Revenge porn e licenziamento: se una donna è vittima due volte

Non bastava l’umiliazione subita: il datore di lavoro di una 40enne di Brescia ha deciso cacciarla dall’azienda per danno d’immagine. Sottoponendola a un doppio abuso. Ma non possiamo dimenticare che siamo tutti responsabili. Ricordate Tiziana Cantone?
Immaginate di aver realizzato un video hot con il vostro compagno, marito, amante o chiunque sia. Tutto tra le quattro mura della vostra camera da letto, d’accordo che non sarebbe mai uscito da lì. Immaginate invece che le cose vadano diversamente: viene inoltrato a centinaia di numeri di cellulare e finisce online. La sua diffusione è inarrestabile, come qualsiasi contenuto gettato in Rete. La vergogna, l’umilazione e la rabbia sono indescrivibili. Ma non finisce qui: succede che dopo aver sporto denuncia il vostro datore di lavoro vi licenzi. Sì, avete capito bene. Per «danno d’immagine». La sua. Sembra una beffa, ed è quello che è realmente accaduto a una donna bresciana.

LA BEFFA AI DANNI DI UNA DONNA BRESCIANA

Il 15 febbraio 2020 la procura di Brescia ha indagato tre persone per revenge porn. Si tratta di uomini che sono stati denunciati da una donna di 40 anni, una professionista bresciana, che aveva realizzato personalmente video che dovevano rimanere privati e che invece sono diventati virali. Il Giornale di Brescia ha raccontato che la donna ha sporto denuncia dopo che anche il suo numero di cellulare è passato di chat in chat varcando persino i confini nazionali (avrebbe ricevuto telefonate dal Sudamerica). In un supplemento di denuncia la 40enne ha fornito altri nominativi e contatti di chi avrebbe contribuito a far girare i video allegando anche screenshot di chat di poliziotti e carabinieri nelle quali i video hot sono girati. Uomini in divisa che hanno commentato il filmato senza fermarne la diffusione.

UMILIATA E LICENZIATA: COLPA DI TROPPE TELFONATE

Qualche giorno dopo l’inizio dell’indagine, la donna, già vittima di revenge porn, ha subito un altro abuso: è stata licenziata da uno degli studi per i quali lavorava. Il licenziamento sarebbe scattato per un danno di immagine e il datore di lavoro ha spiegato di aver ricevuto chiamate da uomini che volevano un appuntamento con la professionista «senza far riferimento alla problematica da affrontare e senza lasciare recapito telefonico».

IL REVENG PORN È REATO SOLO DAL 2019

Il reveng porn, diffusione illecita di immagini o di video sessualmente espliciti, in Italia è reato da luglio 2019, grazie all’articolo 10 della legge numero 69. Un delitto introdotto per contrastare legalmente la moda di diffondere foto e video hard realizzate con il consenso dell’interessato e diffuse senza nessuna autorizzazione, ledendo privacy, reputazione e dignità della vittima. Il termine revenge porn è nato alla fine degli Anni 90 negli Stati Uniti, dove un sito omonimo già allora pubblicava materiali intimi con lo scopo dichiarato di consentire «vendetta» («revenge») a chi si ritenesse offeso o vilipeso dal comportamento altrui. Di solito chi usa il revenge porn come arma è un ex offeso per un tradimento o semplicemente arrabbiato. Un fenomeno grave e per fortuna da pochi mesi punibile, ma di ancora più grave in questa storia c’è un passaggio ulteriore: il licenziamento della donna offesa.

ABBIAMO GIÀ DIMENTICATO TIZIANA CANTONE?

Come è possibile che un datore di lavoro anziché capire la delicata posizione della dipendente decida di tagliarla fuori per danno di immagine? Come può sentirsi una donna violata per mano di una persona di cui si fidava, esposta alla pubblica gogna con viso e corpo esposti, e poi persino licenziata, quindi vittima due volte? Ci siamo dimenticati di Tiziana Cantone, la 30enne che si tolse la vita per smettere di dover sopportare l’umiliazione continua di un video hard finito sulle chat WhatsApp di tutta Italia? Ci siamo dimenticati di quanto sia pericoloso vivere un oltraggio del genere ed essere derise e chiamate troie senza che a tutto questo venga messa la parola «fine»? Tiziana Cantone la parola «fine» purtroppo ha scelto di scriverla da sola. Ma a nessun’altra donna e nessun altro uomo deve ricapitare. E tutti noi siamo responsabili. Datori di lavoro e non solo.
Leggi tutte le notizie di Ultima ora su Google News oppure sul nostro sito Ultima ora.it

CategorieSenza categoria