L’artista che diede inizio alla protesta dei graffiti sul muro di Berlino

Se siete stati a Berlino in vacanza, per lavoro o semplicemente di passaggio, vi sarà capitato di vedere questi strani pupazzi con le teste ovali impressi su tazze, magliette, stampe o su oggetti di merchandising di vario genere; ma vi siete mai chiesti il perché?
Non sono i protagonisti di un famoso cartone animato tedesco, ma sono il simbolo di una delle proteste di graffiti più importanti del ‘900, quella che ancor oggi permette al muro di Berlino e ciò che ne rimane, di essere considerato la più grande galleria a cielo aperto del mondo.

L’uomo che diede inizio a tutto questo è un artista francese, si chiama Thierry Noir, e  tutt’ora vive e lavora a Berlino.
Agli inizi degli anni Ottanta, con due franchi in tasca e tanta voglia di cambiare il mondo, si trasferì nella capitale tedesca affascinato dalla grande onda culturale che sotto le note di David Bowie e Iggy Pop stava invadendo le strade, le case e i locali di Berlino Ovest.
Non potendosi permettere l’affitto, Noir trovò riparo in una casa occupata nel quartiere di Kreuzberg: un ex dormitorio per infermiere poi trasformatosi in un vivace centro culturale crocevia di artisti e sognatori. La caratteristica principale di questa casa era la vista panoramica sul muro di Berlino.
Oggi quell’affaccio verrebbe considerato privilegiato, ma in quegli anni, gli anni in cui il mondo era diviso in due enormi blocchi ideologici contrapposti, era sinonimo di paura, tristezza e controllo.

 

 

 

 

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I took this photo in 1986 from the window of the squat where I lived at Bethaniendamm in Berlin-Kreuzberg. It shows some of my earliest Berlin Wall paintings and on the other side the pristine white East Side of the Wall. Here we can see a “GDR Pioneer” cleaning squad clearing away waste from West Berlin. In those days it was popular to throw everything over the wall: empty bottles, refuse bins and diapers! For some it was a political act and people would scream at the same time “Scheiss DDR (fuck the GDR”). I myself never threw anything over the Wall. It was not my style. Often soldiers would come over the Wall with a megaphone to tell me to stop painting and to step back inside West Berlin. I would do so without any comments. The wall was not the actual border but set 5 metres within the real East-West line. By painting the wall I was officially in East Berlin and the soldiers would often try to catch me.
Un post condiviso da Thierry Noir (@thierrynoir) in data: 8 Nov 2019 alle ore 2:10 PST

Fu proprio quell’affaccio, ripetuto in loop come una scarica di pallottole della Grenztruppen, la polizia di frontiera dell’Ex Germania Orientale, a far scattare nella testa di Noir la voglia di provare a cambiare le cose; ed essendo un artista, si armò di colori, bombolette spray e illegalità dando inizio alla storica protesta dei graffiti berlinese.
Il suo obiettivo era quello di arginare il muro a una dimensione ridicola e provare così a distruggerlo, almeno ideologicamente.
Di lì a poco, molti altri artisti si unirono alla protesta cominciando a tappezzare in lungo e largo la parte ovest della muraglia berlinese; da Kiddy Citny a Keith Hering, da Christophe-Emmanuel Bouchet a Indiano, tutti uniti per trasformare il grigiume oppressivo della “cortina di ferro” in un’entità nuova, piena di colori e speranza.
Nel 1987, grazie a un incontro con Wim Wenders, la protesta iniziata da Noir ebbe l’occasione di diventare immortale. Il regista, affascinato dall’importanza simbolica delle opere di Noir, gli propose di dipingere una parte del muro per il suo film capolavoro “Il Cielo sopra Berlino.
In un’intervista rilasciata qualche tempo fa all’ Independent, Noir dichiarò di non aver provato tristezza nel veder cadere insieme al muro cinque anni di lavoro: “Non era un progetto artistico, era un confine mortale. Centotrentotto persone furono uccise a causa del muro: tutti erano contenti che se ne andasse”.
La notte del 9 novembre 1989, oltre al muro, caddero molte delle opere simbolo di questa rivoluzionaria protesta creativa, ma in fin dei conti era proprio quella la loro missione; vivere e morire in nome della libertà.

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