Ottant’anni fa il Papa rimetteva piede al Quirinale (chiudendo Porta Pia)

A Roma faceva freddo: il giorno dopo ci sarebbe stata una di quelle rare ed epocali nevicate che la città ama ricordare per decenni. L’Europa invece bruciava da due mesi, a partire da Danzica. Il mondo era cambiato, ed il Papa decise che era il momento, magari per fare fronte comune contro un comune avversario, di fare la pace, se non addirittura un patto con il diavolo. A casa del diavolo, che prima era stata casa sua.
Il diavolo, per i sette decenni precedenti, si era chiamato Savoia: prima Vittorio Emanuele, poi Umberto, poi un altro Vittorio Emanuele. Erano loro che al Papa Re avevano tolto la casa, i ricordi e la corona. Raccontano le cronache che il 30 Settembre del 1870 Mastai Ferretti se ne era andato poche ora prima dell’arrivo dei bersaglieri, ma aveva lanciato la scomunica, piombato l’accesso al piano nobile del Quirinale e – si sussurrava – persino maledetto chi nel Sacro Palazzo avrebbe posto, da quel momento in poi, la sua dimora. Enrico De Nicola, per questo motivo, ancora nel 1946 si rifiutò di alloggiarvi, e pace se era il primo capo dello Stato dell’Italia Repubblicana: meglio non provocare la sorte.
L’Italia anticlericale postrisorgimentale guardava dal Quirinale l’altro colle del potere, il Vaticano, e se ne faceva beffe. Pazienza se Pio IX si era portato via anche la mobilia: grandi balli in quello che era stato fino ad allora il salone del Concistoro salutavano l’arrivo dei nuovi padroni, le loro nascite, i loro sposalizi. Mai prelati o cardinali erano invitati: avrebbero risposto comunque con un “non possumus”.
E anche quando Benito Mussolini aveva preteso di chiudere la Questione Romana con gli accordi del 1929, Oltretevere continuò a trattare i Savoia da usurpatori, perché è vero: Lui stava a Palazzo Venezia, residenza di Paolo III Balbo, ma Loro si erano presi il meglio, il gioiello che Sisto V aveva voluto a ribadire che il Papa era Re di Roma. Dio gliela aveva data, e guai a chi aveva osato toccargliela.
Ma era stato proprio Mussolini, imprevedibilmente e involontariamente come spesso accade nella Storia, a cambiare radicalmente la situazione. I due colli, posti quasi dirimpetto l’uno all’altro, scoprivano che in fondo non esistevano solo cose che li dividessero. Ve n’era anche una che poteva unirli: l’insofferenza crescente verso il Duce.
La Chiesa stava smaltendo la sbornia dei Patti Lateranensi, anche perché da Palazzo Venezia si iniziava a pretendere che persino l’Azione Cattolica passasse sotto il controllo del regime. Nei sacri palazzi si iniziava anche a sentire la presenza di un pretino giovane e mingherlino, figlio di un deputato del Partito Popolare e amico personale di Don Sturzo. Si chiamava Giovan Battista Montini. Avrebbe fatto ancora molta carriera.
Da parte sua lo stesso Vittorio Emanuele III ha i suoi ottimi motivi per soffocare vicino ad un Capo del Governo come quello. Nelle cerimonie pubbliche “Giovinezza” viene suonata prima della Marcia Reale, le scelte che contano vengono prese senza nemmeno la formale cortesia di un’informativa. Persino quando viene proclamato l’Impero, e ai Savoia arriva una corona di prestigio formale tale e quale a quella cinta per secoli dagli Asburgo, il protagonista della giornata non è il Re novello Imperatore, ma il duce conquistatore.
Il sovrano si sente ridotto al rango di Granduca da operetta, soprattutto ora che il momento delle decisioni irrevocabili sta scoccando sul quadrante della Storia. Hitler ha mosso guerra alla Polonia e alla Gran Bretagna, quanto alla Francia i suoi carriarmati penetrano verso Parigi come un coltello nel burro. A Roma il suo alleato freme per coprirsi di gloria, perché la vittoria pare facile e rapida.
Ma sempre a Roma – contrari alla guerra e all’alleanza con la Germania – Papa e Re decidono di dimenticare il passato, perché il presente è terribile e il futuro incerto. Avviene così che al Quirinale si presenta l’uomo che per ultimo ci si sarebbe aspettati arrivasse. L’uomo che lasciava per l’occasione una sicura cittadella fortificata dove si era recluso spontaneamente proprio per non dover dividere nemmeno uno sguardo con i Savoia. Insomma: a bussare al Portone Principale questa volta è il Papa in persona, e porta letteralmente un ramoscello d’olivo. È il 28 dicembre 1939, ottant’anni fa. Si chiudeva il Risorgimento.
A dir la verità una settimana prima, il 21 dicembre, era stato Vittorio Emanuele accompagnato da Elena, che presso il Vaticano gode di non poche simpatie, a passare il Tevere. Lo avevano già fatto, i reali, persino dopo la firma dei Patti Lateranensi, ma Sua Santità non aveva contraccambiato la visita: salire al Colle, passare il Portone, presentarsi da ospite – gradito, per carità, ma pur sempre ospite – per le scale fatte erigere da Gregorio XIII costava ancora troppo dolore.
Ma ora Pio XII, che è un diplomatico consumato, sa attribuire ai segni il loro giusto valore, quando si tratta di gettare un seme politico che potrebbe, chissà, risparmiare all’Italia una seconda, inutile strage. Di fronte alla tragedia mondiale che incombe, il rimpianto deve scomparire. Riceve il re contrario alla guerra e contraccambia di cuore la cortesia. Il Quirinale cessa di essere l’incarnazione del sopruso, e diviene luogo dell’incontro. In fondo, è l’ultimo grande servigio che il palazzo rende alla Chiesa che lo ha voluto.
I filmati dell’epoca ci mostrano il seguito pontificio che passa con incedere solenne per le stanze e per gli scaloni. Hanno ancora l’aspetto dei padroni di casa, ma quando è il padrone di casa ad alienare spontaneamente i suoi beni, la cosa fa meno male, e quel giorno viene sancito, una volta per tutte, il passaggio di proprietà. Non come ammissione di impotenza di fronte ad un atto di forza, ma come quasi consegna di un lascito. La ferita ora è cicatrizzata, e nel giro di pochi anni non se ne vedrà nemmeno più il segno. Tanto più che quando un pontefice tornerà a porgere il suo saluto, al Quirinale non ci sarà ad accoglierlo un Savoia. Né a lui importerà ormai molto di aver perso cotanto palazzo.

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