Perché l’addio di Ratzinger pesa ancora sul futuro della Chiesa

Le dimissioni di Benedetto XVI sono ancora una ferita aperta nella Chiesa. Ma il senso dell’addio del pontefice tedesco è stato stravolto, soprattutto dai tradizionalisti, che lo hanno usato per attaccare Francesco.
Due papi in Vaticano – uno in carica e l’altro ‘ex’ – non sono uno scandalo, un intralcio rispetto a una presunta normalità, ma una realtà della storia con la quale bisogna imparare a fare i conti. Non può che partire da questa considerazione preliminare ogni valutazione sull’ennesimo ‘incidente’ comunicativo, diciamo così, che ha caratterizzato questi anni di inedita coabitazione Bergoglio-Ratzinger.

Il rischio o il desiderio, a seconda dei punti di vista (fra chi cioè sostiene il pontificato di Francesco e quanti lo detestano) è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’; l’ex papa tenderebbe insomma a dire ancora la sua mettendo di fatto in discussione il magistero del vescovo di Roma.

Ma è davvero così? Siamo in una situazione medioevale con due pretendenti al Soglio pontificio? Sembrerebbe di no. E la ragione è semplice: all’origine di tutto questo sconquasso, delle varie fibrillazioni, c’è un fatto irrimediabile che tende a cambiare in senso radicale la storia della Chiesa, ovvero le dimissioni, queste sì inaudite, di Benedetto XVI.  

LE DIMISSIONI DI RATZINGER, UNA FERITA MAI SANATA NELLA CHIESA

Ratzinger ha compiuto un atto drammatico di desacralizzazione della figura del papa, di ‘riduzione’ all’umano del ‘sovrano’, che non è stata metabolizzata, forse anche psicologicamente, in primo luogo dai suoi sostenitori i quali – ed è fra gli altri anche il caso anche dell’ultraconservatore cardinale Robert Sarah – si aggrappano alla veste bianca di questo anziano papa emerito per dare peso specifico, spessore teologico, a un tradizionalismo, a una visione fondamentalista del cattolicesimo e assolutista del potere pontifico, che è andata gambe all’aria in primo luogo proprio grazie al ‘gran rifiuto’ di Ratzinger.

Il papa emerito Benedetto XVI.È quel big-bang delle dimissioni che permette l’elezione di Francesco – certo non voluta o prevista da molti – in un conclave dove non c’era una maggioranza progressista o liberal ma si era fatta strada trasversalmente l’idea che la Chiesa, e il Vaticano in modo specifico, si trovavano sull’orlo di una crisi irreversibile e che bisognava cambiare tutto o quasi. C’è da chiedersi se è anche per tale ragione che i cardinali si volsero alla Compagnia di Gesù, cioè all’ordine religioso che mai aveva eletto un papa ma restava di gran lunga una delle strutture più solide e insieme duttile della Chiesa universale, capace ancora di parlare con diversi mondi, di costruire ponti, appunto, dopo l’epoca dei muri dottrinali e ideologici. Saranno gli storici a stabilirlo, a noi restano considerazioni più semplici.

IL PRIMO COLLABORATORE DI BENEDETTO XVI ERA IL CARDINAL BERTONE

È strano, per esempio, come nella mitizzazione odierna di Ratzinger da parte dei suoi supporter più accaniti sparisca del tutto la figura di quello che fu il suo primo e fedele collaboratore, cioè il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che pure diversi esponenti conservatori dell’ala ratzingeriana criticavano ferocemente chiedendo invano a Benedetto XVI di sostituirlo; Ratzinger invece su questo punto non cedette mai.

La crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali

Tuttavia, per comprendere la gravità della situazione nella quale si trovava la Chiesa al momento delle dimissioni, basti ricordare un solo fatto fra i tanti: Benedetto, a dimissioni annunciate in latino l’11 febbraio del 2013 ma non ancora effettive, nei giorni in cui si trovò in una sorta di limbo istituzionale, libero da ogni condizionamento, nominò finalmente il presidente dello Ior, la banca vaticana (scelse Ernst Von Freyberg, un suo connazionale forse non casualmente).

Il cardinale Tarcisio Bertone (foto Foto di Riccardo Squillantini / La Presse).La carica era rimasta vacante dal maggio del 2012 in seguito alle rumorose dimissioni – tema ricorrente a quanto pare – di Ettore Gotti Tedeschi, banchiere dell’Opus Dei, oggi acerrimo contestatore del papa argentino, entrato però all’epoca in rotta di collisione con il board dell’istituito e con il cardinale Bertone che pure lo aveva voluto. Non c’è bisogno qui di ricordare tutte le complessi vicende finanziarie vaticane, basti però tenere presente che la crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali.

LA SCELTA DEL PAPA TEDESCO SI DISTACCA DA QUELLA DI WOJTYLA

Benedetto XVI dunque rinunciò al papato per varie ragioni: limiti evidenti e crescenti nell’azione di governo, una scarsa attitudine politica, il susseguirsi drammatico di scandali e lotte intestine alla Curia che stavano consumando la Chiesa. Eppure anche l’aspetto personale ha avuto il suo peso: l’enormità del compito rispetto alle ormai sempre più ridotte forze fisiche ha giocato certamente un ruolo importante. È qui che Benedetto XVI si distacca definitivamente dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, il quale rimase in carica oltre ogni ragionevole sopportazione, fino alla fine.

Per Ratzinger la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re dedito fino in fondo alla causa

Un sacrificio eroico? Questo è un punto delicato e centrale. Col suo gesto Ratzinger di fatto mette in dubbio quella scelta, prende un’altra strada: la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re per quanto dedito fino in fondo alla causa. Ci si può legittimamente domandare se in tale prospettiva non abbia lavorato in Benedetto XVI la propria appartenenza al mondo tedesco, a quel rapporto biografico e esistenziale ravvicinato con l’arcipelago protestante che, pure distante e contrario per molti versi dall’impostazione ratzingeriana, può comunque aver influito sul papa emerito restituendogli un’idea di complessità del cristianesimo che sembrava sparire nel dogmatismo ideologico e teologico.

LA POSIZIONE DI PAPA EMERITO ANCORA DA “REGOLARIZZARE”

Ma allora perché scrive libri, o scrive degli appunti, dei capitoli, perché non tace? Perché apre continui fronti che mettono in discussione l’operato del suo successore? Sono le obiezioni in molti. Per indole, per vocazione a fare il teologo più che il papa, per ripicca, perché, come si dice a Roma, non ci vuole stare (per carattere insomma), perché, in definitiva, anche Benedetto XVI non può che essere una figura umana e storica irrisolta, contraddittoria, che fatica a convivere con i suoi vari passati tutti così ingombranti. Da parte dei sostenitori di papa Francesco si chiede di normare, istituzionalizzare, il ruolo del papa emerito (in tal modo si chiede in realtà di limitare e ‘recintare’ la sua posizione); vedremo cosa deciderà Francesco, ma non è detto che questa sia la strada più corretta.

Da sinistra, Georg Gaenswein e Joseph Ratzinger.Forse da normare sarebbe, sia detto per paradosso, la figura del segretario personale del papa emerito e non emerito. Già quando Wojtyla era gravemente malato e ancora in carica il suo fedele segretario personale, mons. Stanislaw Dziwisz divenne di fatto uno dei pochissimi interpreti delle volontà del pontefice, e per questo era uomo potentissimo all’interno della Curia. Benedetto XVI, che lo conosceva bene, poco dopo essere stato eletto lo spedì prontamente a fare l’arcivescovo di Cracovia; un riconoscimento certo, ma ben lontano da Roma.

Ratzinger ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi

Don Georg è oggi uno dei pochissimi in grado di comunicare le volontà di Ratzinger al mondo: è lui, per esempio, che annuncia il ritiro della firma del papa emerito dal libro in difesa del celibato sacerdotale del cardinale Sarah; è lui, spesso, a fare da mediatore fra Ratzinger e il mondo. D’altro canto monsignor Gaenswein è persona di cui indubbiamente Benedetto si fida. Ratzinger inoltre ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi (e qui, fra l‘altro, si chiede di stabilire norme che ‘correggano’ l’attuale situazione). Vedremo, se ci saranno, come si regoleranno i futuri papi emeriti su queste e su altre questioni, resta però la sensazione che in questi anni sia stata scritta fino ad ora solo la prima pagina di una nuova storia.  
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