In Libia si combatte con ferocia. La tregua è ancora lontana

Della tregua a Tripoli, proposta nei giorni scorsi da Russia e Turchia, e che dovrebbe scattare domenica, è rimasto per ora solo l’annuncio: in Libia si combatte, su diversi fronti e con maggiore ferocia. I combattenti delle milizie che proteggono la capitale dall’offensiva dell’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar rivendicano di aver ucciso una ventina di combattenti e di aver distrutto almeno due carri armati emiratini.
Dall’altra parte, gli uomini della Cirenaica sostengono di aver conquistato un blindato turco e, presa Sirte, di dirigono verso Misurate, centro nevralgico delle milizie. Si parla di tre turchi uccisi ma senza conferme ufficiali. Il presidente dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, Rami Abdel Rahman, ha dato notizia anche di sei mercenari siriani morti. Farebbero parte degli oltre 250 mandati in campo dalla Turchia.
E, nel frattempo, da Ankara è arrivata a Tripoli la richiesta di saldare un primo conto: 2,7 miliardi di dollari come compensazione delle guerre dal 2011 a oggi. Di questi, un miliardo di dollari è un’apertura di credito per l’aiuto che viene fornito sul campo contro Haftar.
Dall’altra parte del Mediterraneo continuano gli sforzi diplomatici per arrivare almeno a un cessate il fuoco, in visto della tanto attesa Conferenza di Berlino. A Bruxelles si è riunito il consiglio per gli Affari esteri. Sulla Libia “è importante trovare la data il primo possibile della conferenza di Berlino, perché ci permetterà di mettere intorno ad un tavolo tutti gli attori di questa crisi e tutti gli attori di questa guerra”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, al termine del Consiglio straordinario dell’Ue.
“Il ruolo dell’Ue è centrale per risolvere il conflitto per procura che si sta svolgendo. C’è un rischio terrorismo che noi possiamo risolvere, possiamo evitare se riusciamo a mettere attorno a un tavolo tutti gli attori di questa crisi e a parlare con una unica voce”, ha ribadito il capo della Farnesina.
I rischi in Libia “stanno aumentando”, ha allertato l’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell. “Primo, il rischio terrorismo. Sempre più viene individuata la presenza di combattenti che vengono dalla Siria e dal Sudan”, ha spiegato.
“Secondo, il rischio migrazione. Ci sono quasi 700 mila persone che vengono dai Paesi del sub-Sahara. Molti lavorano in Libia e non tutti loro vogliono venire in Europa. Ma a seconda della situazione in Libia potrebbero andarsene perché possono perdere il loro lavoro. Il terzo – ha proseguito Borrell – è il rischio di destabilizzazione della regione”, in particolare sul Sahel.
Borrell ha anche sottolineato che in Libia sono comparsi “nuovi attori”, in particolare Russia e Turchia che potrebbero “cambiare la geopolitica del Mediterraneo centrale”. L’Ue ha dunque “ragioni forti per muoversi dalla retorica all’azione”, ha concluso. 

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