La durata del governo Conte è sempre più un rebus

Il referendum sul taglio dei parlamentari è stato il convitato di pietra nella cerimonia di auguri di fine anno di Sergio Mattarella alle alte cariche. Nei capannelli che si snocciolano sotto i lampadari illuminati del salone delle Feste del Quirinale, tra una stretta di mano e qualche frase sottovoce, l’argomento della giornata di ieri è stata la valutazione delle ripercussioni del referendum sulla durata della legislatura.
Giuseppe Conte ha mostrato sicurezza: “Abbiamo tanto da fare ancora”, la consultazione “non influenza e non può influenzare l’agenda” di governo, perché “sono percorsi istituzionali”. Per poi assicurare: “Giorno dopo giorno lavoro per risolvere i problemi”. Poco più in là altri non mostrano altrettanta serenità. Nessuno vuole commentare apertamente il possibile referendum. Ma a taccuini chiusi tutti ammettono: “La finestra per poter votare si allunga”.
Anche se tra gli alleati della maggioranza comincia il gioco di accuse reciproche: un ministro del Pd sospetta che sarà “Italia viva a far cadere il governo”, mentre un dirigente di Italia Viva respinge la palla: “sono i dem a voler andare al voto”.
Il timore del Pd è che la Lega, magari con la sponda di Iv, potrebbe approfittare di questi ‘tempi supplementari’ della vecchia norma con cui si eleggono 945 deputati per attirare con la sirena della rielezione i senatori M5s dissidenti necessari a far cadere il governo: l’obiettivo, è il sospetto nelle fila governative del Pd, è che il Carroccio voglia chiudere la legislatura anche prima delle elezioni in Emilia Romagna per capitalizzare un consenso che comincia a mostrare qualche cedimento, votando con il Rosatellum.
Se infatti la Consulta desse il via libera anche al referendum chiesto dalla Lega, anche questo, in caso di crisi di governo, si terrebbe dopo le elezioni politiche (come già successo nel 2006). Dalla Lega per ora giunge solo il commento di Matteo Salvini che si schiera a favore del taglio dei parlamentari ma nessuno di loro vuole legare il referendum alla durata della legislatura.
Di certo c’è solo che per il Quirinale la situazione, dal punto di vista istituzionale, ha dei paletti ben precisi. Se ci sarà la crisi di governo già a gennaio, il referendum non potrà essere considerato di per sè un salvacondotto per non votare. Altri governi non sono previsti, essendo già state ‘sperimentate’ le due maggioranze possibili e di certo non si può lasciare il Paese appeso a un governo traballante per mesi, magari con i mercati internazionali in fibrillazione.
Dunque, a meno di una sorprendente (e al momento fuori da ogni radar) richiesta bipartisan di lasciar proseguire il governo Conte, si andrebbe a votare e il referendum costituzionale (e anche l’eventuale referendum elettorale chiesto dalla Lega, in caso di ok della Consulta) si terrebbero alcuni mesi dopo il voto.
Ovviamente, ma questa è una valutazione politica, si considera che le forze politiche dovrebbero assumersi la responsabilità di far votare gli italiani con una legge di fatto già vecchia, che verrebbe soppiantata subito dopo il referendum che si terrebbe pochissimi mesi dopo le elezioni. Con il risultato di avere un Parlamento a rischio delegittimazione.
In passato addirittura, nel 1994, l’allora presidente Scalfaro sciolse le Camere perché era stata approvata una nuova legge elettorale. Non sarà questo il caso, il Paese non può sopportare tre elezioni in quattro anni. Ma a poche ore dalla notizia del raggiunto quorum di 64 firme necessarie per il referendum, il peso politico di ogni passaggio viene già esaminato dalle forze politiche in ogni suo aspetto: se da un lato c’è la sirena della rielezione di 945 parlamentari con un sistema elettorale conosciuto, dall’altro c’è il fattore di una campagna referendaria contro il popolare argomento propagandistico del taglio di 345 parlamentari. Nelle prossime ore i partiti si riuniranno e cominceranno a disegnare le loro strategie, ma di certo la notizia del possibile referendum non ha contribuito a rasserenare il clima.

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