di Raffaele Bonanni
ROMA Ultima Ora / IPA – Sull’immigrazione l’Europa continua a mettere in scena una disputa falsa: porte aperte o chiuse, accoglienza o rigore. È un alibi. La domanda seria è un’altra: può un continente che invecchia e perde lavoratori affidarsi a flussi che non sa governare?
La risposta più comoda è una formula: mancano braccia? Importiamole. Gli europei non vogliono certi mestieri? Li faranno gli immigrati. Così l’immigrazione diventa la stampella di economie che rinviano investimenti, produttività e salari migliori. Ma reclutare lavoro povero per alimentare altro lavoro povero non è politica: è una resa.
Chi arriva deve trovare lingua, formazione, legalità, doveri. Altrimenti l’integrazione resta una parola da convegno: altrimenti prosperano sommerso e sfruttamento. Il successo si misura dall’integrazione reale.
Intanto è cambiata la natura dei flussi. Non sono più soltanto conseguenza di guerre, miseria o aspirazioni. Sono diventate materia geopolitica. Paesi di origine e transito hanno capito che aprire o chiudere una rotta è una leva diplomatica. La frontiera è ormai un’arma di pressione.
Servono dunque meno prediche e più governo: ingressi regolari legati ai fabbisogni reali, accordi esigenti con i Paesi terzi, controllo delle frontiere e rimpatri effettivi per chi non ha titolo a restare. E bisogna smettere di usare nuova manodopera per rinviare investimenti in competenze, tecnologia e produttività.
Qui emerge l’ipocrisia europea. Abbiamo europeizzato i diritti e nazionalizzato i problemi. Schengen pretende una frontiera comune, ma l’asilo continua a caricare sui Paesi di primo ingresso una parte decisiva dell’onere. Finché regge, tutti celebrano la libera circolazione. Quando la pressione aumenta, ricompaiono controlli e confini.
Ceuta non inventa questa contraddizione: la mette a nudo. La Spagna sceglie una vasta regolarizzazione e, davanti alla pressione dal Marocco, reagisce con respingimenti contestati. Gli altri temono i movimenti secondari. La Germania insiste sui trasferimenti verso i Paesi di primo ingresso. L’Italia conosce il copione: quando chiedeva solidarietà riceveva lezioni; quando la pressione arriva altrove, l’emergenza diventa europea.
Il guasto viene da lontano. Gli Stati hanno conservato il potere di decidere gli ingressi, affidando all’Unione soprattutto regole e tutele. Dublino ha cristallizzato il paradosso: principi europei, fatture nazionali.
Ora l’ambiguità è insostenibile. Germania, Francia, Italia e Spagna hanno interessi diversi, ma nessuna può governare da sola un fenomeno di questa portata. Occorre decidere quanti ingressi servono, per quali lavori, con quali obblighi di integrazione, quali controlli e quali rimpatri.
L’immigrazione non si governa con la bontà esibita né con la paura agitata. Si governa decidendo. Ceuta è lo specchio davanti al quale l’Europa non può più truccarsi: ha voluto frontiere comuni senza costruire una politica migratoria comune. Adesso il conto è arrivato. E non accetta rinvii.
Fonte: IPA
Ultima Ora / IPA.
Migranti, la crisi di Ceuta mette a nudo le contraddizioni europee
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