di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) Ultima Ora / IPA – “Questo non è il 1945. Il mondo è andato avanti. Anche l’Organizzazione deve andare avanti”. Con queste parole Khalilur Rahman, ministro degli Esteri del Bangladesh, ha inaugurato oggi la sua presidenza dell’81esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, raccogliendo il testimone dalla tedesca Annalena Baerbock e indicando nella ricostruzione della fiducia verso l’ONU la priorità del suo mandato. Rahman ha assunto la guida dell’Assemblea Generale in una fase particolarmente difficile per il multilateralismo, tra guerre, crisi umanitarie, cambiamento climatico e crescenti divisioni fra le grandi potenze.
Il tema scelto per la nuova sessione è infatti “Restoring trust, managing transformation: A United Nations that delivers for all”: recuperare fiducia, governare la trasformazione e costruire un’ONU capace di produrre risultati per tutti. “Il multilateralismo dell’ONU viene messo alla prova in modi che non abbiamo mai visto prima”, ha detto Rahman nel suo primo incontro con i giornalisti dopo il giuramento. Il nuovo presidente, che arrivò per la prima volta alle Nazioni Unite come delegato nel 1985, ha però ricordato che accanto alle crisi esistono opportunità che quarant’anni fa non c’erano, a cominciare dalle nuove tecnologie e dalla governance dell’intelligenza artificiale.
La parola chiave sarà “dialogo”. “Non sono così ingenuo da pensare che tutto possa essere risolto rapidamente e amichevolmente”, ha riconosciuto. Alcune questioni resteranno irrisolte e altre richiederanno tempo, “ma questo non deve impedirci di cercare un terreno comune ovunque sia possibile”. La sua presidenza, ha assicurato, resterà completamente fedele alla Carta delle Nazioni Unite. Rahman vuole però anche provare ad “aprire” maggiormente il Palazzo di Vetro. Ha richiamato le prime parole della Carta Onu, “We the peoples”, sottolineando che non dicono “We the States”: “L’Organizzazione è più grande degli Stati membri”.
Società civile, media, università, imprese e comunità dell’innovazione, secondo il nuovo presidente, continuano troppo spesso a essere trattati dall’ONU come “gli altri”. “Unlocking the UN”, aprire l’ONU alle loro voci, sarà quindi uno degli obiettivi della sua presidenza. Una visione che Rahman collega direttamente alla crisi di credibilità delle Nazioni Unite.
Interrogato sulla riforma dell’Organizzazione, ha promesso di sostenere il processo UN80 avviato dal Segretario Generale Antonio Guterres, ma ha avvertito che non saranno sufficienti aggiustamenti marginali. “Le riforme devono essere significative” e devono contribuire a recuperare la fiducia dell’opinione pubblica. “Abbiamo una situazione in cui la fiducia è in deficit”, ha aggiunto.
“L’Organizzazione deve intraprendere riforme più profonde per essere adatta al futuro, non soltanto all’oggi ma al domani. Questo non è il 1945, non stiamo facendo la Conferenza di San Francisco. Siamo all’81esima sessione. Il mondo è andato avanti. L’Organizzazione deve andare avanti e io aiuterò questo processo”.
Rahman assume però la presidenza con una particolarità: almeno fino ad oggi mantiene formalmente anche l’incarico di ministro degli Esteri del Bangladesh, assunto lo scorso febbraio. Lo ha confermato lui stesso durante lo stakeout quando, a un giornalista che gli chiedeva della politica estera di Dhaka, ha risposto di non voler affrontare questioni nazionali nella sua nuova veste: “Non sono qui nella mia capacità nazionale”. Poi ha precisato: “Sono ancora il ministro degli Esteri. Vi parlerò separatamente”. Una doppia veste particolare per chi ha appena promesso di essere “il presidente di tutti i Paesi”, indipendentemente da chi lo abbia votato.
Rahman ha comunque tracciato oggi una netta distinzione tra le due funzioni, chiedendo ai giornalisti di rivolgersi a lui, quando si trova all’ONU, nella sua capacità di presidente dell’Assemblea Generale. Il sito ufficiale del governo del Bangladesh continua al momento a indicarlo come ministro degli Esteri. Tra i dossier più delicati che attraverseranno la sua presidenza ci sarà la scelta del successore di Guterres. Alla domanda se il prossimo Segretario Generale debba essere finalmente una donna, Rahman non si è sbilanciato: la Carta, ha ricordato, stabilisce che il Consiglio di Sicurezza raccomandi un candidato e che l’Assemblea Generale lo nomini.
Ha però promesso di lavorare strettamente con gli Stati membri e con le presidenze del Consiglio affinché si arrivi “a un nome il prima possibile”, garantendo una transizione efficace e senza vuoti nella leadership dell’Organizzazione.
Rahman, eletto lo scorso 2 giugno con 99 voti contro i 91 ottenuti dal candidato di Cipro Andreas Kakouris, ha una lunga esperienza diplomatica e all’interno delle stesse Nazioni Unite. Prima di diventare ministro degli Esteri era stato consigliere per la sicurezza nazionale e Alto rappresentante per la questione Rohingya. Proprio parlando dei Rohingya ha ribadito oggi che “We the peoples” significa tutti i popoli, compresi quelli senza uno Stato o senza una propria voce all’ONU.
Rahman ha ricordato la visita di Guterres nei campi che ospitano i Rohingya e la loro richiesta di poter tornare a casa: “Abbiamo portato la loro voce alle Nazioni Unite. Continuerò a farlo”.
Baerbock, chiudendo l’80esima sessione, ha invece difeso con forza l’istituzione che lascia dopo un anno alla guida dell’Assemblea: nonostante tutti i suoi limiti, ha detto, “non un solo giorno, non un solo Paese starebbe meglio senza le Nazioni Unite”. Rahman raccoglie dunque il martelletto con la sfida di dimostrare che un’Organizzazione nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale può ancora adattarsi a un mondo profondamente diverso da quello per cui fu progettata.
– Foto Onu –
Ultima Ora / IPA.
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