Pensioni, braccio di ferro per il dopo Quota 100

La sperimentazione voluta dai gialloverdi scade nel 2021. Si fa largo l’ipotesi di una Quota 102, ma i sindacati sono sul piede di guerra. Il 27 gennaio tavolo al ministero del Lavoro.
Lunedì 27 gennaio, all’indomani delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, considerate uno spartiacque per il governo, la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo, ha convocato Cgil, Cisl e Uil per riprendere il confronto sui temi previdenziali.

LA SPERIMENTAZIONE FINISCE NEL 2021

La sperimentazione di Quota 100 terminerà nel 2021. E con buona probabilità non sarà rinnovata. In assenza di interventi dal 2022 si potrà andare in pensione, a meno che non vengano mantenute misure come l’Ape sociale, con 67 anni di età o con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi per le donne) oltre a tre mesi di finestra mobile.

L’IPOTESI QUOTA 102

Per superare Quota 100, l’ultima ipotesi rilanciata il 10 gennaio dall’esperto di previdenza vicino alla Lega Alberto Brambilla sul Sole24Ore è una Quota 102 (64 anni di anzianità e 38 di contributi). Idea rigettata dai sindacati che invece chiedono di andare in pensione a 62 anni con almeno 20 di contributi. Nell’ipotesi di Brambilla è previsto anche per chi dovesse decidere di uscire in anticipo dal lavoro rispetto all’età di vecchiaia, anche il ricalcolo con il metodo contributivo, nella maggior parte dei casi penalizzante rispetto al metodo retributivo (ormai agli sgoccioli perché valido solo per chi ha cominciato a lavorare prima del 1978) ma anche a quello misto (retributivo fino al 1995 e poi contributivo). Quota 102 e ricalcolo costerebbero 2,5 miliardi l’anno, meno di Quota 100 che secondo la stima contenuta nel Bilancio preventivo Inps approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza nel 2019 è stata di 5,2 miliardi.

LA BOCCIATURA DI TITO BOERI

Contro l’abbassamento dell’età chiesto dai sindacati (e non solo) si è schierato con un editoriale su Repubblica Tito Boeri definendo la proposta «un attentato al patto tra generazioni». «Nell’era del populismo», scrive l’economista, «si intende sostituire la lotta di classe con la lotta fra le classi di età. Salvini ha schierato la classe 1959, beneficiaria di Quota 100, contro la classe 1960, tagliata fuori dalla misura bandiera del “suo” governo, ha messo gli uomini con le loro lunghe carriere contro le donne che hanno molte interruzioni di carriera e che avevano come un’unica via d’uscita l’opzione donna, assai meno vantaggiosa di Quota 100». E, ancora: «Ora si vogliono introdurre nuove quote, nuovi regimi particolari, a beneficio di qualche coorte. Ci si dimentica che questo continuo creare delle eccezioni mina alle basi il sistema pensionistico perché corrompe la solidarietà tra generazioni di cui il sistema si nutre per assicurare il pagamento delle prestazioni. Come dare torto ai giovani che, lasciando il nostro Paese, decidono di smettere di pagare le pensioni a chi li ha preceduti, sapendo che verranno trattati molto peggio di loro?».

FORNERO: ABBASSARE L’ETÀ È UN «ESERCIZIO DI IRRESPONSABILITÀ»

E se qualcuno guarda alla Francia plaudendo alla parziale “retromarche” di Emmanuel Macron sulle pensioni dopo settimane di scioperi, non mancano i bagni di realismo. A partire dall’ex ministra del Lavoro Elsa Fornero – e non poteva essere altrimenti – che ha definito la proposta dei sindacati «un esercizio di irresponsabilità». Dal punto di vista dei conti «non è sostenibile mandare in modo generalizzato in pensione le persone a 62 anni. Se poi si vuole decidere di accelerare il declino del Paese allora si può aumentare la spesa per le pensioni, che è già tra le più elevate». Secondo Fornero bisognerebbe uscire da Quota 100 puntando invece su strumenti come l’Ape sociale che hanno consentito il sostegno alle persone più in difficoltà (con 63 anni di età e 30 di contributi per coloro che erano disoccupati, ndr), magari ampliandone l’accesso e utilizzando spesa assistenziale finanziata con imposte e non con contributi sociali. Un’altra strada potrebbe essere abbassare il limite di importo di pensione necessario per uscire qualche anno in anticipo rispetto all’età di vecchiaia per chi ha l’intero calcolo contributivo. Al momento il limite è a 2,8 volte la pensione minima e potrebbe essere portato a 2,4 consentendo una maggiore libertà di scelta. «Ma attenzione a non creare futuri poveri», conclude Fornero, «perché solo tenendo le persone un po’ più a lungo al lavoro si possono avere buone pensioni».
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