Storia dell’uomo che convinse tutti a “lavarsi le mani”

Mentre medici e infermieri lottano contro il coronavirus dalle corsie degli ospedali, anche chi resta a casa, come ci viene detto ormai da settimane, può fare la sua parte. Le raccomandazioni sono semplici: restare in casa e mantenere un soddisfacente grado di igiene, soprattutto per quanto riguarda le mani.
Anche a proposito delle mani le indicazioni, sulle quali molto si è ironizzato sui social, sono basilari: lavarle spesso e lavarle bene, minimo quaranta secondi o, se preferite, il tempo di intonare due volte consecutivamente “Tanti auguri”, così come fa in maniera ossessiva il protagonista di “Basta che funzioni” di Woody Allen.

Per molti un gesto banale, un gesto che siamo abituati a fare, chi più chi meno, tutti i giorni, magari giusto prima dei pasti e dopo aver utilizzato il gabinetto; ma non è stato sempre così, anzi, la storia del lavaggio delle mani è precisa e lunga, si, ma non troppo. Senza scomodare rituali religiosi antichissimi infatti, l’igiene delle mani diventa regola solo 130 anni fa, cinquant’anni prima però viene letteralmente scoperta.  Miryam Wahrman, professoressa di biologia alla William Paterson University nel New Jersey e autrice di “The Hand Book: Surviving in a Germ-Filled World”, ha raccontato al Guardian l’origine di questo gesto: “Se dovesse esserci un padre del lavaggio delle mani sarebbe Ignaz Semmelweis”
La storia e l’intuizione di Semmelweis
Il protagonista è un medico ungherese, pioniere di un approccio più scientifico alla medicina, che lavorava nell’ospedale di Vienna, più precisamente nel reparto maternità. Un reparto che registrava un altissimo grado di decessi dei neonati. Non appena venuti al mondo i piccoli venivano attaccati da una febbre alta che li uccideva in pochissimo tempo.
Semmelweis rimase incuriosito da quei numeri e decise di impegnarsi per capirne la motivazione. Siamo nel 1840, i germi non sono ancora stati scoperti e si credeva che il malanno che uccideva i neonati dipendesse dai cattivi odori emanati dai cadaveri in decomposizione presenti nell’edificio, dalle fognature o dalla vegetazione circostante, per cui il massimo che si provava a fare era chiudere bene porte e finestre.
Ma la prassi, in una medicina dove non esisteva ancora la specializzazione, era che i medici passassero da un’autopsia a un parto in pochi minuti e senza sentire la necessità di lavarsi le mani. Un giorno uno di questi medici si taglia un dito con un bisturi e muore della stessa febbre che attacca e uccide i bambini, e secondo Semmelweis non è un caso.
Il medico intuisce che potrebbe esserci una certa connessione tra il lavoro in obitorio e quello nel reparto maternità, il suo riferimento è sempre il cattivo odore, secondo lui è in quel modo che le particelle dei cadaveri finiscono ad intaccare i neonati, cosa chiaramente errata ma che gli fa venire in mente una soluzione che si rivelerà non solo giusta, ma quasi rivoluzionaria: chiede ai colleghi, prima di occuparsi del parto, di lavare le mani e gli strumenti in una soluzione di cloro.
“Prima dell’esperimento – afferma la professoressa Wahrman – il tasso di mortalità per le neomamme era del 18%. Dopo che Semmelweis ha implementato l’igiene delle mani tra l’obitorio e la sala parto, il tasso di mortalità per le neomamme è sceso all’1% circa”. Ma siamo nel 1840, come già detto, e questa rivoluzione, nonostante i numeri stupefacenti, non venne presa benissimo dai colleghi che, al contrario, venendo tutti da classi della medio-alta borghesia, convinti che il gradino che occupavano nella scala sociale li rendesse puliti a prescindere, si sentirono offesi da tali iniziative, tant’è che Semmelweis non solo perse il lavoro, ma cadde in rovina e morì in un ospedale psichiatrico all’età di 47 anni.
I passi successivi
Ci vorranno altri quarant’anni prima che si ipotizzi l’esistenza dei germi e si cominci uno studio profondo su come affrontarli. Nel 1876, lo scienziato tedesco Robert Koch scopre il bacillo dell’antrace, dando il via al nuovo campo di ricerca della batteriologia medica; verranno poi identificati colera, tubercolosi, difterite e tifo.
Ma le scoperte di Koch servono soprattutto a far cambiare strada ai governi, ci si rende conto, così come recita una campagna sulla salute pubblica risalente agli inizi del 900, che “la tubercolosi non è qualcosa che hai ereditato da tua nonna, ma è tua nonna, tossendo, che te l’ha attaccata”. Come spiega Nancy Tomes, professoressa di storia della Stony Brook University di New York, le persone una volta recepito il messaggio “sono diventate totalmente fobiche nello stringersi la mano o nel baciarsi. Avevano capito che la loro bocca, la loro pelle e i loro capelli erano mezzi per trasmettere questi batteri. È uno dei motivi – aggiunge – per cui i giovani hanno iniziato a evitare le barbe all’inizio del secolo e perché gli alimenti hanno iniziato a essere venduti confezionati singolarmente”.
Così il XX secolo vede un abbattersi dei numeri riguardo la mortalità. E questo fa in modo, come sottolinea Tomes, che ci si convinca che il nemico è sconfitto, facendo scattare una sorta di preoccupante lassismo riguardo l’igiene. Parallelamente si sviluppa anche il movimento hippy che tende a sovvertire tutte le regole imposte da genitori e nonni, compresa, a quanto pare, l’igiene delle mani.
La preoccupazione torna a crescere negli anni ’70 quando cominciano a crescere in maniera preoccupante i numeri riguardanti le malattie trasmesse tramite il sesso. Una crisi che vedrà il suo culmine negli anni ’80 col diffondersi dell’HIV. Messi alle strette da un nuovo virus così violento e mortale, ecco tornare la psicosi collettiva rispetto l’igiene personale, anche se viene scoperto abbastanza in fretta che l’HIV si trasmette esclusivamente tramite sangue, sperma, fluidi vaginali e latte materno, il mondo cambia mentalità rispetto anche il lavarsi le mani.
Qualche decennio dopo ecco che un nuovo male si affaccia sul mondo, lo sappiamo, si chiama coronavirus, che ci coglie non ancora del tutto consapevoli dei rischi legati al lavaggio delle mani. Nel suo libro Wahrman cita una ricerca condotta con studenti universitari nel 2009, pubblicata sull’American Journal of Infection Control, che dice che dopo aver urinato, solo il 43% degli uomini si lava le mani, il 69% delle donne. Donne in vantaggio anche sul lavaggio delle mani dopo la defecazione, 84% contro 78%. Prima di mangiare le percentuali invece crollano per entrambi i sessi, solo il 10% degli uomini e il 7% delle donne sente il bisogno di lavarsi le mani prima di sedersi a tavola.
“All’inizio di una pandemia, non essendoci interventi farmaceutici, in pratica questo è tutto ciò che hai” a dirlo è Petra Klepac, un assistente professore di modellistica delle malattie infettive alla London School of Hygiene & Tropical Medicine, che due anni fa in un documentario dal titolo “Contagion! The BBC Four Pandemic” ha previsto che una pandemia influenzale si sarebbe diffusa nel Regno Unito.
Secondo gli studi della Klepac non solo che il lavaggio delle mani è il modo migliore per combattere una pandemia ma scientificamente si rivela molto più utile rispetto all’utilizzo di una mascherina.

Com’è andato il coprifuoco di 14 ore tentato in India

L’India ha tentato “l’esercitazione da lockdown più grande al mondo”. Così alcuni media internazionali hanno definito il “coprifuoco del popolo”, la chiusura del Paese per 14 ore, voluta dal premier Narendra Modi per contrastare l’avanzata del nuovo coronavirus nella seconda nazione più popolosa del Pianeta.
Agli indiani e’ stato chiesto di rispettare il coprifuoco dalle 7 alle 21 di sabato, con la maggior parte dei collegamenti ferroviari sospesi fino al 31 marzo e diversi Stati che hanno imposto la chiusura a tutti i servizi non essenziali. Secondo molti, si è trattato di una prova generale per testare la capacita’ del Paese di affrontare un lockdown nazionale più esteso.
Migliaia di migranti si sono accalcati nelle stazioni principali dei treni per provare a tornare ai loro villaggi d’origine, temendo che la chiusura parziale del Paese li lasciasse senza paga per settimane. Il rischio ora, come è successo anche in Italia, è che la diffusione del virus si estenda dalle città, dove è rimasta circoscritta finora, alle province e campagne.
L’India ha la quarta rete ferroviaria al mondo per estensione, che trasporta una media di oltre 20 milioni di passeggeri al giorno, quasi quanto la popolazione di tutta l’Australia.
Per incoraggiare i connazionali al sacrificio, il premier è stato molto attivo su Twitter dalla prima mattina spiegando loro perché fosse necessario rimanere a casa. “Le misure che prendiamo ora ci aiuteranno nei tempi a venire. State a casa e state al sicuro”, si legge in uno dei suo tweet con l’hashtag #jantacurfew (coprifuoco del popolo).
 

New Delhi today on a self-imposed #JantaCurfew. Photographs by @ashishsphotos. pic.twitter.com/QkIfFUpKvc — Aditya Raj Kaul (@AdityaRajKaul)
March 22, 2020

 
Sulla scia dei flash mob spontanei nati in Italia, Modi ha anche invitato la popolazione ad affacciarsi ai propri “balconi, terrazze, finestre alle 17 di questo pomeriggio per esprimere gratitudine a quanti stanno lavorando ventiquattro ore su ventiquattro perché la nazione si liberi dal Covid-19”.
I social media sono inondati dalle foto di luoghi famosi del Paese, di solito pieni di gente, che oggi appaiono insolitamente calmi e deserti. Come in altre nazioni, anche qui si sono registrate file ai negozi di alimentari per accaparrarsi riso e farina. I
In India, i casi di contagio da Covid-19 sono oltre 320. Nelle ultime settimane, il Paese ha chiuso i suoi confini, sospeso l’emissione di visti e vietato agli stranieri da alcuni dei Paesi più colpiti dall’epidemia di entrare sul suo territorio. 

L’estate a rischio degli emigrati sardi

Dei circa 700 mila emigrati sardi che vivono in varie regioni d’Italia, ogni estate sono quasi 250 mila quelli che rientrano in Sardegna per trascorrere le vacanze. In media, chi lavora, sfrutta le ferie e si trattiene nelle seconde case o nelle abitazioni di parenti, circa tre settimane. Chi, invece, è già in pensione, di solito, arriva a Pasqua e rientra nella regione di residenza a settembre.
Tanti emigrati non rinunciano all’auto e iniziano a prenotare i viaggi in nave con un largo anticipo, già tra fine dicembre e l’inizio di gennaio, quando le tariffe sono in genere più convenienti. Tutte le eventuali ulteriori restrizioni legate all’emergenza per il Covid-19, impossibili da prevedere in questo momento, rischiano di riflettersi anche sul loro rientro in Sardegna. I dati sono stati forniti dai vertici della Fasi, la Federazione delle associazioni sarde in Italia, a cui sono iscritti circa 33 mila emigrati.
In questo momento, anche per loro, la situazione è critica. Tonino Mulas, responsabile della Commissione Trasporti della Fasi e titolare del centro servizi Eurotarget Viaggi, spiega: “Attraverso la nostra agenzia, che si trova a Milano, iniziamo a prendere le prenotazioni fin da dicembre. Quest’anno, già tra la fine di febbraio e l’inizio marzo è iniziato un calo delle richieste. Adesso, l’agenzia è chiusa al pubblico, ma le dipendenti stanno continuando a lavorare dalle proprie case e, purtroppo, stanno ricevendo moltissime chiamate per le disdette. Cercano, ovviamente, di convincere chi sta contattandoci a non annullare, per ora, i viaggi e ad attendere. Le disdette, se le cose non dovessero cambiare in meglio, si possono fare anche una settimana prima e non ha senso farle ora”. 
Mulas sottolinea che nella maggior parte dei casi “sono persone che hanno una seconda casa in Sardegna, oppure che vengono ospitate da parenti o semplicemente scelgono l’Isola per le vacanze, da turisti. Poi, bisogna tener conto che molti di loro ritornano anche in altri periodi dell’anno, per le festività natalizie, nel periodo pasquale, oppure per la vendemmia, perché hanno ancora vigne, o per raccogliere le olive perché magari possiedono degli oliveti. Insomma, tanti emigrati contribuiscono alle presenze nell’Isola nell’arco di tutti l’anno”.
Serafina Mascia, presidente nazionale della Fasi, ammette che “ora, per noi emigrati sardi, c’è la preoccupazione di non riuscire a rientrare nell’Isola quest’estate. Ciò che ci ha spaventati, è stata la comunicazione da parte della Regione sullo stato d’emergenza fino al prossimo 31 luglio. Inizialmente, c’è stata poca chiarezza e abbiamo ricevuto tantissime telefonate di persone che volevano disdire le prenotazioni. La maggior parte di noi rientra in Sardegna portando la macchina e, quindi, ogni anno prenota il viaggio in nave a gennaio, febbraio e marzo, anche perché i prezzi sono più bassi”.
La presidente della Fasi auspica che “la situazione possa risolversi al più presto. In caso contrario, ovviamente, per noi sarà un grande dispiacere rinunciare al ritorno in Sardegna”.

Quindicesimo giorno davanti alla tv, manuale di sopravvivenza

I nostri consigli televisivi quotidiani per affrontare la clausura imposta dal coronavirus
PER CHI AMA LE STORIE EPOCALI
LA CONCESSIONE DEL TELEFONO – Più che Montalbano ne potè Vigata: è la cittadina di fantasia sede delle indagini del Commissario più famoso d’Italia che è protagonista in questa nuova storia camilleresca di fine Ottocento dove i volti s’incrociano: Alessio Vassallo ne “Il giovane Montalbano” era Mimì Augello, qui è il protagonista RAI 1 ore 21.15
IN ARTE MINA – Lo speciale condotto da Pino Strabioli che avrebbe dovuto andar in onda la settimana scorsa e poi è stato vittima dei terremoto da palinsesti. Schegge e filmati importanti (qualcuno inedito) sulla cantante più famosa d’Italia  RAI TRE ore 21.20
PER CHI E’ IN CERCA DI STORIE (E DRAMMI) VERI
COMMISSARI – IL PICCOLO TOMMY  A raccontare come fu affrontato il rapimento del piccolo Tommaso Onofri sono il Commissario Vincenzoi Nicoli che allora faceva parte del Servizio centrale operativo e il sostituto commissario Ledis Fontana della Mobile di Parma RAI TRE ore 23.15
ITALIA VIAGGIO NELLA BELLEZZA – LA BOTTEGA DEL FALSARIO – Viaggio assai accattivante in quello che nel ‘900 è stato un mercato assai florido: i falsi dei grandi autori. Chissà in quanti falsi ci siamo inbattuti nella nostra vita. E non sempre erano quadri RAI STORIA ore 22.30
PER CHI HA BISOGNO CHE SHERLOCK HOLMES CAPISCA E CI DICA
SHERLOCK HOLMES CONTRO CONAN DOYLE Ovvero il personaggio contro l’autore. E c’è chi pensa che l’autore non fosse altro che il suo personaggio. Immersione nell’aura mistica che questi due hanno diffuso nella letteratura, nel cinema e nel teatro. E la cui spinta propulsiva non accenna a diminuire RAI 5 ore 21.15
SHERLOCK Una delle più riuscite versioni del personaggio di Conan Doyle, quella dove l’indagatore (ai giorni nostri) è Benedict Cumberbatch. E c’ anche Moriarty ovviamente. Grande qualità NETFLIX Tutta la serie
 

La nuova stretta in Germania a causa del coronavirus 

Anche Angela Merkel è costretta alla quarantena: pochi minuti dopo aver ribadito ai tedeschi che per vincere la guerra contro il coronavirus sono necessari “rinunce e sacrifici”, la cancelliera ha dovuto annunciare, per bocca del suo portavoce Steffen Seibert, che lei stessa per precauzione deve rimanere a casa per due settimane. La notizia che era risultato positivo al Covid-19 il medico che venerdì scorso l’ha vaccinata contro i pneumococchi l’ha avuta subito dopo la conferenza stampa in cui annunciava le nuove misure restrittive varate d’intesa con i Laender.
La cancelliera, così Seibert, si sottoporrà nei prossimi giorni ripetutamente ai test del Covid-19, “perché un’analisi adesso ancora non sarebbe significativa”, e ovviamente continuerà regolarmente a lavorare anche da casa. Meno di una manciata di minuti prima, Merkel aveva chiesto ai tedeschi “ragionevolezza e cuore” quali condizioni necessarie per fermare il coronavirus in Germania.
Mentre annuncia le nuove misure restrittive in vigore “per almeno due settimane” – tra cui il divieto di assembramenti con più di due persone e l’obbligo di mantenere una distanza di almeno 1,5 metri – la cancelliera si rivolge ai cittadini ribadendo ancora una volta, di fronte alla preoccupante velocità del virus”, che è fondamentale “ridurre i contatti” tra le persone allo scopo di “guadagnare tempo”, prezioso per vincere la sfida.
Merkel insiste: “Non sono raccomandazioni, sono regole: solo così possiamo salvare vite”. Le nuove disposizioni sono volte a far sì che tutti i Laender tedeschi marcino nella stessa direzione: “Nessuno avrebbe mai pensato di varare misure di questo genere”, afferma ancora la cancelliera, “ma fanno sì che tutti sappiano esattamente a che punto siamo: chiunque deve organizzare i suoi movimenti secondo queste norme”.
Così, nel giorno in cui i contagi in Germania superano quota 24 mila (circa duemila in più di ieri, con oltre 90 vittime), Angela Merkel ripete puntigliosamente le decisioni prese oggi al vertice in teleconferenza lei presieduto insieme ai governatori dei 16 Laender tedeschi, ricordando che per chi contravviene “ci saranno sanzioni”, ma aggiungendo di essere convinta che “se remiamo tutti insieme” il coronavirus sarà battuto.
Innanzitutto, le misure prevedono il divieto di assembramenti con più di due persone, “eccezion fatta per le famiglie e le persone che convivono nello stesso domicilio”, dato che – la cancelliera insiste su questo – dev’essere limitato al massimo il contatto tra le persone.
Negli spazi pubblici si deve mantenere una distanza minima di 1,5 metri, mentre si conferma la chiusura di ristoranti, trattorie, pub e simili. Il controllo di eventuali violazioni di tali provvedimenti è affidato alle autorità giudiziarie e alle forze di polizia. Tra le altre misure, sono confermate le disposizioni d’igiene nelle imprese che valgono sia per i dipendenti che per i visitatori.
Per quanto riguarda gli spostamenti, è ancora possibili percorrere la strada per recarsi al lavoro oppure per praticare sport all’aperto, mentre “sono del tutto inaccettabili” i ritrovi di “gruppi festanti in spazi pubblici, in appartamenti come in strutture private”, data “la seria situazione” in cui versa il Paese. Continuano ad essere permesse le consegne a domicilio degli alimenti, mentre sono costretti a chiudere “parrucchieri, studi di bellezza, di massaggi e di tatuaggi”.
Ovviamente continua ad essere possibile recarsi al lavoro, andare a fare la spesa, andare dal medico, partecipare a esami o altre attività “necessarie”. Complessivamente, si tratta di “portare tutte le persone alla ragione”, commenta il governatore del Nord-Reno Vestfalia, Armin Laschet, secondo cui “non è lasciare il proprio appartamento il pericolo, lo è il contatto stretto col prossimo”.
Per questo il divieto di assembramento per più di due persone “è più adatto a realizzare l’interruzione alla catena delle infezioni”. Non usa mezzi termini, Laschet: “è una questione di vita e morte”. Mentre alcuni Laender, tra cui la Baviera, hanno già varato misure restrittive anche più stringenti, tra cui il divieto di uscire di casa a meno di situazione di estrema necessità, il Saarland ed il Baden Wuerttemberg hanno offerto alla Francia, con cui confinano, di poter curare nei propri ospedali alcuni dei loro ammalati gravi: segni di solidarietà tra Paesi ai tempi di coronavirus.  

“Non preoccupatevi se i vostri figli giocano tanto con i videogame”

Milioni di ragazzi chiusi in casa, senza scuola, senza sport, senza altre attività da fare. L’emergenza coronavirus sta cambiando le abitudini anche dei più giovani e non c’è da stupirsi se negli ultimi giorni si è registrato un importante aumento del traffico di dati per usare videogiochi online come Fortnite o Call of Duty. Un picco che sta preoccupando molti: i gestori della Rete per la tenuta dell’infrastruttura e tanti genitori che temono effetti negativi dei videogiochi sui loro figli.
Su questo secondo aspetto però lo psicoterapeuta Alberto Rossetti, che si occupa di adolescenti, rassicura gli animi in questo dialogo con l’Agi. “Quanto sta succedendo in questi giorni rende inevitabile un maggiore utilizzo dei videogiochi e del digitale: i ragazzi sono chiusi in casa e il numero di attività che possono svolgere è assai più limitato. Per questo non bisogna preoccuparsi di eventuali eccessi di utilizzo rispetto al periodo precedente. Anzi, è assai più preoccupante un ragazzo che non vuole fare nulla e scivola nell’apatia rispetto a uno che passa più tempo con il joypad in mano o al computer”.
Nessun pericolo quindi?
Resta fondamentale non far prendere abitudini malsane ai più giovani. I videogiochi vanno bene, ma usati correttamente. Abitudini come quelle di giocare fino a tarda notte o alzarsi all’alba per una partita non andavano bene prima e non vano bene neanche adesso. I genitori devono aiutare i figli, soprattutto adolescenti, a gestire il tempo intervallando diverse attività. Però, vista la situazione di emergenza, è meglio affrontare il tutto con meno rigidità.
Alcuni genitori vedendo i figli così tanto davanti alla console o al computer potrebbero essere tentati dall’idea di vietarglieli. È una buona idea?
Vietare o limitare troppo i videogiochi può essere controproducente. Che si giochi online con degli amici o con degli sconosciuti, siamo comunque di fronte a forme di relazione. Impedirle, in un momento in cui già i ragazzi non possono uscire e non possono fare quasi nulla, diventa uno stimolo a farli isolare dal mondo. Una partita online può essere per loro uno spazio di sfogo e di divertimento, e anche un evento di cui poi parlare con gli amici.
Cosa dovrebbero fare quindi i genitori in questa situazione?
In questi giorni siamo obbligati ad affrontare cose mai affrontate prima. Diciamo subito una cosa chiaramente: non esiste una regola di comportamento valida per tutti, giovani o adulti che siano. Probabilmente però molti genitori hanno adesso quel tempo che prima non avevano per interessarsi ai giochi dei figli. L’emergenza può quindi diventare un’occasione per informarsi meglio e, perché no, condividere alcune attività e gli stessi videogiochi. Però questo non deve diventare un obbligo per nessuno: se il ragazzo vede il momento del videogioco come un suo spazio, va bene anche lasciarlo così, senza entrare in quello spazio.
Esistono titoli più indicati di altri o videogiochi che è meglio evitare?
Ci sono videogiochi che vanno bene per alcuni e altri no, dipende da tanti fattori, tra cui l’età. Ci sono ragazzi che giocando a titoli come Fortnite o altri sparatutto diventano aggressivi e, visto che poi non possono neppure uscire, si ritrovano a non poter sfogare da nessuna parte questa aggressività. Però ci sono molti altri che giocano a quegli stessi giochi in modo perfettamente sano. Anche qui, l’abilità del genitore deve essere quella di saper osservare e, dopo, spingere i ragazzi verso le attività migliori per loro. Il mercato dei videogiochi propone titoli molto diversi e con meccaniche differenti: non ci sono solo giochi in cui si spara, ma anche opere più narrative. Insomma, si può essere creativi anche con i videogiochi.
I videogiochi un aiuto in questo momento di emergenza insomma.
Non dobbiamo vedere i videogiochi, e il digitale, come un mondo a parte e separato dal resto: deve esserci una continuità. Questi prodotti possono essere un’attività ulteriore da proporre rispetto a quelle più classiche e non vanno demonizzati. Fare giocare ai videogiochi i giovani non significa condannarli alla dipendenza. Ma questo richiede delle responsabilità anche da parte dei genitori che non devono usare iPad o computer per “parcheggiare” i figli. E alla fine di questa emergenza non ci troveremo di fronte a milioni di dipendenti dai videogiochi. Anzi, i giovani avranno più voglia che mai di tornare all’aria aperta e invadere i parchi delle città.

Le critiche della politica alla comunicazione “notturna” di Conte

Il centrodestra prova a ‘bypassarlo’: “Annunci di notte e confusione di giorno”, l’attacco concentrico di Salvini, Berlusconi e Meloni che chiedono direttamente un incontro al presidente della Repubblica, Mattarella. E anche Renzi non risparmia critiche, più che altro alla comunicazione: “Non siamo al Grande fratello”.
Così il premier Conte, il giorno dopo il discorso in cui cede al pressing delle regioni e dei sindacati per una stretta sulle attività non essenziali (“Una decisione difficile”), si ritrova ad essere difeso in maggioranza dal Partito democratico, con M5s in posizione più defilata. E alle prese con un provvedimento che ha visto la luce solo in serata sia per la mole di lavoro che per le ‘resistenze’ da parte delle aziende, con Confindustria che ha reiterato l’invito ad ogni tipo di cautela.
Il presidente del Consiglio respinge gli attacchi che provengono da più parti (nel centrodestra c’è chi ritorna sotto traccia ad auspicare l’arrivo dell’ex presidente della Bce, Draghi). La sua linea – ribadita più volte – è improntata alla trasparenza. Ha rilasciato dichiarazioni alla stampa ieri proprio per evitare che ci fossero ulteriori fughe di notizie o che si creasse confusione e panico. Ci sto mettendo la faccia con il massimo impegno e con il massimo della buona fede, il suo ragionamento.
Del resto è Dario Franceschini, il più alto in grado del Pd nel governo, a rimarcare il peso della responsabilità senza uguali per un presidente del Consiglio (sulla stessa lunghezza d’onda poi il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio) che si ritrova a fronteggiare una situazione del genere. Il ministro dei Beni culturali dice senza mezzi termini che Conte “va ringraziato per il suo lavoro senza sosta”. Certo, ammette che qualche errore è stato fatto, ma così come l’hanno commesso in tanti. E invita – chiamandoli in causa – Berlusconi, Salvini e Meloni a sotterrare l’ascia di guerra e a giocare “nella stessa squadra”. “Verrà il momento degli scontri e delle analisi” ma non ora afferma il capo delegazione dem.
In realtà a non risparmiare critiche all’operato di Conte è il leader di Italia viva. “No ad una comunicazione come un reality”, l’affondo. Renzi è critico con le comunicazioni rese dal premier ieri sera tardi in diretta Facebook. Polemiche pretestuose, dicono nella sede del governo: di domenica la sala stampa è chiusa, c’era difficoltà nel radunare i giornalisti e indire una conferenza vera e propria, si è trattato di dichiarazioni andate contemporaneamente in tv con segnale autonomo e trasmesse con i social, nulla di atipico considerato anche l’eccezionalità del momento. Anzi nell’ufficio stampa si rimarca che il metodo utilizzato ha permesso di raggiungere un ampio numero di destinatari.
Ad essere criticata dal centrodestra è stata anche la scelta di posticipare solo nella tarda serata di oggi il Dpcm. Un ritardo – hanno spiegato fonti di palazzo Chigi – causato dalle richieste da parte delle aziende nel voler proseguire nelle proprie attività, da qui la verifica portata avanti.
Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha inviato una lettera a palazzo Chigi: “Occorre – sottolinea il leader degli industriali – non sospendere attività non di per sè essenziali ma ‘funzionali’ alle attività essenziali”. Una missiva in cui Via dell’Astronomia sottolinea “l’esigenza di contemperare la stretta decisa ieri con alcune esigenze prioritarie del mondo produttivo” e da delle indicazioni ben precise: occorre sciogliere immediatamente il nodo del credito e più in generale della liquidità” affinchè “gli imprenditori non perdano la speranza nella futura prosecuzione delle attività” ed è necessario “evitare impatti negativi sulle nostre società quotate”.
La ‘frenata’ con tanto di slittamento del testo si è trasformata subito in polemica politica, con Rifondazione comunista che ha lanciato l’affondo: “Vergogna Confindustria, Bergamo non insegna nulla?”. E con i sindacati che sono sul piede di guerra: “Siamo pronti a proclamare in tutte le categorie che non svolgono attività essenziali lo stato di mobilitazione e la conseguente richiesta del ricorso alla cassa integrazione, fino ad arrivare allo sciopero generale”, l’avvertimento.
Ma il governo tira dritto. Il Dpcm chiarisce quali sono le attività che possono continuare ad essere aperte (per esempio gli studi professionali), uniforma tutti gli altri provvedimenti alla data del 3 aprile e ribadisce quanto contenuto in un’ordinata firmata oggi dal ministero della Salute e dal Viminale: niente spostamenti tra comuni. Un modo per fermare un nuovo esodo dal Nord al Sud, con alcune regioni come la Calabria e la Basilicata che hanno già ‘chiuso’ le porte in entrata e in uscita.
Nel frattempo il trend dei numeri riguardo i contagiati e le vittime da coronavirus è leggermente calato. “Siamo in guerra”, ha spiegato oggi il commissario delegato all’emergenza Arcuri.
Salvini, Berlusconi e Meloni hanno chiesto un incontro al Capo dello Stato e ribadito la necessità di far lavorare il Parlamento. “Dobbiamo remare nella stessa direzione”, l’invito del capogruppo dem Marcucci, mentre i presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati, hanno ribadito come il Parlamento sia nel pieno dei propri lavori (la settimana prossima ci sarà un’informativa del premier Conte sull’emergenza). 

Liam chiama Noel: “Riuniamo gli Oasis per un concerto di beneficenza”

Un concerto di beneficienza di Liam e Noel Gallagher, insieme, come Oasis. È questa la proposta lanciata da Liam al fratello dal proprio account Twitter. Lo fa a modo proprio, è chiaro, in puro stile Gallagher, ma il guanto di sfida a Noel, con il quale è notoriamente non in ottimi rapporti, è lanciato.
“Seriamente, molti pensano che io sia un coglione e io sono un bel coglione, ma una volta che tutto questo sarà finito dobbiamo riunire gli Oasis per un concerto di beneficenza. Dai Noel, dopo possiamo tornare alle nostre incredibili carriere soliste”.

Listen seriously a lot of people think I’m a cunt and I am a good looking cunt but once this is put to bed we need to get oasis back for a 1 of gig rite for charity c’mon Noel we can then go back to our amazing solo careers c’mon you know LG x — Liam Gallagher (@liamgallagher)
March 19, 2020

 
Rincara la dose qualche tweet più giù con una provocazione bella e buona in riferimento alla beneficienza

Fuck cash he’s got enough msn c’mon — Liam Gallagher (@liamgallagher)
March 19, 2020

 
“Cazzo, hai abbastanza soldi, dai” scrive dunque Liam a Noel, che il 28 agosto del 2009 decise di lasciare la band proprio per l’incompatibilità con il fratello. Ancora non è arrivata alcuna risposta ed è difficile che Noel possa allentare le redini di una tensione tra i due che non si è mai davvero spenta, ma il mondo è in emergenza, ha bisogno di una buona notizia, e questa manderebbe in visibilio ogni appassionato di musica.
Nel frattempo infatti la notizia ha fatto sognare i fans del mondo intero che oltre ad esultare al tweet di Liam hanno letteralmente invaso il profilo di Noel per invitarlo ad accettare l’invito del fratello. I nerd musicali di tutto il mondo, specie chi è stato testimone di quella che è in assoluto una delle storie più avvincenti della storia del rock, stanno in attesa col fiato sospeso.

Virus,Sudcorea:calano a 64 i nuovi casi

6.22
Sono scesi a 64 i nuovi casi di coronavirus registrati domenica in Corea del Sud, contro i 98 di sabato. Il totale sale così a 8.961: è il dato più basso da metà febbraio, ha riferito il Korea centers for disease control and prevention. Il Paese ha rafforzato le regole interne di condotta anticontagio (tra cui la distanza interpersonale) e sulla quarantena per gli arrivi dall’Europa.
I decessi sono aumentati a 111. I casi confermati a Daegu e nel Gyeongsang del Nord,i due epicentri sudcoreani del virus, sono saliti a 6.411 e a 1.256.

L’oroscopo del giorno 23 marzo: Saturno in Acquario fa bene a Gemelli e Bilancia

L’oroscopo del giorno lunedì 23 marzo 2020 con la Luna magica nel segno dei Pesci per quasi tutta la giornata. Solamente in serata la Luna passerà nel segno dell’Ariete ma soprattutto, da oggi e per tre mesi, Saturno si troverà nel segno dell’Acquario, segno che riporta ottimismo soprattutto per quanto riguarda la legiferazione statale. Ecco qui le previsioni astrali segno per segno.Ultima ora