Luci e ombre del ventennio targato Vladimir Putin

L’ascesa al potere da semi-sconosciuto. Gli anni d’oro, suoi e della Russia. Le crisi economiche e quelle diplomatiche. Com’è cambiato il capo del Cremlino dal 1999 a oggi.
Il fatto che fosse già primo ministro non rendeva la scelta poi così ovvia. Di primi ministri Boris Yeltsin ne aveva già consumati parecchi. Ma quando il presidente, il 31 gennaio del 1999, si dimise e lo nominò suo successore ad interim, Vladimir Putin non era più un premier qualsiasi. Durante i cinque mesi scarsi del suo governo era diventato molto popolare. Dopo gli attentati agli edifici residenziali che in settembre avevano provocato oltre 300 morti e un migliaio di feriti nella capitale e in due altre città della Russia, Putin aveva immediatamente accusato i separatisti della Cecenia e ordinato il bombardamento di Grozny. «Li annienteremo anche giù per il cesso, se è il caso», aveva dichiarato mentre scatenava la seconda e definitiva guerra di Mosca contro la repubblica caucasica ribelle.

Lo stile di Putin era in linea con la necessità di riaffermare il potere statale disgregatosi insieme all’Urss

Il suo stile “da gangster” ai russi era piaciuto. Era in linea con la necessità di riaffermare il potere statale disgregatosi insieme all’Urss e di uscire dagli sconvolgimenti politici, economici e sociali che negli Anni 90 avevano devastato la vita dei cittadini. Una certa dose di brutalità si confaceva ai tempi: poteva esser considerato un prezzo da pagare in vista di una futura normalità. 

L’”OPERAZIONE SUCCESSORE” DI YELTSIN

Le ipotesi secondo cui gli attentati ai condomìni fossero stati organizzati dai servizi di sicurezza per chiudere i conti con la secessione cecena e per portare Putin alla presidenza sono circostanziate. Il Cremlino anziché fugare i dubbi li ha alimentati intralciando la ricerca della verità. Comunque stiano le cose, in seguito a quegli eventi l’uomo che nell’ultimo giorno del millennio fu messo a capo della Russia aveva ormai un gradimento sufficientemente alto da far prevedere un’agevole conferma elettorale alle presidenziali che ci sarebbero state in primavera. L’”operazione successore”  studiata da Yeltsin e dal suo entourage poteva dirsi riuscita. 

Vladimir Putin è al quarto mandato da presidente della Federazione Russa.Mentre i rating e la salute del capo andavano a picco e si faceva sempre più concreta la possibilità di azioni penali legate alle liberalizzazioni selvagge che avevano messo l’economia ex-sovietica in mano agli oligarchi, si trattava di dare il potere a qualcuno in grado di garantire che il presidente uscente e le persone a lui vicine non fossero perseguite, e che gli asset creati da quella che è stata definita “la svendita del secolo” non fossero messi in discussione. Fu scelto un burocrate con un background nei servizi segreti, di cui erano noti efficienza, pragmatismo scevro da pretese ideologiche e assoluta fedeltà ai superiori. Ma senza alcuna esperienza politica. Non aveva quasi mai parlato in pubblico ed era sconosciuto ai cittadini. In meno di 150 giorni da premier, Putin aveva ovviato a questi svantaggi. 

UN REGIME CHE NON SI È FATTO STATO

Vent’anni dopo, Putin è il leader di un regime diventato il faro dei populismi e delle destre alternative mondiali, impegnato in un confronto politico con l’Occidente condito di idee sovraniste e tradizionaliste, a scapito di ogni tentativo serio di modernizzare e sviluppare l’economia. Lo zar ha raggiunto gli obiettivi di preservare l’unità della Russia, costruendo una verticale del potere sulle basi autoritarie proprie della tradizione nazionale, e di ristabilirne il ruolo di grande potenza. Ha fallito nel creare una classe dirigente che abbia a cuore i reali interessi del paese. Come ha scritto lo storico Dmitri Trenin, «il regime politico che ha rimpiazzato il caos degli Anni 90 non è  riuscito a maturare in uno Stato a pieno titolo: è prevalentemente al servizio di una stretta élite che sfrutta le risorse seguendo interessi personali e collettivi». E gli interessi dei siloviki, gli uomini legati ai servizi di sicurezza a cui Putin ha messo in mano la Russia, hanno avuto la meglio sull’esigenza di dare prospettive strutturali alla forte crescita economica coincisa con i primi due mandati del presidente. 

UN VENTENNIO SPACCATO IN DUE

«Se Putin avesse lasciato nel 2008 sarebbe passato alla storia come uno dei leader russi di maggior successo», notava il politologo Kirill Rogov in un articolo sul quotidiano Vedemosti. Dal 1999 al 2008 la ricchezza nazionale crebbe del 94%, e il Pil pro capite raddoppiò. Soprattutto grazie all’aumento dei prezzi petroliferi, ma anche alle riforme fiscali e alle facilitazioni per l’apertura di nuove imprese introdotte da Putin. L’inizio delle trattative per l’entrata della Russia nel Wto spinse gli investimenti stranieri e contribuì al rafforzamento del rublo. Il presidente si presentava come uno statista pragmatico e orientato al mercato. In politica internazionale, era dichiaratamente filo-occidentale. Chiese di partecipare alla Nato, assicurò supporto a Washington nella campagna militare in Afghanistan seguìta all’11 settembre; in un discorso in tedesco al Bundestag auspicò la costruzione di una grande Europa «da Lisbona a Vladivostok».

Putin è nato a San Pietroburgo nel 1952.La seconda parte del ventennio putiniano può essere letta come l’opposto della precedente, ed è all’insegna delle crisi. Due furono crisi economiche: nel 2009 e nel 2015, quando  andamenti al ribasso dei corsi del greggio punirono la mai risolta dipendenza dell’economia russa dalle esportazioni di idrocarburi. Di fronte a un modello di crescita chiaramente esaurito, e all’obsolescenza di impianti produttivi e infrastrutture, sarebbe servito accelerare le riforme. Che invece si sono sostanzialmente fermate. I decreti per i ”progetti nazionali” firmati dal Putin nel maggio 2018 prevedono investimenti statali su larga scala che costeranno ai contribuenti migliaia di miliardi di rubli e che rischiano di essere poco efficaci, in un Paese dove la corruzione è imperante. Esperti e finanzieri internazionali hanno poca fiducia. «La soluzione ai problemi della Russia va proprio nella direzione opposta», secondo Sergey Guriev, capo economista della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo: «Servirebbe implementare riforme lungamente promesse per la protezione dei diritti di proprietà, per la concorrenza, per la riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, per la lotta alla corruzione e per la reintegrazione nell’economia globale», ha scritto Guriev su Vedemosti. Intanto, dalla crescita vertiginosa della ”prima era” di Putin, nella seconda si è passati alla stagnazione: nel 2008 il Pil pro capite era arrivato ad essere pari al 22,5% di quello Usa e al 32% di quello della media Ue, nel 2018 le percentuali erano rispettivamente del 21,5 e del 31. 

L’ERA DELLE CRISI E DELLE GUERRE

Alla frenata economica hanno contribuito pesantemente le crisi politiche e diplomatico-militari che hanno caratterizzato la “seconda era” dei venti anni di Putin al potere. Le proteste di massa contro il regime a Mosca nel 2011-2012 determinarono l’inasprimento dei caratteri autoritari del sistema e l’aumento dell’influenza degli apparati di sicurezza nelle decisioni del Cremlino. L’annessione della Crimea a il conflitto nell’Ucraina orientale ne furono in buona parte una conseguenza. Così come il successivo intervento nel conflitto siriano. Il confronto con l’Occidente diventò il tema centrale dell’azione della Russia e della sua narrativa propagandistica. Il costo non è solo quello delle sanzioni internazionali a cui Mosca è oggi sottoposta.

LE RICADUTE SULLA VITA DEI CITTADINI

L’aumento delle spese per la difesa ha ricadute sui servizi sociali e sul tenore di vita dei cittadini. E rischia di diventare esponenziale in seguito allo smantellamento del sistema di controllo sugli armamenti iniziato dagli Usa in questo clima da nuova Guerra Fredda. Putin potrebbe finire per pagarla cara anche politicamente, sullo scacchiere internazionale: «L’assenza di una strategia di lungo termine e il gusto per astuzie opportunistiche e manovre tattiche espone la politica estera a rischi sostanziali», sostiene Trenin. «L’ossessione di Putin per cambiare l’ordine esistente, ovvero per cercare attivamente di eliminare l’egemonia globale degli Usa, è dannoso, perché non rafforza necessariamente le proprie posizioni ma crea problemi aggiuntivi. Quel che è importante per la Russia non è l’ordine globale di per sé, ma il posto della Russia in questo ordine». 

Paradossalmente, Putin è rimasto ostaggio di quegli Anni 90 di cui doveva esser l’antidoto

Putin ha davanti a sé altri quasi cinque anni di mandato. Come minimo. Difficile dar giudizi su un periodo che è ancora in corso. Certamente, il presidente ha dato al suo Paese una relativa stabilità, e su di essa fonda la legittimità del suo regime. Ma non l’ha reso quel Paese finalmente normale che i russi auspicavano alla fine degli Anni 90. Come in quel periodo, la prosperità finanziaria è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza col potere, e la certezza del diritto è aleatoria. E tipica degli Anni 90 è la retorica “da gangster” che accompagna l’azione del Cremlino in politica interna, con la più o meno spudorata repressione di ogni reale opposizione, e in politica estera. Paradossalmente, Putin è rimasto ostaggio di quegli Anni 90 di cui doveva esser l’antidoto. Normalità, giustizia e reale sviluppo continuano a esser relegate a un futuro indefinito. Per non parlar di democrazia. 
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