemen, dove ritornò rinsaldando l’amicizia tra i due Paesi, interrotta durante la guerra. Lo stesso Pier Paolo Pasolini si innamorò del Paese e vi girò all’inizio degli Anni 70 il documentario Le mura di San’a, «dove ben si comprende la necessità di preservare questa sapienza antica», specifica l’ex ambasciatore. Grazie all’appello che lanciò all’Unesco, la città divenne in seguito patrimonio mondiale dell’umanità.

ROMA E QUEL RAPPORTO PRIVILEGIATO CON SAN’A

Per molti anni imprese italiane importanti investirono risorse per ristrutturare edifici e parti di città.«L’Istituto Veneto per il Restauro e la Conservazione (Ivbc) ad esempio fu contattato per realizzare i soffitti lignei della Grande Moschea di San’a direttamente dallo Stato, senza intervento della cooperazione», racconta Boffo. Durante i lavori, durati dal 2006 al 2015, sono stati rinvenuti dei manoscritti, antiche pergamene del VII secolo: l’Italia se ne interessò subito e propose una collaborazione ai ministri della religione che, con grande apertura, si dimostrarono entusiasti. «Poi venne la guerra e tutto si fermò», continua Boffo, «sappiamo che queste carte dovrebbero essere custodite nella “casa dei manoscritti” (Dar al-Makhṭūṭāt – DAM, ndr) e che sono pronte a un intervento, appena possibile».

Nel 2009 durante il G7 in Italia venne inserito nella relazione del ministro degli Esteri un paragrafo sullo Yemen, in cui lo si dichiarava a rischio di instabilità e lo si designava come luogo di cui urgeva occuparsi

In anni più recenti, allo scoppio della primavera yemenita, l’Italia fondò il gruppo internazionale “Amici dello Yemen” e spinse i Paesi del G8 a occuparsi di quel territorio. Nel 2009 «sotto la nostra guida», sottolinea l’ex ambasciatore, «il G7 inserì nella relazione del ministro degli Esteri un paragrafo sul Paese, in cui lo si dichiarava a rischio di instabilità e lo si designava come luogo di cui urgeva occuparsi». L’Italia ha quindi continuato ad avere un grande ruolo verso lo Yemen: «Ricordo con piacere un accordo di formazione strategica, tattica e tecnica siglato con le due rispettive guardie costiere: l’Italia fornì progetti di buona accoglienza per i rifugiati del corno d’Africa. Inoltre, ci occupammo per un anno intero della valorizzazione delle missioni archeologiche e anche di collaborazioni giudiziarie», precisa Boffo.

UN PAESE DIMENTICATO DALLA STAMPA INTERNAZIONALE

Attualmente l’Italia non potrebbe assumere un ruolo da mediatore nella crisi yemenita, neppure volendo: «L’Italia non ha più la capacità di essere una leva della politica internazionale», dice non senza rammarico Boffo, «a relazione privilegiata con lo Yemen, di cui sono stato testimone e osservatore diretto, oggi si è raffreddata. Quello che potrebbe e dovrebbe fare l’Italia, a mio avviso, è mantenere accorti contatti diplomatici con il governo riconosciuto in Yemen, con l‘Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, senza far nulla, restando pronti, una volta tornata la pace, a contribuire alla ricostruzione e alla tutela del patrimonio culturale yemenita».

Un bambino dentro un palazzo distrutto nella città di Taez, in Yemen.LEGGI ANCHE: La pace in Yemen non è più un miraggio

L’inizio della guerra «è stato per me stimolo a dare forma al libro che avevo iniziato e che per 13 anni era rimasto fermo», rivela il diplomatico. Il titolo scelto, Yemen l’eterno, non è casuale: «L’auspicio è che, nonostante tutto, questo popolo umanamente provato, ferito nella sua cultura e danneggiato nel suo patrimonio, risorga dalle sue ceneri, perché è un popolo con uno spirito che non potrà essere distrutto». Questo libro fa parlare luoghi e persone, nei resoconti di uno sceicco vegliardo, in quelli di un aristocratico discendente del Profeta, nelle vicissitudini di un anonimo venditore di improbabili souvenir, nelle conversazioni di scrittori straordinari, nei racconti di una signora di centocinque anni di età, del villaggio di Bait Baus. «Tutto quello che vi ho inserito è reale», sottolinea Boffo, «è il Paese a raccontare se stesso, ma se lo facesse oggi, parlerebbe di un territorio distrutto e di una popolazione devastata dalla guerra».

La stampa dedica poco spazio alla guerra yemenita e quando lo fa, si limita a descrivere un luogo disastratoMario Boffo, ambasciatore italiano in Yemen dal 205 al 2010

Le stime Onu del 2019 segnalano che circa 24 milioni di yemeniti (l’80% della popolazione) necessitano di assistenza umanitaria. Eppure si tratta di un tema che a livello editoriale «non vende», se non nelle brevi e struggenti descrizioni fatte dai media. «La stampa dedica poco spazio alla guerra yemenita e quando lo fa, si limita a descrivere un luogo disastrato, dove le persone muoiono di bombe e stenti, mentre le bambine si sposano prima dei 15 anni», conclude l’ex ambasciatore. «Tutte cose verissime, ma dimenticano cosa è stato, cosa rappresenta e cosa torneranno a essere, dopo questa sanguinosa guerra, lo Yemen e la sua popolazione».
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