Un anno di sondaggi: come sono cambiate le preferenze di voto 

Il 2019 sarà probabilmente ricordato come uno degli anni più “movimentati” della storia politica recente del nostro Paese. Un anno segnato da una serie di importanti appuntamenti elettorali: le Regionali (in Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Piemonte e infine Umbria), le Amministrative in quasi metà comuni dei comuni italiani e soprattutto le Europee del 26 maggio.
Ma il cambiamento forse più significativo dell’anno che va a chiudersi è avvenuto “a urne chiuse”: la crisi di governo, in pieno agosto, che ha portato alla fine del Governo Conte I e alla nascita del Governo Conte II. Non stupisce quindi che con l’arrivo del 31 dicembre si moltiplichino i bilanci e le analisi mirate a individuare chi sono i vincitori e gli sconfitti di questo 2019.
Proviamo allora a tracciare anche noi un bilancio, prendendo in considerazione lo “stato di salute” dei partiti misurato in termini di consenso presso i cittadini, e basandoci sul nostro strumento per eccellenza: la nostra Supermedia settimanale dei sondaggi.

Un primo bilancio lo possiamo ricavare dal confronto tra il consenso di ciascun partito misurato a inizio 2019 (la prima Supermedia risale al 10 gennaio) e quello misurato invece in chiusura di anno. Da questo primo bilancio sembrerebbe che i primi due partiti (Lega e Partito democratico) siano rimasti sostanzialmente fermi, che vi sia un unico grande sconfitto (il Movimento 5 Stelle) e un solo grande vincitore (Fratelli d’Italia), insieme a una serie di “new entry”, principalmente nell’area di centrosinistra (a cominciare da Italia Viva).
Ma si tratta di un bilancio superficiale: è vero che in alcuni casi le variazioni registrate sono piuttosto macroscopiche – soprattutto se confrontate con quelle che siamo abituati a vedere, che si riferiscono ad un intervallo di tempo molto più breve (due settimane); ma è anche vero che un bilancio di questo tipo “nasconde” un andamento durante l’anno che, nella gran parte dei casi, è stato parecchio altalenante. Come del resto emerge piuttosto bene dal grafico di tutte le 43 rilevazioni della nostra Supermedia nel 2019.

A inizio anno il primo partito era la Lega, con poco più del 31% dei consensi e circa 5 punti di vantaggio sul Movimento 5 Stelle, che a sua volta ne aveva 8 sul Partito democratico; Forza Italia era il quarto partito, di poco sotto il 10%; tutti gli altri partiti erano sotto il 5%.
A distanza di quasi 12 mesi, la Lega è sempre sola al comando, ma il M5S è sprofondato al terzo posto, dietro al Pd; FdI ha soppiantato FI al quarto posto, mentre sulla soglia del 5% il partito di Berlusconi è seguito da vicino da Italia Viva, il nuovo partito fondato da Matteo Renzi a settembre. Vediamo nel dettaglio qual è lo stato di forma almeno per ciò che riguarda i principali partiti.
Lega

A prima vista, come dicevamo, la Lega sembrerebbe non essersi mossa da dov’era a gennaio. Ma le apparenze ingannano: le vittorie del centrodestra alle Regionali nei primi mesi dell’anno (Abruzzo, Sardegna, Basilicata) hanno spinto il partito di Matteo Salvini intorno al 33%, un dato ulteriormente migliorato alle Europee (34,3%).
L’effetto bandwagon di quella vittoria (prima di allora la Lega non si era ancora manifestata come primo partito in un’elezione nazionale, ma solo nei sondaggi) ha portato a toccare livelli incredibili, addirittura superiori al 37% (luglio). La scommessa persa in agosto, col tentativo fallito di andare subito al voto dopo aver fatto cadere il governo, ha fatto ritornare la Lega su livelli più contenuti, sia pure comunque superiori al 30%.
Nel frattempo, però, la Lega non è più al governo del Paese e Salvini non riesce più a imporre la sua agenda nella stessa misura di quando era Ministro dell’Interno. Per questi motivi riesce difficile annoverare la Lega tra i vincitori di questo 2019.
Partito democratico

Il 2019 del Partito Democratico sembra la “copia a rovescio” di quello della Lega. Un anno che il partito finisce sugli stessi valori con cui l’aveva iniziato (18% circa), peraltro analoghi a quello – pessimo – registrato in occasione delle Politiche 2018. Eppure, anche il Pd ha vissuto i suoi alti e bassi: con il congresso che in primavera ha eletto Nicola Zingaretti nuovo segretario (dopo un anno di “reggenza provvisoria” di Maurizio Martina) il partito ha conosciuto un momento di vitalità che l’ha portato nuovamente intorno al 20%, soglia abbondantemente superata alle Europee (22,7%) e nei mesi immediatamente successivi (intorno al 23% tra giugno e luglio).
In seguito alla crisi di agosto, però, il PD ha scelto di non andare a nuove elezioni, e ha accettato di formare un governo con il M5s, acerrimo nemico (nonché ispiratore della “campagna di Bibbiano”) soltanto fino al giorno prima.
Subito dopo, Zingaretti ha subìto la scissione da parte dei renziani, che hanno fondato Italia Viva: una buona parte dei consensi (4-5%) di cui è accreditato il nuovo soggetto di Matteo Renzi proviene, secondo tutti i sondaggi, proprio da ex elettori democratici. Inevitabile, quindi, che il PD conoscesse una flessione negli ultimi mesi, che lo ha riportato ai valori di inizio anno. Ma anche qui, come per la Lega, il bilancio va oltre ai numeri: e con il ritorno al governo, e un nuovo segretario pienamente in carica, si può parlare di un 2019 più positivo che negativo per il Pd.
Movimento 5 stelle

Gli ultimi 12 mesi del Movimento 5 Stelle sono stati una sorta di calvario. Paradossalmente, si potrebbe dire, poiché il partito di Luigi Di Maio è stato l’unico a restare al governo in questo periodo di tempo. Il saldo rispetto a gennaio è impietoso: quasi 10 punti persi (dal 26% al 16,3%), con in mezzo pesanti sconfitte in tutte le elezioni locali (Regionali e Amministrative) e soprattutto il record negativo in un’elezione nazionale con il 17,1% delle Europee.
Certo, anche i consensi verso il M5S non hanno avuto un andamento costante: dopo la crisi di agosto, soprattutto grazie al modo in cui il premier Conte (divenuto in quella circostanza il leader “de facto” del M5S in contrapposizione a Salvini) è riuscito a restare in sella, il Movimento è tornato per un po’ sopra il 20%, tornando a insidiare la seconda posizione del Pd.
Ma da quel momento i consensi hanno ricominciato a calare inesorabilmente, a causa di una gestione di governo poco brillante e auna leadership incerta. Il 2019 è stato certamente l’anno peggiore nella giovane storia del Movimento fondato da Beppe Grillo.
Fratelli d’Italia

Come si è detto, FdI è l’unico vero partito “vincitore” di questo 2019. Il partito di Giorgia Meloni ha più che raddoppiato i consensi, superando Forza Italia e sfondando il tetto del 10% proprio a dicembre. La crescita di consensi è figlia di un posizionamento coerente, di netta contrapposizione al Movimento 5 Stelle e quindi all’opposizione tanto del governo giallo-verde (Conte I) che di quello giallo-rosso (Conte II).
Il buon risultato delle Europee di maggio (6,5%, il migliore finora ottenuto da FdI in un’elezione nazionale) e l’esito degli sviluppi di agosto hanno messo le ali a Giorgia Meloni, che ha potuto rivendicare di averci sempre “visto giusto” sulla poca affidabilità del M5S come partner di governo per la Lega e sulla necessità di puntare a nuove elezioni per ottenere una maggioranza di centrodestra autosufficiente.
Nelle ultime settimane la crescita di FDI si è accompagnata al calo della Lega: non è da escludere che si sia verificato un trasferimento di elettori dall’uno all’altro partito, e ciò nel 2020 potrebbe sfociare in una rivalità tra Salvini e Meloni che fino ad oggi – visti i rapporti di forza – non si era ancora vista.
Forza Italia

Forza Italia ha proseguito anche nel 2019 il suo declino, iniziato in maniera irreversibile alle Politiche 2018 quando la creatura di Silvio Berlusconi (per la prima volta nella sua storia) ha perso la palma di primo partito del centrodestra. L’obiettivo, tutt’altro che irrealistico a giudicare dai sondaggi di inizio anno, era quello di ottenere almeno il 10% alle Europee per frenare la discesa, contando sul ritorno di Berlusconi nell’agone politico dopo aver riacquisito la piena candidabilità.
Fermatasi addirittura sotto il 9% (8,8%) in occasione del voto europeo, FI ha perso progressivamente appeal presso gli elettori di centrodestra, vedendosi superare a destra da FdI e subendo anche la concorrenza al centro di nuovi soggetti di ispirazione liberale (Cambiamo di Toti, Italia Viva, Azione) che potrebbero eroderne ulteriormente i consensi anche nel 2020. Nonostante un calo tutto sommato contenuto rispetto a gennaio (-2,1%) Forza Italia è quindi da iscriversi tra gli sconfitti di questo 2019.
E gli altri?
Il quadro politico è mutato non solo per quanto riguarda i rapporti di forza tra i principali partiti, che abbiamo appena visto. Il 2019 ha visto la nascita (oppure la ri-affermazione) di nuovi soggetti politici. Ad inizio anno, infatti, l’unico soggetto politico vero e proprio oltre a quelli già menzionati era Più Europa (che proprio a gennaio ha tenuto il suo primo congresso con l’elezione a segretario di Benedetto Della Vedova).
Con l’avvicinarsi delle Europee, altri soggetti si sono dati una struttura: La Sinistra ha presentato una lista, sia pure orfana di quella componente ex Pd insieme alla quale l’anno prima alle Politiche aveva formato il cartello di Liberi e Uguali (LeU); questo rassemblement non ha avuto molta fortuna alle Europee (1,7%) ma negli ultimi mesi il consenso verso una generica “lista di sinistra” è cresciuto, forse anche in seguito all’ingresso nella nuova maggioranza di governo (con Roberto Speranza al Ministero della Salute).
Anche i Verdi si sono (ri)strutturati con una nuova lista (Europa Verde) che ha ottenuto un discreto 2,3% sull’onda del movimento “Fridays for future”, e che sembra farà parte di una più ampia coalizione progressista nel prossimo futuro. Ma soprattutto nella seconda metà dell’anno sono nati due nuovi soggetti: Italia Viva (4-5%) e Azione (2-3%), entrambi da ex esponenti del Pd ma che guardano all’area liberale e centrista con un atteggiamento tra lo scetticismo e l’aperta ostilità nei confronti dell’esperienza di governo con il Movimento 5 Stelle.
Insomma, tra i vincitori del 2019 andrebbe forse citata anche la “vitalità” mostrata dai piccoli partiti: pochi di loro attualmente sono in grado di incidere sugli equilibri di Parlamento e Governo, ma è molto probabile che avranno un ruolo non del tutto marginale negli appuntamenti elettorali del 2020 e sugli sviluppi futuri della politica italiana.

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