L’avvocatessa e il magistrato: sesso in cambio di sentenze miti

Soldi e prestazioni sessuali, ma anche cassette di pesce e di formaggi. Tutto, secondo l’accusa, poteva essere utile per spingere Marco Petrini, presidente della terza sezione civile della Corte d’appello di Catanzaro e della Commissione provinciale tributaria del capoluogo calabrese, ad aggiustare processi e sentenze.
Meccanismi che appaiono quasi consolidati nelle carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto del magistrato insieme a Emilio Santoro detto Mario, medico in pensione e dirigente dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza; Luigi Falzetta; Giuseppe Tursi Prato, ex consigliere regionale; l’avvocato del foro di Locri Francesco Saraco; Vincenzo Arcuri; Giuseppe Caligiuri. Agli arresti domiciliari è finita l’avvocato catanzarese Maria Tassone detta Marzia.
Tutti sono indagati per corruzione in atti giudiziari e, per alcuni di essi, è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso. Oltre al giudice sono coinvolti anche un avvocato del foro di Catanzaro e uno del foro di Locri, quest’ultimo sottoposto ai domiciliari. Il magistrato avrebbe ottenuto consistenti somme di denaro, oggetti preziosi, prestazioni sessuali, in cambio di processi penali, civili e tributari favorevoli agli stessi indagati o a persone a loro legate.
Nell’inchiesta è finitro anche il processo contro il clan Soriano di Filandari, nel Vibonese. Secondo l’accusa della Dda di Salerno, il giudice Petrini e l’avvocato Tassone si sarebbero resi protagonisti di un episodio di concorso in corruzione in atti giudiziari: il magistrato – presidente della Corte d’Appello nel processo “Ragno” contro il clan Soriano – non si sarebbe astenuto nel decidere sulla richiesta della Procura generale di Catanzaro di acquisire nel processo le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (rampollo dell’omonimo clan di Limbadi) contro il clan Soriano, pur essendo l’avvocato Marzia Tassone (legale di alcuni imputati) la sua “amante stabile”.
Nell’udienza del processo d’appello del 14 gennaio dello scorso anno, il giudice non ha ammesso il verbale del pentito ed in alcune occasioni avrebbe avuto rapporti sessuali – secondo la Guardia di finanza e la Dda di Salerno – con l’avvocato Tassone. Da qui l’accusa per entrambi di concorso in corruzione in atti giudiziari. Il giudice è finito in carcere, l’avvocato agli arresti domiciliari.
In alcuni casi, i militari della guardia di finanza sono riusciti anche a riprendere il magistrato mentre apriva le buste piene di denaro, nel suo ufficio della Corte d’appello che e’ stato perquisito stamane durante l’operazione insieme a diversi altri uffici e abitazioni riconducibili agli indagati.
Nelle intercettazioni anche la consegna di doni direttamente a casa del magistrato, che per i periodi di festa avrebbe potuto contare su regali come cassette di pesce e di altre derrate alimentari. Il giudice avrebbe permesso di ottenere assoluzioni o consistenti riduzioni di pena rispetto ai processi di primo grado, alterando anche provvedimenti di misure di prevenzione già definite in primo grado. Con il magistrato, figura centrale dell’indagine è quella del un medico in pensione ed ex dirigente dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza. Sarebbe stato lui a “stipendiare” mensilmente il giudice per garantirsi i suoi favori, cercando anche nuove occasioni di corruzione attraverso i rapporti con persone che avevano avuto sentenze di primo grado sfavorevoli.
Tra i processi finiti nell’indagine anche quello dell’ex consigliere regionale della Calabria, Giuseppe Tursi Prati, che avrebbe riottenuto il vitalizio nonostante una condanna definitiva nel 2004 a sei anni di reclusione con interdittiva perpetua dai pubblici uffici. Il giudice avrebbe anche favorito il superamento del concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato, in alcuni casi anche in cambio di alcune prestazioni sessuali.
Le indagini hanno evidenziato la condizione economica precaria del giudice Petrini, sempre alla ricerca di nuove somme di denaro per mantenere l’elevato tenore di vita a cui era abituato. A casa del giudice sono stati sequestrati 7.000 euro in banconote contenute in una busta. L’indagine è stata condotta dalla guardia di finanza di Crotone e dallo Scico ed ha permesso di definire l’atteggiamento del presidente di Sezione della Corte d’appello di Catanzaro e presidente della Commissione provinciale tributaria come quello legato ad una “sistematica attivita’ corruttiva”. 

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