I conservatori in Iran puntano a un nuovo “Parlamento di guerra”

Il nuovo Parlamento iraniano che uscirà dalle elezioni di venerdì “dovrà pensare ai problemi della gente, come l’alto tasso d’inflazione e disoccupazione”, ma anche “indossare la divisa da guerra” e non accettare di trattare con gli Stati Uniti da una posizione di debolezza, come ha fatto invece l’attuale governo del presidente Hassan Rohani. È la convinzione diffusa negli ambienti conservatori a Teheran, a pochi giorni dalle elezioni legislative di venerdì in cui, con molta probabilità, il fronte ultraconservatore prenderà il controllo del Majlis (l’Assemblea legislativa della Repubblica islamica), prospettando un difficile ultimo anno di mandato per il presidente ‘centrista’ Hassan Rohani.
Agli occhi dei loro oppositori politici, il presidente e il suo governo sono colpevoli di “essersi fidati” degli Stati Uniti e dell’Europa firmando quello che qui si chiama Barja’m (l’accordo sul nucleare del 2015, Jcpoa); agli occhi, invece, di parte dell’elettorato sono responsabili di non aver attuato riforme e mantenute le promesse di un miglioramento degli standard di vita. In questi ultimi due anni seguiti all’uscita unilaterale di Washington dal Jcpoa, i conservatori hanno spinto per un’agenda più radicale.
Ora, incoraggiati dalla massiccia partecipazione popolare ai funerali del generale Qassem Soleimani, ucciso in un raid americano il mese scorso a Baghdad, i conservatori (che in Iran sono raggruppati sotto il nome di ‘principalisti’) guardano alla consultazione del 21 febbraio come l’opportunità di plasmare una nuova Assemblea che porti avanti una politica di scontro totale con gli Stati Uniti.
“Non si può dialogare con l’America da una posizione di debolezza come ha fatto Rohani, dobbiamo rafforzarci ancora di piu’ per poter poi trattare”, spiega convinto Mahmoud Reza Amini, 60 anni, direttore dell’agenzia privata d’informazione Mojnews.com e al quale era stato chiesto di candidarsi nelle fila dei conservatori a Teheran.
La sede dell’agenzia è stata scelta per ospitare alcuni appuntamenti elettorali di Mostafa Aqa-Mirsalim, ex aspirante alla presidenza nel 2017 e oggi candidato nella lista dei conservatori Iran-e Sarboland, guidata dall’ex sindaco di Teheran, Mohammad Baqer Qalibaf. Nel suo ufficio è appesa una foto che lo ritrae in divisa, nel 1979, accanto a un giovane Khamenei, venuto a dare sostegno all’occupazione della principale caserma di Isfahan, durante la Rivoluzione.
“Più noi diventiamo forti, più l’America si dovrà avvicinare”, continua il giornalista, ricordando con orgoglio la risposta del regime iraniano all’uccisione di Soleimani: “Abbiamo avuto il fegato di alzare la testa contro gli Stati Uniti e attaccare le loro basi in Iraq, non era mai stato fatto dalla Seconda Guerra Mondiale; ma non è finita qui, continueremo con i missili”.
“La politica della massima pressione degli Usa è così tremenda e senza precedenti che la radicalizzazione dell’Iran era un risultato naturale e prevedibile”, ha spiegato al Financial Times Saeed Laylaz, analista di aerea riformista. “Sono a favore di chi, come Qalibaf, sostiene che il dialogo con gli Stati Uniti così come sono oggi non serve”, spiega all’AGI Mohammed Ghaderi, direttore del quotidiano Tehran Times, il più antico in lingua inglese nel Paese e per metà finanziato dallo Stato.
Ghaderi non nasconde le sue simpatie politiche, pur tenendo a sottolineare che queste non influiscono sul suo lavoro di giornalista. “Il nuovo Parlamento iraniano”, a suo dire, “sarà più dinamico perché entreranno molti più giovani e dovrà muoversi in un contesto internazionale del tutto diverso, con un’America più violenta”.
“Il nostro Majlis”, ammonisce, “dovrà mettersi la divisa da guerra, perché Trump ha sfoderato la spada e non possiamo rimanere a guardare”. La resistenza alla pressione Usa, che di fatto ha isolato economicamente l’Iran, ha un prezzo alto per la popolazione alle prese con inflazione, disoccupazione, mancanza di prodotti base come i medicinali.
“Il popolo resisterà, è una battaglia che possiamo sostenere anche perché ci stiamo affrancando dalla dipendenza dall’export petrolifero”, dice Mohamad Hossein Ansarifard, analista di economia e politica e consulente di diversi ministeri, “ho parlato con numerosi alti funzionari iraniani e tutti dicono lo stesso: per uscire da questa miseria dobbiamo rafforzarci economicamente, militarmente e politicamente. L’Iran deve continuare a investire nella sua influenza regionale, perché è quella che danneggia gli americani”. 

CategorieSenza categoria