Dite a Giorgia Meloni che in Cina non c’è più Mao

La leader di FdI dopo la querelle sulla videoconferenza di Joshua Wong attacca Pechino e diventa paladina dei diritti civili dei manifestanti di Hong Kong. Viene il dubbio che sia ancora convinta di avere a che fare con uno Stato comunista.
Giorgia Meloni è un fenomeno virale, come dimostra il successo del video tormentone-rap Io sono Giorgia.

Da qualche tempo però Giorgia-madre-donna-cristiana sta spopolando online, e non solo, anche in una nuova e davvero inedita veste: si è lanciata a testa bassa – sembrerebbe – in una strenua lotta per la difesa della democrazia e della libertà in …. Cina.  

Già, proprio così. E in un certo senso non ci sarebbe nemmeno tanto da meravigliarsi, di fronte all’evidente inadeguatezza della sinistra italiana che riesce ormai a farsi “sorpassare” (almeno a parole…) dalla destra persino su un terreno di lotta storico, come quello della difesa dei diritti civili e umani. Ma andiamo per ordine, e cerchiamo di capire da dove ha origine questo nuovo exploit di Giorgia-madre-donna-cristiana.  

IL VISTO NEGATO A JOSHUA WONG

Tutto nasce dalla lontana Hong Kong e dalle dichiarazioni del giovane leader alla guida della rivolta che infiamma l’ex colonia britannica ormai da giugno, Joshua Wong. Wong era stato invitato in Italia dalla Fondazione Feltrinelli per partecipare a un convegno sui temi della democrazia a fine mese, ma il governo di Hong Kong gli aveva prontamente negato il permesso di espatrio con la scusa che il ragazzo è in libertà vigilata, in attesa di giudizio con l’accusa di “manifestazione non autorizzata”. A quel punto, alcuni parlamentari italiani, con Meloni in testa, hanno organizzato un incontro con lui in Senato. Ovviamente in videoconferenza. La Cina, com’era prevedibile, non ha gradito, e l’ambasciatore cinese in Italia si è fatto prendere molto poco diplomaticamente dal nervoso e l’ha fatta, decisamente, fuori dal vaso, attaccando i parlamentari colpevoli, a sentire Pechino, di avere tenuto un «comportamento irresponsabile» dando voce a un «pericoloso agitatore» (!) come il giovane e occhialuto – e davvero inoffensivo – Wong.

IL TWEET DI MELONI CONTRO LA CINA

A quel punto Meloni ha tirato fuori le unghie e per tutta risposta, in un tweet di fuoco, ha rispedito al mittente le «dichiarazioni arroganti e intollerabili» della Cina. «Noi siamo un Paese sovrano e democratico» ha tuonato più o meno la leader di Fratelli d’Italia, «e non permettiamo  a nessuno di interferire negli affari interni del nostro parlamento e di dettare l’agenda ai nostri parlamentari»!  E fin qui… come darle torto? 

Inaccettabili dichiarazioni Ambasciata Cinese in Italia sull’iniziativa organizzata in Senato, anche da FDI, con #JoshuaWong uno dei leader della protesta di #HongKong. La libertà di espressione in Italia esiste e non prenderemo di certo lezioni dalla #Cina su questo argomento. pic.twitter.com/HSBTp027Ky— Giorgia Meloni ن (@GiorgiaMeloni) November 30, 2019

Ma il trionfo della nuova Super-Giorgia, neo-paladina della democrazia e dei diritti (dei cinesi e dei parlamentari italiani) non si è esaurito lì, perché lo stesso Joshua Wong ha addirittura ritwittato il tutto. Insomma, pare che ormai dietro alla porta di Meloni ci sia la fila di attivisti provenienti da ogni parte del globo dove la democrazia è a rischio, per pregarla di indossare il suo super-mantello e intervenire subito.

A QUANDO LE CRITICHE A PUTIN E ORBAN?

Questo idilliaco, quanto inedito, quadretto, però, non ha convinto tutti – compreso chi scrive – e ha spinto più d’uno a domandarsi cosa hanno in comune la difesa della libertà di pensiero e di espressione con una forza politica di destra che spesso e volentieri ha chiuso un occhio sui raduni di neofascisti, l’esibizione di striscioni inneggianti a Mussolini, i saluti romani, le violenze razziste, l’antisemitismo, la xenofobia, e così via. Adesso siamo tutti in trepidante attesa di nuove dichiarazioni al calor bianco della neo-paladina pro-democrazia contro i metodi decisamente poco democratici di Vladimir Putin – per esempio – nei confronti degli oppositori politici e dei giornalisti  scomodi o dell’amico Viktor Orban che ha appena vietato la diffusione nel suo Paese dei report di Amnesty International. E invece silenzio assoluto, ieri come oggi e sicuramente domani.

IL PARTITO COMUNISTA DI CINESE È TALE SOLO DI NOME

Sorge spontaneo a questo punto domandarsi: ma non sarà che Meloni si sia tanto infervorata contro Pechino per via del fatto che, in Cina, il Partito al potere si chiama ancora comunista mentre, come è evidente a tutti, di comunista gli è rimasto ormai poco o niente, anzi proprio niente? Insomma: gliel’avranno detto che è da un pezzo che in Cina non governano più i comunisti di Mao Zedong?

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