Centinaia di manifestanti contro l’ambasciata americana di Baghdad

La folla ha tentato l’assalto dopo i raid che hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall’Iran. Lanciati lacrimogeni e granate stordenti, i feriti sono 32. Trump accusa Teheran: «Sono loro i responsabili».
Centinaia di persone hanno tentato di assaltare l’ambasciata americana di Baghdad, per protestare contro i raid Usa nel Nord dell’Iraq che il 29 dicembre hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall’Iran. Un gruppo di manifestanti è riuscito a superare la prima recinzione e le truppe americane hanno lanciato lacrimogeni e granate stordenti per disperderli. L’ambasciatore Matthew H. Tueller e parte del personale diplomatico sono stati allontanati, l’assedio è ancora in corso e ci sono 32 feriti.

TRUMP ACCUSA TEHERAN

Come riportato dal New York Times, la folla che a tentato di assaltare l’ambasciata si è staccata dal corteo funebre organizzato per celebrare i 25 miliziani uccisi. I manifestanti hanno marciato verso la Zona Verde di Baghdad, dove ha sede l’ambasciata americana. E una volta raggiunto il palazzo hanno urlato: «Down, down Usa!» e «Morte all’America!». Secondo la Bbc una delle torrette di guardia è stata data alle fiamme. Il presidente americano Donald Trump, su Twitter, ha accusato l’Iran di essere direttamente responsabile dell’attacco.

Iran killed an American contractor, wounding many. We strongly responded, and always will. Now Iran is orchestrating an attack on the U.S. Embassy in Iraq. They will be held fully responsible. In addition, we expect Iraq to use its forces to protect the Embassy, and so notified!— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) December 31, 2019DISTRUTTE LE TELECAMERE DI SICUREZZA

Le guardie di sicurezza si sono ritirate all’interno dell’ambasciata, mentre i manifestanti hanno lanciato bottiglie e distrutto le telecamere di sicurezza all’esterno. La folla ha quindi appeso fuori dalle mura le bandiere gialle della milizia Kataeb Hezbollah.

MEDIO ORIENTE IN FIAMME

L’Iran aveva avvertito l’amministrazione Trump che ogni attacco ai combattenti sciiti in Iraq e Siria avrebbe provocato una reazione. E lo stesso governo iracheno si era detto pronto a rivedere le proprie relazioni con Washington dopo le incurisoni americane sul proprio territorio. Lo scontro in atto rischia di incendiare ulteriormente il Medio Oriente, già martoriato dalla guerra civile in Siria, dal conflitto in Yemen e dalla lotta a ciò che resta dell’Isis.

AMERICANI NEL MIRINO

Dal 28 ottobre almeno 11 attacchi di gruppi sciiti filo iraniani hanno preso di mira basi militari irachene dove sono dispiegati soldati o diplomatici statunitensi. L’ultimo venerdì 27 dicembre, quando alcuni missili hanno centrato una base che ospitava militari americani a Kirkuk, uccidendo un contractor statunitense e provocando feriti anche tra il personale locale. Da qui la risposta americana: una pioggia di fuoco contro le basi dei miliziani sciiti non solo in Iraq, ma anche in Siria. I raid aerei, condotti in entrambi i Paesi, si sono concentrati su cinque basi delle milizie Kataeb Hezbollah, strettamente legate ai corpi speciali dei Pasdaran iraniani. L’obiettivo era indebolire la loro capacità di offesa, distruggendo depositi di armi e centri di comando. Ma per Teheran si è trattato senza mezzi termini di «terrorismo».

LE CRITICHE DI MOSCA

Dura la condanna del presidente Hassan Rohani: «Il tempo delle sanzioni e delle pressioni contro di noi finirà. Lo scopo dei nemici è farci cedere e sedere al tavolo dei negoziati per accettare tutto ciò che vogliono». Rabbiosa anche la reazione di Baghdad: «Le forze americane hanno agito in funzione delle loro priorità e non di quelle degli iracheni. I raid violano la sovranità dell’Iraq e sono contrari alla regole d’ingaggio della coalizione» anti-Isis. Critiche anche da Mosca, che ha definito i bombardamenti «inaccettabili e controproducenti» in una nota del ministero degli Esteri.
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