Dai Boschi Verticali alla Città Foresta, come ripensare la relazione tra natura e città

* Stefano Boeri
È ormai assodato che, a partire dal periodo dell’urbanizzazione indotta nel XIX secolo dalla nascita della grande industria, le città possano essere considerate le responsabili della produzione di ben il 75 percento della CO2 presente nell’atmosfera terrestre. CO2 la cui incontrollabile crescita è alle origini del riscaldamento globale e dei suoi effetti sui ghiacciai e sui mari del nostro pianeta.
Le città, dove vive la maggioranza degli individui della nostra specie, sono anche le principali vittime degli effetti del riscaldamento del pianeta. Basti pensare agli effetti drammatici delle inondazioni sui waterfront di molte metropoli costiere e ai danni che una meteorologia trasfigurata dal riscaldamento degli oceani genera su aree urbane diventate enormi placche impermeabili, dove l’acqua si accumula e scorre senza poter essere assorbita dal suolo.
O all’accelerazione degli effetti da “isola del calore” che l’aumento della temperatura genera su metropoli quasi totalmente minerali, per non considerare l’impressionante numero di decessi che il riscaldamento unito all’inquinamento dell’aria provoca tra gli abitanti delle aree urbanizzate. D’altro canto, sono proprio le città ad avere oggi le risorse e le potenzialità per diventare protagoniste di una radicale inversione di tendenza, mirata a contrastare i drammatici effetti dell’emergenza climatica.
Le dimensioni e l’intensità del fenomeno dell’emergenza climatica sono tali che il filosofo ecologista inglese Timothy Morton lo classifica come un iper-oggetto, ossia un fenomeno collocato nello spazio e nel tempo in modo da trascendere il tema stesso della localizzazione. Ci troviamo infatti di fronte a una molteplicità di effetti spesso poco visibili o percepibili solo nel lungo periodo. Oppure a effetti geograficamente lontani, come lo scioglimento del permafrost in Siberia e l’innalzamento della superficie del mare nelle isole Fiji, ma che in realtà sono strettamente collegati tra loro, anche se una prima percezione potrebbe trarre in inganno.
Non a caso un quotidiano autorevole come “The Guardian” ha recentemente proposto una sostanziale modifica del vocabolario legato al cambiamento climatico, nominato e definito come crisi o emergenza climatica. Sono proprio le incredibili accelerazioni che hanno caratterizzato l’evolversi di questo fenomeno negli ultimi anni e le loro ripercussioni sempre più intense e devastanti sull’ambiente urbano a suggerire il cambio di nomenclatura e a darci la misura della gravità di una situazione che in termini generali ci vede già sconfitti.
Città e emergenza climatica sono reciprocamente intrecciate anche rispetto alla crescita dei flussi migratori che, a causa dell’inabitabilità crescente di aree del pianeta, si riversano sulle aree urbane, generando un vero e proprio effetto a catena.
Solo nel 2012, a causa di circa 300 disastri ambientali tra uragani, alluvioni e terremoti, che hanno colpito soprattutto Cina, Stati Uniti, Filippine, Indonesia e Afghanistan, ci sono stati più di 32 milioni di profughi per motivi climatici, che si vanno ad aggiungere a tutti coloro che lasciano le proprie terre di origine a causa della progressiva desertificazione e delle continue carestie, delle guerre e delle persecuzioni religiose, di genere o legate all’orientamento sessuale che sempre più caratterizzano alcuni paesi africani e mediorientali.
Secondo le stime più recenti, nel 2050 tra i 200 e i 250 milioni di esseri umani saranno costretti ad abbandonare i propri territori di vita e a spostarsi verso le città, determinando così un ulteriore progressivo aumento dei fattori che costituiscono la causa prima della stessa emergenza climatica.
Da responsabili della crisi a protagoniste del cambiamento
La grande sfida dei prossimi anni sarà di rendere le città del pianeta non più solo responsabili o vittime, ma protagoniste di una campagna planetaria per ridurre e rallentare i fattori scatenanti dell’emergenza climatica. Tra gli strumenti più efficaci perché questo avvenga, un posto speciale merita la Forestazione Urbana. Non si tratta solo di ridurre al minimo la produzione di gas serra, ma di assorbire quote importanti di quella già prodotta e oggi la tecnologia più economica ed efficace in natura per assorbire CO2 è la fotosintesi realizzata dalle piante.
Le foreste assorbono già oggi circa il 40 percento della CO2 prodotta per il 76 percento dalle città; aumentare sensibilmente le superfici boschive entro e intorno alle aree urbane significa portare nel luogo dove si produce gas serra lo strumento più efficace per assorbirlo. Ma gli effetti positivi della forestazione non finiscono qui. Gli alberi infatti sono in grado di assorbire gli agenti inquinanti come le polveri sottili e di stemperare, grazie alla loro ombreggiatura, l’effetto “isola di calore” tipico dei centri urbani densi e congestionanti, raffrescando la temperatura dell’aria di 2-3 gradi centigradi e consentendo una riduzione significativa dei consumi di energia elettrica nel condizionamento dell’aria negli interni urbani. In sintesi si può considerare la Forestazione Urbana come una pratica che contribuisce a contrastare gli effetti del cambiamento climatico, a contenere il fabbisogno energetico e a incidere positivamente sul microclima urbano e sul benessere fisico e psicologico dei cittadini del mondo.
L’attenzione verso le politiche di Forestazione Urbana è dunque particolarmente forte in questo momento storico, il lavoro di sensibilizzazione iniziato l’anno scorso, con la prima edizione del Forum Mondiale delle Foreste Urbane a Mantova, è proseguito con la seconda edizione che si è tenuta alla Triennale di Milano e che è stata organizzata insieme a FAO, SISEF e il Politecnico di Milano. Entrambe importanti occasioni per mettere a confronto politiche urbane di forestazione su scala planetaria, grazie al contributo di professionisti di discipline diverse e dell’incontro con i rappresentanti del mondo della politica e delle istituzioni, senza tralasciare l’importante dialogo con la cittadinanza.
Ristabilire una nuova alleanza tra Foreste e Città è oggi una sfida globale che richiede un’azione congiunta di reti di città e di più paesi, la collaborazione tra diversi ambiti disciplinari e il coordinamento tra diversi ambiti decisionali, politici o istituzionali. Come nel caso di “ForestaMI” progetto realizzato grazie a un protocollo di intesa tra Comune di Milano, Città Metropolitana di Milano, Parco Nord Milano e Parco agricolo sud Milano per costruire una visione strategica sul ruolo del verde nell’Area Metropolitana milanese, con l’obiettivo di raccogliere, implementare, e valorizzare i principali sistemi verdi, permeabili ed alberati, e le relative sfere vitali, all’interno del perimetro del Grande Parco Metropolitano al 2030.
Un progetto ambizioso che prevede la messa a dimora di 3 milioni entro il 2030 e che sta riscontrando un notevole successo tra imprenditori, enti e singoli cittadini pronti ad attivarsi per rendere possibile il numero maggiore di interventi di piantagione in città. Milano in questo senso sta facendo molto per valorizzare la propria infrastruttura verde e questo è in qualche modo molto significativo a tre anni di distanza dal progetto “Un Fiume Verde per Milano” dove già ipotizzavamo il recupero degli scali ferroviari cittadini attraverso la realizzazione di un parco lineare continuo che attraversasse la città e limitasse il consumo di suolo favorendo l’espansione di aree verdi boscate.
L’innesto di edifici verdi su un tessuto consolidato
Il nostro impegno come studio di Architettura e Urbanistica nella Forestazione Urbana si declina oggi su diverse tipologie di progetti, a partire dalle visioni globali, ai masterplan, agli interventi prettamente architettonici, fino alla scala del design di interni e del prodotto.
In ambito urbano, uno dei modi per dar vita a un intervento di Forestazione è quello dell’innesto di edifici verdi nel cuore del tessuto urbano consolidato. Si tratta di un’azione puntuale, alla scala dell’edificio di cui l’integrazione dell’elemento vegetale nell’architettura è la caratteristica principale. Capostipite di questo approccio è il Bosco Verticale di Milano, un edificio progettato per essere abitato da alberi tanto quanto da esseri umani, che diventa un dispositivo ecologico che contrasta gli effetti del cambiamento climatico. Una nuova tipologia di ecosistema urbano, che stiamo studiando, sviluppando e costruendo in diversi paesi del mondo declinandolo secondo le caratteristiche climatiche in cui ci troviamo ad operare. Nei progetti in corso di realizzazione, da Nanchino, a Utrecht, dal Cairo, a Shanghai, da Tirana, a Losanna, si sperimentano ogni volta tecnologie costruttive, tipologie architettoniche e selezioni vegetali differenti a seconda delle esigenze di progetto e delle caratteristiche ambientali locali. Un lavoro multidisciplinare che è possibile grazie all’importante collaborazione tra architetti, paesaggisti, etologi, agronomi e ingegneri strutturisti.
In Olanda, a Eindhoven, è ad esempio in costruzione la “Trudo Vertical Forest”, un bosco verticale in social housing con tagli tipologici residenziali a costi contenuti per giovani professionisti e nuove famiglie. L’edificio si posiziona in una zona ex industriale riqualificata e, grazie a un’ottimizzazione dei materiali e delle tecnologie impiegate, nonché all’impiego di elementi prefabbricati, propone abitazioni a prezzi calmierati oltre a una distribuzione democratica del verde per cui ogni terrazzo contiene un micro ambiente naturale composto da un albero e circa 20 cespugli.
Un altro esempio è la “Forêt Blanche” progettata per Parigi, che propone un bosco verticale realizzato con una struttura lignea. Il legno è un materiale che ci permette di proseguire nella nostra ricerca progettuale di un’architettura sempre più sostenibile, anche per quanto riguarda i materiali utilizzati, il cui impatto ambientale sia il minore possibile.
Oltre ai Boschi Verticali in varie città del mondo, stiamo attualmente lavorando a diverse soluzioni che integrino la natura nei contesti urbani, dalla realizzazione di sistemi infrastrutturali verdi fino alla fondazione di vere e proprie “città foreste”.
In generale, la sfida a cui le città sono chiamate a rispondere è moltiplicare in modo esponenziale il numero di alberi nelle città, migliorando la qualità dell’aria e – di conseguenza – la vita degli abitanti: una sfida che è necessario affrontare subito e tutti insieme.
 
* Stefano Boeri : Architetto e urbanista, è professore ordinario al Politecnico di Milano e visiting Professor in diverse università internazionali. A Shanghai dirige il “Future City Lab” alla Tongji University di Shanghai: un programma di ricerca post-dottorato che esplora il futuro delle metropoli contemporanee dal punto di vista della biodiversità e della forestazione urbana.
** Questo articolo è apparso sul numero di dicembre 2019 di World Energy
           

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