Tag: Italia

  • Trovato morto in casa Andrea Angeli, peacekeeper senza divisa testimone della strage di Nassiriya

    Ultima Ora – Andrea Angeli, il peacekeeper senza divisa che ha collaborato per anni con ONU, NATO e Farnesina, è stato trovato morto ieri sera nella sua casa di Macerata. Erano giorni che i suoi amici non riuscivano a mettersi in contatto con lui e hanno chiamato la sorella, che ha allertato i soccorritori della Croce Verde, i quali hanno trovato il corpo senza vita in casa.
    Da quanto si è appreso, era morto da giorni probabilmente a causa di un malore. Angeli, 69 anni e due lauree, ha prestato la sua opera in diversi Paesi al mondo e vissuto contesti di guerra: dall’Iraq alla Cambogia, dal Cile, durante il regime di Pinochet, alla ex-Jugoslavia, dove ha vissuto per 14 anni; contribuì a salvare Rosaria Bartoletti, l’ultima italiana rimasta a Sarajevo durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina.
    Testimone della strage di Nassiriya e consulente nelle missioni di pace
    Fu uno dei testimoni diretti della strage di Nassiriya. Un consulente civile, che veniva chiamato nelle missioni di pace delicate, che non si è fermato nemmeno dopo la pensione. “Un esempio da seguire attentamente per chi, come me, si è avvicinato alle operazioni umanitarie internazionali negli anni ’90”, dice di lui Francesco Lusek, disaster manager della Protezione civile.
    Il ricordo di Toni Capuozzo: «Una cravatta in tasca anche nei luoghi impossibili»
    Sui social lo ricorda il giornalista Toni Capuozzo, con il quale ha condiviso diversi scenari di guerra: “Se devo dire quale sia l’immagine più forte che mi porto dietro di lui, a poche ore dalla sua scomparsa, è una singolare eleganza anche in luoghi impossibili: poteva portare un giubbotto antiproiettile ma in una tasca teneva una cravatta, caso mai servisse”.
    I funerali a Macerata sabato 11
    I funerali di Andrea Angeli avranno luogo sabato alle 11 a Macerata, nella chiesa di Santa Croce.

  • Choc a Savona, un’intera famiglia trovata morta in casa: l’ipotesi dell’omicidio-suicidio

    Ultima Ora – Tragedia famigliare a Finale Ligure, in provincia di Savona, dove sono stati ritrovati i tre corpi senza vita di una famiglia composta da un uomo, una donna e un ragazzo minorenne.
    Una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti è quella dell’omicidio-suicidio. Sul posto sono intervenuti la Croce Bianca di Borgio Verezzi, l’automedica, i vigili del fuoco, i carabinieri e la polizia locale. 
    Le indagini
    Le vittime sono Daniele Baruzzo, la moglie Paola Siri, e il figlio Mattia di appena 14 anni. La tragedia si sarebbe consumata intorno alla mezzanotte di giovedì 3 settembre, ma la scoperta dei corpi è avvenuta solo in mattinata. In casa è stato trovato anche un bigliettino, che accrediterebbe l’ipotesi di omicidio-suicidio. Baruzzo aveva il porto d’armi e si esercitava al poligono. Sulla tragedia, indagano i carabinieri.

  • Un uomo ha ricostruito l’albero genealogico dell’intera popolazione di San Marino

    Ultima Ora – Mappare le radici comuni di un’intera Nazione – per quanto piccola – dotandosi di tecnologia, memoria delle fonti storiche e tanta, tanta, pazienza. 
    L’albero genealogico di San Marino
    Protagonista della peculiare impresa è Giorgio Bologna, 45 anni, che partendo dalla ricerca delle proprie origini e dai racconti della nonna ha trasformato la passione per la genealogia in un progetto dedicato alla memoria di un’intera comunità.
    L’uomo, infatti, ha ricostruito in dieci anni di ricerca un albero genealogico che oggi collega oltre 42mila persone, di fatto l’intera popolazione della nazione, mettendo in relazione generazioni di famiglie sammarinesi e territori italiani vicini. Una cifra imponente se si considera che la popolazione attuale della Repubblica si attesta attorno ai 34 mila abitanti: il database finisce così per abbracciare l’intera storia demografica del Titano, mettendo in relazione non solo i residenti, ma anche le generazioni passate, le famiglie dei territori italiani limitrofi e la vasta rete di emigrati all’estero.
    Una ricerca complessa
    La ricostruzione ha richiesto un’indagine metodica e complessa. Bologna ha consultato censimenti, registri di nascita, matrimonio e morte, necrologi e documenti storici, attingendo agli archivi di San Marino e dei Comuni italiani limitrofi e visitando anche diversi cimiteri della regione.
    In alcuni casi, le corrispondenze del Dna hanno contribuito a individuare parenti lontani e a ricostruire legami familiari.
    La realizzazione del progetto
    L’albero, realizzato sulla piattaforma MyHeritage, comprende documenti che risalgono anche al XVII secolo e nel tempo è diventato un punto di riferimento per persone interessate a ricostruire le proprie origini, compresi discendenti di emigrati sammarinesi che contattano Bologna per ritrovare il legame con la Repubblica.
    “La mia passione è nata dal desiderio di scoprire le mie radici e dalla curiosità trasmessa da mia nonna”, racconta Bologna, sottolineando come, in una comunità territorialmente piccola, i legami familiari siano particolarmente stretti. La ricerca prosegue con l’obiettivo di ampliare l’albero e preservare la memoria storica delle famiglie e della comunità sammarinese. 

  • Report, Corsini: “I conduttori li scelgo io, non la redazione. Piervincenzi? Rimane”

    Ultima Ora – I conduttori di Report “li sceglie il direttore, non la redazione. Il direttore sono io, mi pagano per fare questo e quindi sta a me scegliere”. Lo ha dichiarato Paolo Corsini, direttore di Approfondimento Rai, a margine della conferenza stampa di presentazione della nuova stagione di Ore 14 e Ore 14 Sera, programmi ora affidati alla conduzione di Salvo Sottile.
    La scelta dei conduttori di Report
    Alla domanda di commentare il passo indietro di Giulia Presutti, inizialmente indicata insieme a Daniele Piervincenzi alla conduzione di Report nella prossima stagione, Corsini ha risposto: “La sua è stata una scelta personale. E’ una risorsa professionale dell’azienda e sarà quindi utilizzata adeguatamente”.
    E Piervincenzi resta confermato? “Rimane, rimane…” ha risposto Corsini, senza aggiungere altro sull’argomento. Interpellato sul tema della conduzione di Report, Corsini ha ribadito con fermezza che la decisione spetta esclusivamente alla direzione editoriale e non alla redazione del programma.
    Oggi il nuovo conduttore
    Su Report “l’intenzione è quella di chiudere oggi, trovare il nuovo conduttore”, ha rivelato il direttore di Approfondimento Rai che ha aggiunto: “Stiamo lavorando perchè il programma possa ripartire, come previsto, l’8 novembre”.
     

  • Giochi con vincite in denaro, nel 2024 è coinvolto il 31,9% degli italiani. Il Gratta e Vi…

    Ultima Ora – Nel 2024, il 31,9% della popolazione italiana di 14 anni e più dichiara di aver partecipato nell’ultimo anno ad almeno un gioco con vincite in denaro, per un totale di 16 milioni e 609mila persone. Il restante 68,1% non ha invece effettuato alcuna scommessa. La partecipazione risulta sensibilmente più elevata tra gli uomini (37,8%) rispetto alle donne (26,4%). È quanto emerge dal rapporto Istat “Giochi e Videogiochi 2024”.
    L’analisi per età mostra come il coinvolgimento nelle attività di gioco cresca rapidamente dopo l’adolescenza: tra i 14 e i 17 anni scommette il 12,5% della popolazione, quota che raggiunge il valore massimo tra i 35 e i 54 anni (36,7%) e si mantiene elevata fino ai 74 anni. Oltre questa soglia, la partecipazione diminuisce progressivamente, attestandosi al 22,2% tra gli ultra 75enni.
    Frequenza di gioco e differenze di genere
    Il 4,9% della popolazione gioca una o più volte alla settimana, il 6,9% almeno una volta al mese e il 20,2% più raramente. La frequenza è sensibilmente più elevata tra gli uomini: il 7% gioca settimanalmente e il 9% mensilmente, contro rispettivamente il 2,9% e il 4,9% delle donne.
    Per quanto riguarda l’intensità della partecipazione, la modalità più diffusa consiste nel praticare una sola tipologia di gioco nell’arco dell’anno (12,7% della popolazione), seguita da due tipologie (8,2%) e da tre tipologie (6%). Una quota non trascurabile, pari al 5%, dichiara di partecipare a quattro o più tipi di gioco.
    Anche sotto questo aspetto emergono importanti differenze di genere: gli uomini mostrano una maggiore propensione alle attività di gioco, con il 7,5% coinvolto in quattro o più tipologie, contro il 2,6% delle donne.
    Gratta e Vinci in testa tra le preferenze degli italiani
    Tra le diverse forme di gioco, i Gratta e Vinci risultano i più diffusi e coinvolgono il 25,1% della popolazione. Seguono il Lotto, le lotterie tradizionali o istantanee (16,5%), il Superenalotto (13,8%), i giochi a base sportiva come il nuovo Totocalcio (4,7%) e gli altri giochi numerici a totalizzazione (3,7%).
    Meno frequenti risultano il Bingo (2,9%), le slot machine e le videolottery (2,6%), gli altri giochi da casinò (1,8%), il videopoker (1,6%) e le corse dei cavalli (1,5%).
    Per quasi tutte le tipologie considerate si registrano valori più elevati tra gli uomini rispetto alle donne. Giocano ai Gratta e Vinci il 28,6% degli uomini contro il 21,8% delle donne, mentre al Lotto o alle lotterie il 20,4% degli uomini e il 12,8% delle donne.
    Le differenze sono particolarmente marcate nelle forme di gioco più legate alla scommessa e al rischio. I giochi a base sportiva coinvolgono l’8,2% degli uomini contro l’1,5% delle donne. Il videopoker interessa il 2,3% degli uomini e lo 0,9% delle donne, mentre slot machine e videolottery coinvolgono rispettivamente il 3,8% e l’1,5%.
    Le differenze territoriali in Italia
    A livello geografico, la partecipazione ai giochi con vincite in denaro risulta leggermente più elevata nel Centro Italia (33,6%) e nel Mezzogiorno (33,1%) rispetto al Nord (30,3%).
    Nel Mezzogiorno si osserva inoltre una maggiore propensione a praticare più tipologie di gioco: il 6,4% della popolazione è coinvolto in quattro o più giochi, contro il 3,9% registrato nel Nord.
    In tutte le aree territoriali i Gratta e Vinci si confermano la tipologia di gioco più diffusa, seguiti dal Lotto, dalle lotterie e dal Superenalotto.
    Titolo di studio e propensione al gioco
    La partecipazione ai giochi con vincite in denaro è più diffusa tra le persone con un titolo di studio medio-basso. Gioca il 37,2% di chi possiede un diploma superiore e il 31,4% di chi ha la licenza media, contro il 28,6% dei laureati.
    I giochi praticati con maggiore frequenza
    Considerando le attività svolte almeno una volta alla settimana, la partecipazione più elevata riguarda il Lotto e le lotterie (2,5% della popolazione), seguiti dal Superenalotto (2,3%) e dai Gratta e Vinci (1,7%).
    Per tutte le altre tipologie di gioco, la frequenza settimanale rimane inferiore all’1% della popolazione.
    Il peso economico del gioco pubblico in Italia
    Secondo i dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nel 2024 la raccolta totale dei giochi pubblici, cioè l’ammontare complessivo delle somme giocate, ha raggiunto i 157,45 miliardi di euro.
    Le vincite restituite ai giocatori sono state pari a 135,87 miliardi di euro, mentre la spesa effettiva per il gioco, che rappresenta il ricavato complessivo della filiera ottenuto sottraendo le vincite dalla raccolta totale, è stata pari a 21,577 miliardi di euro.

  • Il caso Ranucci e la manodopera criminale: “La bomba per 3mila euro”

    Ultima Ora – Una manodopera criminale ‘improvvisata’ (almeno nel maneggiare dinamite e detonatori) ma ingorda di contante tanto da accettare un compenso di 3mila euro complessivi per eseguire l’attentato a Sigfrido Ranucci del 16 ottobre scorso davanti alla sua abitazione di Pomezia, vicino a Roma. 
    Il ‘costo’ dell’attentato a Ranucci 
    E’ uno degli aspetti che emerge dall’interrogatorio del 27 agosto di Pellegrino D’Avino, ora in carcere, perché ritenuto uno degli esecutori materiali dell’attacco contro il giornalista d’inchiesta, ex conduttore di Report. 
    Fu Clesio Gomes Tavares, racconta D’Avino, ad avvicinarlo per strada a Cicciano con una proposta che il verbale riporta testualmente: “Si deve mettere una botta, niente di che una cosa tranquilla”.
    E fu sempre il ‘mediatore’ braccio destro di Lavitola (il mandante reo confesso dell’attentato) ad offrire i tremila euro. D’Avino ne avrebbe girati milleduecento al padre Antonio Passariello e mille a Saverio Mutone, il terzo uomo della spedizione, trattenendo per sé gli ottocento restanti.
    Le contraddizioni tra padre e figlio arrestati per l’attacco a Ranucci 
    C’è un punto, negli atti dell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci, in cui le due versioni degli indagati principali smettono di sovrapporsi. Antonio Passariello, 53 anni, e suo figlio Pellegrino D’Avino, 27, sono stati interrogati lo stesso giorno, il 27 agosto, dal pm della Dda di Roma Edoardo De Santis. Uno la mattina, l’altro il pomeriggio.
    La versione dei due indagati 
    Entrambi ammettono la propria parte nella storia dell’ordigno esploso il 16 ottobre davanti alla casa dell’ex conduttore di Report. Ma su chi sapesse cosa, e su chi avesse in mano che cosa, i due verbali raccontano due storie diverse.
    Passariello è il padre, l’uomo che ha materialmente piazzato la bomba e l’ha fatta esplodere. Lo ammette senza troppi giri di parole, ma prova a scaricarsi di dosso la consapevolezza di quello che stava maneggiando. “Mio figlio Pellegrino mi diceva che l’ordigno conteneva solo polvere da sparo”, mette a verbale, e ribadisce di non conoscere “il funzionamento dell’ordigno”.
    La dinamica dell’attentato 
    Peccato che il resto del racconto smentisca l’immagine dell’uomo ignaro: prima si procura passamontagna e guanti per non farsi riconoscere, poi nasconde la bomba nel vano ruota di scorta della Fiat 500 a noleggio e il telecomando nel cruscotto. Arrivato a Roma, la posiziona vicino al cancello.
    Gli inquirenti: “Il detonatore è una miccia” 
    Il telecomando, al primo tentativo, non funziona. E qui arriva il passaggio che agli inquirenti non torna: invece di allontanarsi, Passariello si riavvicina. “Giunto, quindi, a non più di circa 5 metri dall’ordigno”, racconta, preme di nuovo il pulsante e la bomba esplode.
    La gelatina da cava
    Nel parere con cui si è opposto agli arresti domiciliari, il pm De Santis smonta punto su punto questa versione. Dentro quell’ordigno scoppiato all’esterno della casa di Ranucci,  ricorda, c’era gelatina da cava, dinamite per uso industriale ad alto potenziale, difficile da reperire; l’innesco, mai trovato, era compatibile con un detonatore a miccia lenta.
    Difficile immaginare, è la tesi dell’accusa, che un uomo capace di avvicinarsi a cinque metri da un simile ordigno senza esitazioni non ne conoscesse la natura.

  • Quattro italiani su 10 giocano a carte, uno su 3 si dedica al cruciverba

    Ultima Ora – Nel 2024, la partecipazione ad almeno un’attività ludica come giochi di società, giochi di carte, cruciverba e altre forme di intrattenimento ha riguardato il 52,9% della popolazione di 14 anni e più, pari a circa 27 milioni e 510mila persone. Tra questi, il 12,3% gioca con frequenza settimanale, il 15,7% almeno una volta al mese e il 24,9% più raramente.
    A praticare queste attività con maggiore regolarità sono soprattutto gli over 65 (19,3% con frequenza settimanale) e i giovani tra i 14 e i 24 anni (13,5%). I dati emergono dal rapporto Istat “Giochi e Videogiochi 2024”.
    I giovani sono i più appassionati di giochi
    L’abitudine al gioco risulta particolarmente diffusa tra i più giovani. Quasi sette ragazzi su dieci nella fascia tra i 14 e i 24 anni dichiarano di aver giocato almeno una volta nel corso dell’anno.
    La quota diminuisce progressivamente nelle classi d’età successive, fino a raggiungere il 42,7% tra gli ultra 75enni. Nonostante il calo, anche tra gli anziani il gioco continua a rappresentare una forma importante di socializzazione e svago.
    Carte, cruciverba e giochi di società dominano le preferenze
    Tra le diverse attività considerate, i giochi di carte risultano i più diffusi e coinvolgono il 39,7% della popolazione. Seguono i cruciverba con il 31,5% e i giochi di società con il 24,5%.
    Meno diffusi risultano gli scacchi e la dama (14,8%), il bowling e il biliardo (14,5%) e, in misura ancora minore, le escape room, comprese quelle in scatola, praticate dal 6,5% della popolazione.
    Come cambiano le preferenze con l’età
    I cruciverba rappresentano una delle poche attività che non mostrano differenze significative tra le diverse fasce anagrafiche, coinvolgendo stabilmente circa una persona su tre.
    I giochi di società, il biliardo, il bowling e le escape room risultano invece maggiormente diffusi tra i più giovani. Anche i giochi di carte registrano una forte presenza tra i ragazzi, interessando quasi sei persone su dieci nella fascia 14-24 anni.
    Allo stesso tempo, le carte mantengono una notevole popolarità anche tra gli over 65, dove rappresentano un passatempo per circa un individuo su tre.
    Differenze tra uomini e donne
    L’analisi delle differenze di genere evidenzia una partecipazione complessiva leggermente superiore tra gli uomini (54,3%) rispetto alle donne (51,5%).
    Gli uomini giocano più frequentemente a carte (41,8% contro 37,7%), a scacchi e dama (17,9% contro 11,8%) e praticano più spesso biliardo e bowling (18% contro 11,2%).
    Le donne si distinguono invece per una maggiore propensione ai cruciverba, che coinvolgono il 34,7% della popolazione femminile contro il 28% di quella maschile.
    La partecipazione ai giochi di società e alle escape room appare invece sostanzialmente equilibrata tra i due generi: rispettivamente 25% contro 24% per i giochi di società e 6,8% contro 6,2% per le escape room.
    L’evoluzione delle abitudini negli ultimi 25 anni
    Osservando l’evoluzione nel tempo, emerge un lieve aumento nella diffusione dei giochi di società, passati dal 22,3% del 2000 al 24,5% del 2024.
    Diminuisce invece l’abitudine a svolgere cruciverba, scesa dal 40,3% al 31,5%, e quella di giocare a carte, passata dal 46,7% al 39,7%.
    Il calo nei giochi di carte riguarda esclusivamente gli uomini, che sono passati dal 56,5% del 2000 al 41,8% del 2024. Tra le donne, invece, la partecipazione è rimasta sostanzialmente stabile, passando dal 37,6% al 37,7%.
    Nord Italia più attivo nelle attività ludiche
    Sul piano territoriale, le abitudini di gioco risultano più diffuse nel Nord Italia, dove coinvolgono il 57,6% della popolazione. Seguono il Centro con il 53,5% e il Mezzogiorno con il 45,9%.
    Le differenze territoriali interessano tutte le tipologie di gioco considerate, anche se risultano meno marcate per i giochi di carte, che si confermano una pratica trasversale: vi partecipa il 42,9% della popolazione del Nord, il 39,8% del Centro e il 35% del Mezzogiorno.
    Titolo di studio e partecipazione al gioco
    Differenze significative emergono anche in relazione al titolo di studio. Le persone laureate mostrano livelli di partecipazione più elevati, pari al 63,3%, rispetto a coloro che possiedono al massimo la licenza media, che si fermano al 40,1%.
    Anche in questo caso i giochi di carte si distinguono per una maggiore trasversalità sociale, con differenze meno accentuate rispetto alle altre attività considerate.
    I giochi praticati con maggiore frequenza
    Tra le attività svolte almeno una volta alla settimana, i cruciverba risultano i più praticati (6,7% della popolazione), seguiti dai giochi di carte (5,7%).
    Più contenuta la pratica settimanale dei giochi di società (2,2%), degli scacchi e della dama (1,5%), del biliardo e del bowling (0,9%) e delle escape room (0,7%).
    L’età incide in modo significativo sulla frequenza di gioco. La pratica settimanale dei giochi di società raggiunge il 5,8% tra i ragazzi di 14-17 anni e scende allo 0,7% tra gli over 75. Al contrario, la frequenza dei cruciverba passa dal 4,1% tra i più giovani al 13,1% tra le persone di 65 anni e più, confermando il forte legame di questa attività con le generazioni più mature.

  • Meteo, il caldo non cede nel weekend: ecco quando arriva il fresco

    Ultima Ora – L’estate non accenna a cedere il passo all’autunno. La situazione sinottica sull’Europa continua a essere dominata da un vasto e robusto campo di alta pressione di matrice atlantica, con massimi al suolo fino a 1025 hPa. Un blocco anticiclonico che continua a trascinare aria molto calda sull’Italia, mantenendo le temperature ben al di sopra delle medie stagionali.
    Per la giornata odierna il tempo si manterrà asciutto e soleggiato da Nord a Sud, con cieli in prevalenza sereni o poco nuvolosi. Uniche eccezioni, possibili isolati piovaschi pomeridiani circoscritti alle sole zone interne del Meridione.
    Weekend da bollino rosso: fino a +8°C sopra la media
    Con l’arrivo del primo fine settimana di settembre, le ultime proiezioni del Centro Meteo Italiano confermano un’estate ancora in “grande spolvero”. L’anticiclone garantirà non solo sole diffuso, ma anche un’ulteriore impennata termica: in molte regioni si registreranno valori fino a 6-8 gradi oltre la norma del periodo.
    Questa anomalia calda ci accompagnerà senza variazioni significative anche per la prima parte della prossima settimana.
    Quando arriva il fresco? La data della possibile svolta
    Per vedere le prime crepe nel muro dell’alta pressione bisognerà attendere qualche giorno. Secondo i principali modelli matematici, aria più fredda dal Nord Europa inizierà gradualmente a scendere verso le medie latitudini.
    La svolta potrebbe concretizzarsi nella seconda parte della prossima settimana, quando una flessione della circolazione potrebbe far irrompere correnti più fresche sul bacino del Mediterraneo, portando il tanto atteso calo delle temperature e un clima più consono alla stagione autunnale.

  • Giulia Presutti rinuncia alla conduzione di Report: “Faccio un passo indietro nella speran…

    Ultima Ora – Giulia Presutti – secondo quanto apprende l’Agi – rinuncia alla conduzione di Report.
    La giornalista, in una mail inviata al direttore dell’approfondimento Rai, Paolo Corsini, ha comunicato di voler fare un passo indietro per il bene della trasmissione. 
    Il motivo della rinuncia
    “Faccio volentieri un passo indietro, nella speranza di aiutare in questo modo la trasmissione che mi ha formata e alla quale ho avuto l’onore di contribuire” ha scritto Giulia Presutti nella mail al direttore Corsini.
    “Una trasmissione così amata, che tanto ha dato al pubblico e alla nostra azienda – ha sottolineato – non può impantanarsi in discussioni e scambi così piccoli, né credo che il suo futuro possa essere legato a singoli nomi e singole personalità. Spero che Report continui a fare lo splendido lavoro di servizio pubblico che ha sempre fatto” ha concluso la giornalista.

  • Sì del Veneto alla legge sul fine vita

    Ultima Ora – Il Veneto si unisce a Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna e diventa la quarta regione in Italia ad aver approvato la legge di iniziativa popolare sul fine vita ed è la prima regione amministrata dal centrodestra a farlo. La legge sul suicidio medicalmente assistito è stata approvata con una votazione veloce, nonostante le tensioni. 
    Zaia: “Dal Veneto una legge di civiltà”
    “L’approvazione della legge sul fine vita rappresenta un risultato importante e un atto di responsabilità del Consiglio regionale del Veneto. È stata una discussione complessa e profonda, che ha coinvolto le coscienze prima ancora delle appartenenze politiche. Oggi il Parlamento dei Veneti ha scelto di non voltarsi dall’altra parte e di dare una risposta concreta a persone che vivono condizioni di sofferenza estrema. Personalmente sono orgoglioso di una politica regionale che, su un tema così delicato, ha saputo mostrare il volto migliore delle istituzioni: ascoltare, approfondire, confrontarsi con serietà e, infine, assumersi fino in fondo la responsabilità di decidere e di indicare una strada”. Così il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia.
    Calenda: “Il Veneto fa quello che lo Stato non fa, assurdo”
    “Nel frattempo il Parlamento italiano è fermo da sette anni, nonostante la sentenza 242 della Corte costituzionale. È una situazione francamente assurda: le Regioni intervengono perché lo Stato non fa il suo lavoro. E mentre la politica rinvia, ci sono malati e famiglie che aspettano. Azione ha votato a favore della legge in Veneto. Ma non possiamo continuare a lasciare alle Regioni il compito di sostituirsi al Parlamento. Serve una legge nazionale che dia attuazione alla sentenza della Consulta, senza restringerne le condizioni. Ogni mese di ritardo non è un problema politico o di equilibri parlamentari. È un mese in più di sofferenza e di incertezza per persone e famiglie che aspettano semplicemente che lo Stato si assuma la responsabilità di decidere”. Lo afferma il leader di Azione Carlo Calenda.
     

  • Gli inviati di Report: “Aperto un canale con la Rai”. Si punta ad andare in onda l’8 novembre

    Ultima Ora – “Oggi abbiamo aperto un canale di comunicazione con la Rai. L’interesse di tutti è andare in onda l’8 novembre con Report, con la consueta autonomia e indipendenza. È questo che abbiamo fatto presente all’azienda”. Lo ha detto Danilo Procaccianti, uno degli inviati esterni di Report, al termine dell’incontro che si è svolto in via Teulada tra la redazione del programma e il direttore degli Approfondimenti, Paolo Corsini.
    Aperto un canale di comunicazione con la Rai
    Nel corso dell’incontro, ha ribadito, “si è aperto un canale di comunicazione e questo per noi è positivo. Adesso aspetteremo di capire quali sono le decisioni dell’azienda”.
    Nessun confronto sui nomi o sulla conduzione
    “Non si è parlato di nomi, non abbiamo voluto farlo perché per noi è importante che Report vada in onda con la consueta autonomia e indipendenza, e deve andare in onda l’8 novembre. La squadra è disponibile a questo e su tale obiettivo abbiamo dialogato positivamente con l’azienda. Ci siamo dati del tempo, tra le prossime 12 e 24 ore”, ha spiegato Procaccianti.
    Questa “era un’assemblea, non un incontro di trattativa. Non si è parlato né di nomi né di modalità di conduzione, ma soltanto di autonomia e indipendenza di Report, che penso siano gli aspetti che interessano a tutti”.
    Con i conduttori scelti dalla Rai al posto di Sigfrido Ranucci, e cioè Daniele Piervincenzi e Giulia Presutti, “non ci siamo incrociati. Non erano presenti all’incontro”, ha precisato Procaccianti.

  • Naufragio di Cutro, la Cassazione condanna in via definitiva a 20 anni uno degli scafisti …

    Ultima Ora – La Cassazione ha condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione Abdessalem Mohamed, 27enne di origini siriane, ritenuto uno dei responsabili del naufragio di Cutro avvenuto il 26 febbraio 2023, nel quale persero la vita 94 persone, tra le quali molti bambini.
    Gli Ermellini hanno messo la parola ‘fine’ alla vicenda processuale del siriano, rigettando il ricorso presentato dalla difesa e confermando la sentenza della Corte d’appello emessa nel marzo del 2025, secondo cui Mohamed è responsabile del naufragio dell’imbarcazione ‘Summer Love’. Al 27enne siriano è stata applicata anche una multa da 3 milioni di euro per i reati di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, naufragio colposo e morte come conseguenza di altro reato.
    Il ricorso della difesa
    A confermarlo all’Ultima Ora è stata l’avvocata dell’uomo, Vincenza Raganato, che aveva chiesto l’annullamento della sentenza di secondo grado, sostenendo l’esistenza di carenze nelle motivazioni e di vizi nelle procedure, come il mancato coinvolgimento della difesa nella nomina di un interprete d’arabo e una questione di incostituzionalità relativa alla sanzione milionaria. Inoltre, il legale aveva chiesto “con riferimento al naufragio, l’acquisizione del fascicolo dell’altro procedimento in cui alcuni militari sono accusati di condotte omissive”. E questo perché, ha precisato, “l’acquisizione era stata chiesta solo ai fini di una più corretta graduazione della pena, dato che la condotta omissiva dei militari avrebbe comunque influito sul decorso causale degli eventi e quindi si aspirava solo a un trattamento sanzionatorio più equo”.
    Ha concluso Raganato: “Nel ricorso avevamo sostenuto che una valutazione più accorta avrebbe imposto un trattamento sanzionatorio più mite, in considerazione di plurimi aspetti mai presi in considerazione dai giudici di merito che hanno sempre e solo parlato di fatti gravissimi causativi di una tragedia immane”. 
    La difesa inoltre ha insistito sul fatto che Abdessalem Mohamed, a sua volta scappato dalla guerra per riparare in Europa, avesse avuto solo un ruolo marginale a bordo del caicco, mentre è stato accertato processualmente che al momento del naufragio a governare la barca fosse il turco Gun Ufuk, già condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione.
    Gli altri imputati
    Resta ancora da definire, quindi, la posizione degli altri tre membri dell’equipaggio, al momento sotto processo davanti ai giudici della Corte d’appello di Catanzaro. Si tratta del pakistano 24enne Hasab Hussain e del 53enne turco Sami Fuat, condannati in primo grado a 16 anni di reclusione, e del pakistano 28enne Khalid Arslan, al quale in primo grado sono stati inflitti 11 anni e un mese. Prosegue, invece, davanti al Tribunale di Crotone il processo per i presunti ritardi nei soccorsi che vede imputati quattro militari della Guardia di finanza e due della Capitaneria di porto. 

  • Carta d’identità a Roma il 5 e 6 settembre: come, dove e quando richiedere la CIE

    Ultima Ora – Continuano a Roma gli Open Day dedicati al rilascio e al rinnovo della Carta d’Identità Elettronica (CIE). Nel fine settimana di sabato 5 e domenica 6 settembre sono previste le aperture straordinarie degli uffici anagrafici nei Municipi V, XI, XII, XIII e degli ex Punti di Informazione Turistica (PIT), oltre alla sede di Via Petroselli 52.
    Come prenotare l’appuntamento
    Per richiedere la Carta d’Identità durante l’Open Day è obbligatorio prenotarsi online.
    Le prenotazioni si aprono venerdì 4 settembre dalle ore 9:00 (fino a esaurimento disponibilità) sul portale dedicato del Ministero dell’Interno: Agenda CIE.
    Cosa portare allo sportello:

    Ricevuta di prenotazione online

    Fototessera recente

    Carta di pagamento elettronico (bancomat/carta di credito)

    Vecchio documento d’identità

    Municipi aperti solo sabato 5 settembre
    I seguenti uffici anagrafici municipali saranno operativi esclusivamente nella giornata di sabato:

    Municipio V: via di Torre Annunziata 1 — dalle 8:30 alle 15:00

    Municipio XI: via Portuense 579 — dalle 8:00 alle 14:00

    Municipio XII: via Fabiola 14 — dalle 8:30 alle 13:30

    Municipio XIII: via Aurelia 470 — dalle 8:30 alle 13:00

    Sedi aperte sabato 5 e domenica 6 settembre
    Gli ex Punti Informativi Turistici e la sede centrale saranno attivi sia sabato che domenica con i seguenti orari:

    Sabato 5 settembre: dalle 8:30 alle 16:30

    Domenica 6 settembre: dalle 8:30 alle 12:30

    Indirizzi dei punti attivi nel weekend:

    Piazza delle Cinque Lune

    Piazza Sonnino

    Piazza Santa Maria Maggiore

    Via Petroselli 52

  • Affetta da demenza uccide marito a coltellate, 78enne in carcere

    Ultima Ora – È stata trasferita nel carcere bolognese della Dozza, dove si trova nel reparto infermeria, la 78enne arrestata per l’omicidio del marito coetaneo Francesco Mongardi, ristoratore in pensione, ucciso a coltellate nell’abitazione di via Bellini a Imola. Il trasferimento si è reso necessario dopo che non sono state individuate nell’immediato strutture alternative ritenute più adeguate alle condizioni della donna, alla quale sarebbe stata diagnosticata una forma di demenza senile.
    Il suo difensore, l’avvocato Gabriele Bordoni, è fiducioso che possa essere presto individuata una sistemazione più consona al suo stato di salute. Proseguono intanto gli accertamenti dei carabinieri della Compagnia di Imola e del Nucleo investigativo, coordinati dal pm Roberto Ceroni, per ricostruire dinamica e contesto dell’omicidio.
    La tragedia nell’appartamento di Imola
    La tragedia si è consumata ieri pomeriggio nell’appartamento al terzo piano del condominio dove la coppia viveva. A dare l’allarme è stata la badante, che al suo arrivo ha trovato Mongardi a terra, ferito mortalmente da diverse coltellate, e la moglie in stato confusionale e con tracce di sangue sugli abiti. Sul posto sono intervenuti anche i sanitari del 118.
    Le verifiche sulla capacità di intendere
    Gli investigatori stanno inoltre verificando le condizioni psichiche della 78enne al momento dei fatti, per accertare se fosse capace di intendere e di volere. Oggi è previsto il conferimento dell’incarico per l’autopsia sul corpo della vittima, mentre domani, salvo cambiamenti, dovrebbe tenersi l’udienza di convalida dell’arresto.

  • Caso Ranucci, Lavitola aggredito in carcere. I legali: “Sta bene, chiederemo i referti”

    Ultima Ora – Valter Lavitola, arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’attentato dell’ottobre scorso al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, è stato aggredito nel carcere di Rebibbia. 
    Lavitola è detenuto a Rebibbia, lo stesso carcere dei tre indicati come presunti attentatori: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello e Saverio Mutone, arrestati lo scorso 30 giugno e legati alla microcriminalità avellinese. Secondo gli investigatori sarebbero stati ingaggiati dal braccio destro dell’ex editore, Clesio Gomez Tavares, e avrebbero piazzato l’ordigno davanti alla casa di Ranucci.
    Le parole dei legali di Lavitola
     “Abbiamo sentito Lavitola il quale riferisce di stare bene e di non presentare segni di percosse. Stiamo rivolgendo alla procura della Repubblica una richiesta per ottenere contezza dell’esistenza e del contenuto della nota della polizia penitenziaria presso il carcere di Rebibbia relativa alla presunta aggressione subita”. Cosi’ gli avvocati Sergio e Arturo Cola, difensori di Valter Lavitola. “L’attuale detenzione di Lavitola in un reparto di alta sicurezza dove sono ristretti soggetti accusati o condannati per reati di mafia rende evidente che lo stesso è esposto ai medesimi pericoli per la propria incolumità che avrebbero causato la presunta aggressione. Pertanto, l’unico modo di accertare la verità è quello di affidarsi a quanto verificato dai pubblici ufficiali in servizio presso il carcere di Rebibbia”, concludono.

  • L’Italia è ultima tra i paesi del G7 per la spesa in sanità

    Ultima Ora – Nel 2025, per spesa sanitaria pubblica pro-capite, l’Italia si colloca al quindicesimo posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del PIL, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. Sul fronte della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato 36 miliardi. Lo afferma la Fondazione Gimbe.
    “Il sottofinanziamento pubblico della sanità – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione – non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata. Il risultato? Impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci”.
    Il confronto con l’Europa sul tema sanità
    In vista dell’avvio del confronto sulla Legge di Bilancio 2027, la Fondazione Gimbe ha analizzato i dati sulla spesa sanitaria pubblica 2025 nei Paesi OCSE, utilizzando il dataset OECD Health Statistics aggiornato al 17 luglio 2026. Sono 14 i Paesi europei dell’area OCSE che destinano alla sanità pubblica una quota di PIL superiore a quella dell’Italia: il differenziale varia dai +4,8 punti percentuali della Germania (11% del PIL) ai +0,2 della Repubblica Slovacca (6,4% del PIL). La spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia è pari a 3.952 dollari: 909 dollari in meno rispetto alla media OCSE (4.861 dollari) e 1.013 dollari in meno rispetto alla media dei Paesi europei (4.965 dollari). Tra gli Stati membri dell’Unione europea, 14 investono più dell’Italia: dai 47 dollari in più della Spagna (3.999 dollari) ai 4.774 dollari in più della Germania (8.726 dollari).
    “Nel confronto europeo – commenta il presidente – l’Italia viaggia ormai stabilmente nelle retrovie: davanti a noi ci sono anche Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna, mentre alle nostre spalle restano solo alcuni Paesi dell’Europa dell’Est e meridionale”.
    Un divario che si allarga dal 2011
    Sino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da allora il divario si è progressivamente ampliato per effetto di tagli e definanziamenti, raggiungendo 424 dollari pro-capite nel 2019, ed è cresciuto ulteriormente negli anni della pandemia e poi nel 2023-2024, quando l’incremento italiano è stato inferiore a quello medio europeo. Nel 2025 il divario ha raggiunto i 1.013 dollari per abitante, corrispondenti a 612,4 euro pro-capite secondo i parametri OCSE. “Rapportato ai quasi 59 milioni di residenti rilevati dall’Istat al 1° gennaio 2026 – commenta Cartabellotta – il gap complessivo sfiora 36,1 miliardi. È questa la voragine scavata da 15 anni di progressiva erosione delle risorse pubbliche, protratta sotto Governi di ogni colore, che ha lasciato il SSN sempre più a corto di ossigeno rispetto al resto d’Europa, soprattutto dopo la pandemia”.
    Italia è ultima nel G7
    “Il trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite dal 2008 al 2025 – spiega il presidente – restituisce una fotografia impietosa: l’Italia è sempre stata fanalino di coda nel G7. Ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto oggi si è trasformato in un abisso”: nel 2025 l’Italia si conferma ultima nel G7, con meno della metà della spesa pro-capite della Germania. Emblematico il caso del Regno Unito, che condivide con l’Italia il modello Beveridge: partito nel 2008 poco sopra il nostro Paese, dal 2020 ha aumentato in maniera consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e collocandosi poco al di sotto della Francia.
    “Questi dati – commenta Cartabellotta – confermano che il finanziamento della sanità non può ridursi ogni anno al consueto teatrino pre-Manovra: una trattativa su quanti miliardi il ministro della Salute riuscirà a strappare al Mef per il 2027. Il ministro Schillaci ne ha già chiesti almeno cinque, ma la questione non è quanti riuscirà a portarne a casa quest’anno: bisogna interrompere questa liturgia annuale. Serve un patto tra tutte le forze politiche che, al riparo dagli avvicendamenti di Governo, fissi un impegno non negoziabile: rifinanziare progressivamente la sanità pubblica e accompagnare le risorse con riforme strutturali del SSN, sostenute nel tempo da continuità e volontà politica”.
    Il paradosso del Servizio sanitario nazionale
    Le recenti valutazioni di OCSE, Commissione europea e OMS Europa convergono su una lettura apparentemente paradossale: il SSN continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma si sta progressivamente deteriorando la sua capacità di erogare prestazioni tempestive, eque e finanziariamente accessibili, in particolare per le fasce socio-economiche più fragili.
    “Il campanello d’allarme – chiosa il presidente – questa volta suona direttamente da Bruxelles. Nel Country Report 2026 della Commissione europea, per la prima volta, le criticità del SSN non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute, ma vengono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese. Non a caso, lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’Ue ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni chiave. Il messaggio è inequivocabile: il deterioramento del SSN non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese”.
    Le Case della Comunità ancora senza rendicontazione
    Diventa ancora più urgente conoscere gli esiti della riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal Pnrr: al 1° settembre, a due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, non è ancora disponibile una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività di almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità. Lo stesso ministero della Salute precisa che sono ancora in corso le verifiche e l’acquisizione delle evidenze necessarie alla rendicontazione dei due target.
    “Senza dati aggiornati su servizi effettivamente erogati e personale disponibile – commenta Cartabellotta – rimane concreto il rischio, più volte denunciato dalla Fondazione Gimbe, che le nuove strutture restino delle “scatole vuote”: target europei centrati, rate incassate ed edifici realizzati, ma incapaci di garantire quella presa in carico territoriale per cui ci siamo indebitati”.
    La richiesta della Fondazione Gimbe
    “Con l’avvio dei lavori sulla Legge di Bilancio 2027 – conclude Cartabellotta – la Fondazione Gimbe chiede a Governo e Parlamento di non ignorare né la raccomandazione del Consiglio dell’Ue né l’impietoso confronto internazionale sulla spesa sanitaria pubblica. È ora di cambiare rotta: servono risorse adeguate ai bisogni di salute e riforme capaci di tradurle in servizi realmente accessibili, investendo anzitutto sul personale sanitario e sull’erogazione uniforme dei LEA”.

  • Inneggiava alla jihad, misura cautelare per un 16enne brianzolo

    Ultima Ora – La Digos della Questura di Monza e della Brianza, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, nell’ambito di un’attività investigativa diretta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, ha dato esecuzione nei confronti di un 16enne italiano residente in provincia di Monza e della Brianza alla misura cautelare del collocamento in comunità, disposta all’esito di una complessa indagine per gravi ipotesi di reato, tra cui l’autoaddestramento con finalità di terrorismo, oltre che per istigazione a delinquere e apologia del fascismo. 
    L’interesse del minore nei confronti di contenuti terroristici
    L’attività investigativa ha consentito di documentare un progressivo percorso di radicalizzazione digitale, caratterizzato dalla contemporanea fruizione, ricerca e conservazione di contenuti riconducibili al neonazismo, al suprematismo bianco e all’accelerazionismo, affiancati da materiale di propaganda jihadista riconducibile all’Isis.
    Il minore ha evidenziato un progressivo interesse verso contenuti di carattere tecnico e operativo relativi ad armi, esplosivi, sostanze incendiarie e modalità di realizzazione di azioni violente. Il fenomeno monitorato è quello della radicalizzazione ibrida, nel quale contenuti propri dell’estremismo suprematista e accelerazionista risultano contaminati da simbologia, propaganda e modelli operativi mutuati dall’estremismo jihadista. Nel corso delle indagini, infatti, è stata documentata la frequentazione, attraverso piattaforme telematiche, di numerosi gruppi, canali e comunità digitali estremiste, all’interno dei quali circolavano propaganda neonazista e suprematista, materiale riconducibile all’Isis, rappresentazioni di violenza estrema e contenuti relativi ad armi nonché modalità operative per l’utilizzo delle stesse. 
    Le indagini
    Nel corso delle indagini sono inoltre emerse numerose ricerche riguardanti autori di stragi e come procurarsi armi da fuoco e munizioni. La perquisizione eseguita a carico del minorenne ha consentito di acquisire elementi ritenuti particolarmente significativi per le indagini. Infatti, all’esito dell’attività sono stati rinvenuti, occultati in un luogo riservato della camera utilizzata dal giovane, un coltello con fodero, una fascia da braccio recante una svastica e un passamontagna, oltre a diversi vessilli con simbologia nazionalsocialista e suprematista. La perquisizione informatica, svolta anche con l’ausilio del Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica di Milano, ha portato alla luce, sullo smartphone e sul personal computer nella disponibilita’ del minore, numerosi manuali e documenti, parte dei quali in lingua inglese e russa, tra cui la “Guida all’uccisione”, contenente, oltre a propaganda estremista, come eseguire attentati mediante veicoli, armi bianche e armi da fuoco, nonché indicazioni volte a ridurre le tracce forensi e rendere più difficile l’identificazione dell’autore; il “Manuale dell’odiatore”, con contenuti nazionalsocialisti, suprematisti e accelerazionisti; “Siege – Assedio”, opera contenente richiami alla lotta armata e all’azione dei cosiddetti “lupi solitari”; la “Piroguida”, dedicata a esplosivi, polveri e composizioni pirotecniche; “Bomba passo dopo passo – Perossido di acetone”, guida illustrata relativa alla preparazione di materiale esplosivo; “Armi del combattente di strada”, manuale illustrato relativo alle armi bianche; nonche’ un documento dedicato alle miscele termitiche e ai relativi impieghi incendiari. Nel corso delle indagini è inoltre emerso che il minore aveva realizzato un video animato raffigurante un’azione violenta nella quale un soggetto, armato di fucile mitragliatore, faceva irruzione all’interno di una sede istituzionale estera e apriva il fuoco contro i presenti, uccidendoli. Nel corso dell’attivita’ investigativa era stata inoltre documentata la consultazione di materiale contenente indicazioni volte a eludere controlli e sistemi di videosorveglianza, occultare le tracce e distruggere le prove, nonché l’adozione di accorgimenti finalizzati a rendere meno immediatamente individuabili le comunicazioni online attraverso l’utilizzo di una vpn. L’attivita’ si inserisce nel più ampia attivita’ della Polizia di Stato dedita alla prevenzione e contrasto dei fenomeni di radicalizzazione ed estremismo violento online, con particolare attenzione al crescente coinvolgimento di soggetti minorenni e alla diffusione, negli ambienti virtuali, di forme di estremismo caratterizzate dalla contaminazione tra differenti matrici ideologiche. 

  • Il sovraffollamento nelle carceri verso livelli mai visti

    Ultima Ora – “Nel solo mese di agosto le presenze in carcere sono cresciute di oltre 800 unità. Il 30 agosto, infatti, nelle nostre carceri le persone detenute hanno raggiunto l’impressionante cifra di 65.650 presenze, a fronte di una capienza regolamentare di 51.220 posti, e di un totale di 46.193 posti effettivamente disponibili (150 in meno in solo un mese, 574 in meno da quando è partito il piano carceri del governo a inizio 2025)”. Lo rileva l’associazione Antigone sottolineando che il tasso di affollamento medio nazionale “raggiunge dunque il 142,1%”.
    “Siamo ormai ai livelli che costarono la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nella stagione 2010-2013. Il tetto massimo all’epoca fu di 68.258 presenze a cui, a questi ritmi e senza interventi realmente decongestionanti, si arrivera’ presumibilmente entro breve”, dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
    Il sovraffollamento nelle carceri, regione per regione
    L’associazione, in una nota, definisce “difficilissima” questa estate 2026, “con il suo tragico corollario di incidenti, proteste e suicidi (6 nel solo mese di Agosto), si spiega quindi non solo per il caldo straordinario, ma anche per un’ulteriore impennata del sovraffollamento, che in alcune regioni ha raggiunto cifre ancora piu’ allarmanti: 183,8% in Puglia, 168,1% in Basilicata, 161,6% in Molise, 160,2% in Lombardia”, mentre “sono diventati 85 gli istituti con un affollamento superiore al 150%, tra cui spiccano Lucca (251,4%), Milano San Vittore (225,8%), Foggia (224,2%), Latina (215,6%), Brescia Canton Mombello (209,9%), Lodi (209,3%), Altamura (202%), Taranto (200,2%)”.
    L’allarme sul populismo penale in vista del voto
    “Stiamo entrando nell’autunno che precede le elezioni, e il ricorso al populismo penale a fini elettorali e’ gia’ cominciato. Prima dell’estate, governo e maggioranza hanno presentato proposte di legge che, se approvate, peggioreranno ulteriormente le condizioni delle carceri – conclude il presidente di Antigone – c’e’ invece bisogno di porre al centro del dibattito pubblico la questione carceraria in tutta la sua gravita’ e di farlo da subito. Chiunque vincera’ le elezioni nel 2027 rischia di avere a che fare con un’eredita’ drammatica”.

  • Uccide i due fratelli nel ristorante di famiglia nel beneventano. Poi si toglie la vita

    Tre uomini sono stati trovati senza vita ad Apice, in provincia di Benevento. Da quanto si apprende, si tratta di tre fratelli. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, uno avrebbe sparato contro gli altri due all’esterno del ristorante gestito dalla famiglia e poi si sarebbe suicidato all’interno del locale. Sul posto i carabinieri stanno indagando per ricostruire la dinamica di quanto accaduto.
    I tre fratelli, noti ad Apice per la loro attività di gestori dell’hotel ristorante di famiglia e del castello dell’Ettore, dove organizzavano diverse iniziative tra cui mercatini di Natale, sono Franco, Donato e Gianni Licciardi, di 56, 61 e 65 anni.
    La dinamica della morte dei tre fratelli nel Beneventano
    Il più grande dei tre, Gianni, avrebbe utilizzato una pistola semiautomatica calibro nove, legalmente detenuta, al culmine di una lite con i fratelli, alla base della quale ci sarebbero stati dissapori tra i tre per la gestione della struttura di famiglia e un momento di difficoltà personali per i problemi di salute di una persona cara.
    I corpi senza vita di Donato e Franco Licciardi sono stati ritrovati all’esterno, sul retro del ristorante, mentre quello del fratello maggiore in un locale attiguo alla piscina. I carabinieri di Benevento continuano a lavorare, coordinati dalla procura sannita, per chiarire la dinamica dei fatti.

  • Aggressione col machete nel Bolognese, arrestato un 57enne per tentato omicidio

    Ultima Ora – È stato arrestato dai carabinieri il presunto responsabile della grave aggressione a colpi di machete avvenuta domenica a Medicina, nel Bolognese.
    In manette è finito un 57enne di origine tunisina, regolarmente residente in Italia e da anni impiegato come muratore nella cittadina emiliana. L’uomo deve ora rispondere dell’accusa di tentato omicidio aggravato ed è stato trasferito nel carcere della Dozza di Bologna, in attesa dell’udienza di convalida del fermo.
    A fare le spese della violenza è stato un ragazzo italiano di 28 anni, colpito dall’aggressore mentre si trovava in strada. 
    L’aggressione al 28enne
    Secondo la ricostruzione effettuata dagli investigatori però, il ragazzo non era il vero bersaglio del 57enne. 
    L’aggressore, infatti, avrebbe raggiunto l’abitazione della vittima con il pretesto di dover parlare con la madre del giovane. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, coordinati dal pm Anna Cecilia Sessa, l’uomo avrebbe sferrato diversi colpi per poi fuggire in bicicletta e disfarsi dell’arma, gettandola in un canale.
    Il trasporto in ospedale
    Il 28enne, soccorso dopo aver chiesto aiuto ai vicini, è stato trasportato all’ospedale e ricoverato in Rianimazione. Le sue condizioni, inizialmente gravissime, sarebbero ora in miglioramento e non sarebbe più in pericolo di vita. Gli accertamenti hanno inoltre fatto emergere che il 57enne avrebbe iniziato dalla primavera a contattare insistentemente la madre del giovane, con telefonate e messaggi.
    L’ossessione per la donna e le indagini
    Nel mirino dell’uomo c’era infatti la madre del giovane, nei confronti della quale l’aggressore avrebbe sviluppato un’ossessione negli ultimi mesi. Le indagini hanno evidenziato come i primi contatti e l’invio di messaggi molesti risalissero allo scorso marzo, per poi degenerare in un’escalation sfociata nell’attacco di domenica.
    La donna aveva riferito ai carabinieri delle molestie, senza però presentare denuncia. Il figlio, invece, non avrebbe mai incontrato né conosciuto l’uomo e non sarebbe stato informato dei suoi comportamenti. L’arresto è arrivato al termine di circa 40 ore di indagini ininterrotte condotte dai carabinieri. Elemento decisivo per risalire all’identità del 57enne e chiudere il cerchio attorno al presunto autore del gesto è stata la capillare analisi dei filmati registrati dalle telecamere di videosorveglianza installate nella zona dell’aggressione.
    L’indagato, regolare in Italia e residente da anni a Medicina, è stato rintracciato dai militari sul luogo di lavoro. Al momento del fermo avrebbe presentato una ferita a una mano ritenuta compatibile con l’aggressione, ma non avrebbe fornito spiegazioni. Domani è prevista l’udienza di convalida. 
     

  • Fucilate al rave, i parenti della 22enne uccisa chiedono il volo di Stato per il rientro della salma

    Ultima Ora – Sono arrivati in Svizzera, i genitori di Maria Spinelli, la ragazza di Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara, morta in una sparatoria al rave party di Aarau, vicino a Zurigo. La madre e il padre della 22enne uccisa dovranno riconoscere la salma della figlia. Nel pomeriggio dovrebbero terminare le procedure.
    I genitori di Maria Spinelli sono arrivati in Svizzera
    Allo stato attuale, non sono ancora chiari i tempi di riconsegna della salma ai familiari ai fini del rientro in Italia. La madre della giovane, fa sapere l’avvocata Antonella Crudeli, legale della famiglia materna di Maria, è arrivata in Svizzera questa mattina e ha potuto contare sull’assistenza logistica del consolato, che l’ha accompagnata fino a Basilea.  Con lei ci sono anche gli altri due figli.
    In Svizzera è arrivato anche il padre della ragazza per le procedure di riconoscimento. Al momento, non si conoscono dettagli sull’esito dell’autopsia, eseguita ieri. Le autorità della Svizzera hanno convocato per domani una conferenza stampa per fare il punto della situazione. Ieri è stato arrestato un uomo di 43 anni, ritenuto l’unico responsabile dei fatti. 
    La richiesta del volo di Stato per il rientro della salma 
    La famiglia di Maria Spinelli, la giovane abruzzese di 22 anni morta in una sparatoria al rave party di Aarau, in Svizzera, chiede “formalmente alle istituzioni italiane di disporre un volo di Stato per il rientro della salma in Italia”. Lo fa sapere, in una nota, l’avvocato Bruno Gallo, legale della famiglia paterna di Maria Spinelli.
    “Maria ha perso la vita in circostanze tragiche, lontano da casa. Oggi la sua famiglia chiede soltanto che possa tornare al più presto nella sua terra, tra i suoi cari. Non chiediamo un privilegio. Chiediamo che, davanti alla morte violenta di una ragazza di 22 anni, lo Stato italiano faccia sentire la propria presenza.Ogni ulteriore attesa rappresenterebbe un dolore che si aggiunge al dolore”, sono le parole dell’avvocato.
    L’appello è rivolto “al Governo e a tutte le Autorità competenti affinché si attivino con la massima urgenza per consentire il rientro di Maria in Italia. Maria deve tornare a casa. E deve poterlo fare con la vicinanza concreta dello Stato”, conclude il legale.

  • È morto Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose

    Ultima Ora – Si è spento all’età di 83 anni fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e adesso della Fraternità della Madia, vicino a Ivrea. Bianchi è morto all’ospedale Molinette di Torino. Le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni, per uno scompenso renale che lo aveva portato in coma metabolico.
    L’eredità spirituale di Enzo Bianchi attraversa il dialogo ecumenico, la riscoperta della Parola e una sofferta vicenda ecclesiale che lo portò all’allontanamento dal monastero da lui creato. Papa Francesco lo stimò profondamente, pur affidando al cardinale Parolin il difficile compito (non riuscito) di ricomporre una crisi mai del tutto sanata.
    Il monaco piemontese lascia un vuoto profondo nel cristianesimo contemporaneo. Con lui scompare una delle figure più originali del cattolico europeo, accanto al cardinale Carlo Maria Martini, come lui: un uomo capace di parlare ai credenti e ai non credenti, di costruire ponti tra le Chiese cristiane e di riportare la Sacra Scrittura al centro della vita spirituale di migliaia di persone.
    Le origini di Bose: un laboratorio di ecumenismo
    Per oltre mezzo secolo Bose è stata la sua creatura, un laboratorio di ecumenismo dove cattolici, ortodossi e protestanti hanno condiviso la stessa vita monastica, anticipando molte delle intuizioni che sarebbero poi maturate nella Chiesa universale.
    La storia di Enzo Bianchi comincia nel 1965, quando, poco più che ventenne e studente di Economia all’Università di Torino, decide di ritirarsi in una cascina abbandonata a Magnano, nel Biellese. Non era e non volle essere sacerdote, ma un laico animato dal desiderio di vivere il Vangelo nella radicalità della vita comune. Attorno a lui, lentamente, si raccolsero uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane.
    Nacque così la Comunità di Bose, riconosciuta come una delle esperienze monastiche più innovative del secondo Novecento. La liturgia curata, il silenzio, lo studio biblico e l’accoglienza fecero del monastero una meta di pellegrinaggi spirituali e un punto di riferimento per teologi, vescovi e intellettuali di tutta Europa.
    Bianchi è stato consultore di diversi dicasteri vaticani, ha partecipato ai Sinodi dei vescovi convocati da Benedetto XVI e collaborato con numerosi patriarchi ortodossi, diventando uno dei principali interpreti del dialogo ecumenico inaugurato dal Concilio Vaticano II. Le sue opere – tradotte in decine di lingue – hanno avvicinato generazioni di lettori alla Bibbia con un linguaggio semplice, rigoroso e profondamente umano.
    Le dimissioni, le tensioni e il decreto di allontanamento
    La grandezza spirituale di Enzo Bianchi convive, tuttavia, con una delle pagine più dolorose della storia ecclesiale recente.
    Della Comunità monastica di Bose, Bianchi era stato priore fino al 2017, quando rassegnò volontariamente le dimissioni consegnando l’incarico a Luciano Manicardi, pur rimanendo all’interno del monastero. Quella successione, che avrebbe dovuto segnare un passaggio naturale, si trasformò invece in una lunga stagione di tensioni interne.
    Divergenze sulla gestione della comunità, sull’autorità e sulla convivenza fraterna portarono la Santa Sede a disporre una visita apostolica nel 2019, rilevando come ci fosse un turbamento del clima fraterno all’interno della comunità.
    Fu Papa Francesco a prendere in mano personalmente il dossier. Il Pontefice, che aveva sempre manifestato stima nei confronti del fondatore di Bose e ne apprezzava il contributo al dialogo tra le Chiese, affidò però al cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, il delicatissimo compito di dare esecuzione alle decisioni maturate dopo la visita canonica.
    Nel maggio 2020 un decreto della Santa Sede dispose l’allontanamento di Enzo Bianchi e di altri membri dalla comunità, ritenendo necessario ristabilire la serenità della vita fraterna. Quella decisione (profondamente ingiusta) provocò un profondo turbamento nel mondo ecclesiale. Molti la considerarono una ferita dolorosa, altri la giudicarono indispensabile per il bene della comunità. Lo stesso Bianchi obbedì dopo mesi difficili, senza mai nascondere l’amarezza per una vicenda che definì una delle prove più dure della sua esistenza monastica.
    Le cronache di quegli anni raccontano anche le incomprensioni con gli organismi vaticani chiamati a gestire il caso. Se Francesco continuò a distinguere tra la persona e il problema comunitario, mantenendo nei confronti del monaco rispetto e attenzione, il rapporto con la Segreteria di Stato e con il cardinale Parolin fu inevitabilmente segnato dalla complessità dell’attuazione del provvedimento. Una frattura che non cancellò però il riconoscimento del valore ecclesiale dell’opera costruita a Bose.
    La Fraternità della Madia: “Ricomincio come un monaco”
    Lontano da Bose, Enzo Bianchi non smise di essere monaco. Negli ultimi tempi, nel 2023, diede vita alla Fraternità della Madia, una piccola comunità nei pressi di Ivrea, scegliendo deliberatamente una dimensione essenziale.
    “Ricomincio come un monaco”, disse presentando quella nuova esperienza. Non cercava una rifondazione di Bose, ma un ritorno alle origini: poche persone, preghiera, lavoro manuale, ospitalità e ascolto della Parola. Era il tentativo di trasformare una sconfitta personale in un nuovo cammino spirituale.
    Anche negli ultimi mesi continuò a scrivere. Nella sua rubrica pubblicata alla fine del 2024 rifletteva sul tempo presente con la lucidità che lo aveva sempre contraddistinto: parlava della pandemia, della crisi culturale dell’Europa, del ritorno della guerra e del rischio che il cristianesimo occidentale si riducesse a semplice patrimonio culturale. “Ciò che mi interessa è l’umanità”, scriveva, ribadendo che il Vangelo non appartiene a una categoria religiosa, ma alla vita concreta delle donne e degli uomini.
    L’eredità spirituale
    La sua eredità va ben oltre la vicenda di Bose. Enzo Bianchi ha contribuito come pochi a rendere familiare la lectio divina, ha restituito dignità al dialogo con l’ebraismo e con l’ortodossia, ha parlato della fede senza moralismi e della fragilità senza retorica. Per molti è stato un padre spirituale; per altri un intellettuale capace di abitare le domande del nostro tempo senza rinunciare alla radicalità evangelica.
    La sua morte chiude una stagione irripetibile del monachesimo italiano, ma lascia aperta una domanda che ha attraversato tutta la sua vita: come vivere il Vangelo nella fraternità, senza trasformare la Chiesa in una fortezza e senza perdere il coraggio del confronto?
    Forse è proprio questa la sua eredità più preziosa. Non l’immagine di un uomo senza conflitti, ma quella di un credente che ha conosciuto la gloria del riconoscimento ecclesiale e il dolore dell’incomprensione, rimanendo fino all’ultimo fedele alla propria vocazione di monaco.

  • Ranucci attacca Piervincenzi e Presutti: “Disumano condurre Report senza meriti”

    Ultima Ora – “Mediocre non è la vostra professionalità, che non metto in discussione, mediocre è la scelta di mettervi alla guida del programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana”: inizia così il lungo post su Facebook con cui Sigfrido Ranucci ha replicato a Daniele Piervincenzi, il nuovo conduttore di ‘Report’ insieme a Giulia Presutti, che sul quotidiano ‘Domani’ si era lamentato per l’attacco rivoltogli dal suo predecessore.
    La polemica sul merito e sulla successione
    “È umano, per un giornalista, desiderare di condurre il programma più importante della televisione italiana”, ha scritto Ranucci. “È disumano pensare di farlo senza averlo meritato, camminando indifferenti sulle sue macerie. È disumano mortificare le professionalità straordinarie che da trent’anni lo hanno reso grande, anche rischiando la propria incolumità. Per questo non posso non tornare al concetto di mediocrità che tanto vi ha irritato. Non è mediocre chi non ce l’ha fatta. E’ mediocre chi ce l’ha fatta senza essersela guadagnata”.
    L’ex conduttore contesta l’esperienza di Piervincenzi nel programma: “Un servizio realizzato per Report peraltro mai andato in onda, e da me risistemato un paio di volte non fa di nessuno un conduttore”, insiste, “del resto la tua precedente conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019, segnò performance dal 2,4% al 3,8%”.
    Il riferimento all’inchiesta sul caso Attanasio
    Ranucci ridimensiona anche l’inchiesta di Piervincenzi in Congo sul caso del diplomatico ucciso in Congo, Attanasio: “L’ho accettata perché me l’hai chiesta tu, perché avevi bisogno di lavorare, e perché ho ancora la romantica abitudine di dare una mano a chi me la chiede”. “Ma tu lo sai meglio di chiunque altro: quel lavoro rientrava nei Lab, i contributi che stanno fuori da Report, non dentro”, aggiunge. 
     

     
    Le critiche alla Rai e al concorso
    “Mi hai scritto che comprendi il mio stato psicologico, e che per questo mi perdoni per le critiche”, scrive ancora l’ex conduttore di Report, “ti risparmio la fatica: non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango, il cui unico scopo era delegittimare me, la mia storia, le persone che mi sono vicine e Report stesso, insieme a tutti i professionisti che l’hanno reso grande. La Rai ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto”.
    Quindi Ranucci ricorda tutti i suoi 36 anni in Rai con “scoop nazionali come l’intervista smarrita di Paolo Borsellino e uno scoop internazionale, quello sull’uso delle armi chimiche a Falluja, in Iraq, da parte degli americani”. Da allora, sottolinea, “per dieci anni, sono stato coautore di Milena Gabanelli, ho respirato la sua stessa aria. Ho imparato da lei il rigore, la lealtà, la dedizione al servizio pubblico. Ho imparato come si resiste alle pressioni della politica, difendendo il lavoro dei colleghi invece di scaricarlo”.
    Quei colleghi di Report che definisce “ruvidi, anche un po’ stronzi non hanno mai fatto sconti a nessuno, tantomeno a me, come raccontano le cronache di questi giorni ma sempre leali con il pubblico”. Poi di nuovo una frecciata a Piervincenzi: “Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né ho avuto la passione per il rugby. Ma alla fine di sedici anni di Rai, passati in ruoli diversi, non sono stato calato dall’alto, ma sono stato accettato da un gruppo perché scelto da Milena Gabanelli, l’unica persona in grado di capire davvero cosa servisse a Report”.
    L’ex conduttore se la prende anche con Giulia Presutti che aveva riportato a lavorare con lui, rimproverandole l’ingratitudine: “Pur sapendo da settimane che sarebbe stata la nuova conduttrice di Report ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi anche quelli più vicini tenendo nascosto l’accordo che aveva già chiuso. Giulia sa bene di averla fatta grossa: da quando la notizia è uscita, non mi ha risposto più al telefono. Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità. Se la cava meglio con opportunismo e furbizia”.
    Unirai, “Ranucci non insulti i colleghi del concorso”
    Unirai-Figec interviene “a difesa dei colleghi della Tgr, della loro professionalità, dell’importanza del servizio pubblico a cui adempiono ogni giorno e stigmatizza l’intervento di Sigfrido Ranucci sui social volto a sminuire il lavoro quotidiano di giornalisti e conduttori della Tgr. Ancora una volta – si legge in una nota del sindacato – Ranucci, che non è entrato in Rai per concorso, come da lui stesso scritto oggi sui post, getta fango su una selezione che ha portato all’assunzione di 127 giornalisti professionisti precari. Stabilizzazione che Ranucci, dall’alto del suo compenso da vicedirettore, ha più volte aspramente criticato. Accordo sottoscritto dai due sindacati dei giornalisti Rai, mentre lui è entrato in Rai grazie alle lezioni di tennis che diede alla segretaria di “un pezzo grosso”, come dichiarato da lui stesso in un’intervista a Giovanna Cavalli del Corriere della sera, il 7 febbraio 2024, ancora disponile online”.
    Unirai-Figec “non vuole puntare il dito contro il percorso professionale di Ranucci, ma lo invita almeno a non scagliare il suo livore contro i professionisti che lavorano e fanno grande la Rai ogni giorno, con spirito di abnegazione, lontano dalle luci della ribalta”.

  • Sintomi da stress digitale per quasi 7 italiani su 10

    Ultima Ora – Quasi sette italiani su 10 (il 68,6%) negli ultimi sei mesi hanno sperimentato almeno qualche volta sintomi di stress o affaticamento legati alle tecnologie professionali – mal di testa, stanchezza oculare, ansia o altri disturbi – e il 33,8% li ha avuti spesso o sempre.
    Tra chi usa sempre intensamente il digitale sul lavoro, l’85% ha registrato almeno qualche episodio e il 46,2% una frequenza elevata; fra chi non ne fa un uso intensivo le quote scendono al 34,9% e al 13,4%, “con un nesso che evidenzia una relazione molto forte fra intensità tecnologica, reperibilità e sintomi percepiti”.
    È quanto emerge dall’indagine Eurispes su “Tecnologie digitali e salute mentale”. Il digitale è ormai strutturale nel lavoro: il 48,2% svolge un’attività che richiede un uso intensivo di dispositivi e applicazioni, il 28,4% ne ha bisogno in alcune occasioni e soltanto il 23,4% non è esposto in modo rilevante.
    La reperibilità fuori orario e l’iperconnessione
    La tecnologia estende il lavoro oltre il suo orario formale con il 77,3% del campione che controlla email o messaggi professionali fuori dall’orario almeno qualche volta e il 43,5% lo fa spesso o sempre. Il 75,2% risponde durante il tempo libero, con una frequenza elevata per il 38,5%; il 68,1% risponde anche durante le ferie, il 34,7% di loro lo fa spesso o sempre.
    Il 71,1% si è sentito almeno qualche volta obbligato a rispondere immediatamente, con il 38% in modo frequente; il 72,9% ha avuto difficoltà a staccare mentalmente e il 37,6% le sperimenta spesso o sempre.
    Le differenze professionali e le cause del sovraccarico
    L’esposizione è molto diversa tra le professioni. Il controllo frequente fuori orario raggiunge il 62,1% fra dirigenti e quadri, il 57,2% fra liberi professionisti e il 51,1% fra autonomi; fra gli operai il 57,3% non lo fa mai. La reperibilità in ferie è particolarmente marcata per i liberi professionisti (67,9%, con il 30,4% sempre), seguiti da dirigenti (48,3%) e imprenditori (45,5%). La difficoltà frequente a staccare mentalmente raggiunge il 60,3% fra dirigenti e quadri e il 50% fra liberi professionisti.
    Il sovraccarico non dipende soltanto dal tempo, ma anche dalle caratteristiche delle tecnologie digitali: il 37,6% si sente appesantito dal numero di strumenti e piattaforme da usare per lavoro, il 36,7% fatica a seguire aggiornamenti e nuovi software, il 35% ritiene che email, notifiche e chiamate compromettano la concentrazione e il 39,3% si sente mentalmente affaticato dall’uso costante delle tecnologie. Al tempo stesso, il 59,6% ritiene di riuscire a separare tempo lavorativo e personale, mentre il 22,2% considera eccessivo il tempo assorbito dalle videoriunioni.

  • Famiglia nel bosco, i giudici: “Sì al ricongiungimento con un percorso graduale”

    Ultima Ora –  Sul caso giudiziario della famiglia nel bosco ok al ricongiungimento famigliare ma seguendo un percorso progressivo monitorato dai servizi sociali. E’ quanto ha deciso il Tribunale per i minori dell’Aquila.
    I giudici hanno dunque dato il via libera al ritorno a casa dei bambini ma seguendo una sorta di ‘cammino’ a tappe e graduale che culminerà (in data da definirsi) con l’uscita definitiva dalla comunità di Vasto dove i fratelli Trevallion sono ospitati da oltre 10 mesi. 
    Il decreto dei giudici, come spiega Simone Pillon legale dei coniugi anglo-australiani, “corregge parzialmente le precedenti decisioni  e dispone un progressivo riavvicinamento dei minori alla famiglia, con rientri diurni immediati a Palmoli e – da ottobre – con pernotti in famiglia nel fine-settimana”.  
    Una decisione che non soddisfa pienamente la famiglia nel bosco perché ritenuta “un passo avanti” ma ancora lontana “dal necessario e auspicabile pieno ricongiungimento familiare”. Tanto che sarà presentato un ricorso in appello. 
    I bimbi della famiglia del Bosco in comunità da novembre 
    Dal 20 novembre scorso i bambini vivono in una comunità educativa di Vasto. Nella struttura era stata accolta inizialmente anche la madre, Catherine, che però il 6 marzo è stata trasferita dopo contrasti con la direzione della casa famiglia.
    Gli incontri protetti con la madre Catherine 
    Da allora i rapporti con i figli proseguono attraverso incontri protetti organizzati a Gissi, mentre il padre, Nathan, è l’unico genitore autorizzato ad accedere alla comunità e raggiunge quasi quotidianamente Vasto da Palmoli per trascorrere alcune ore con i bambini. La pronuncia del tribunale era attesa da settimane. 
    L’insegnante in pensione 
    I piccoli Trevallion hanno trascorso l’estate nella casa protetta impegnati anche in alcune lezioni con un insegnante in pensione che li ha aiutati a fare i compiti. Il loro percorso didattico è stato seguito dalla maestra Lidia Camilla Vallarolo, e i bambini hanno superato gli esami per l’ammissione alla seconda e alla quarta classe della scuola primaria.
    La richiesta di ricongiungimento 
    La richiesta di ricongiungimento esaminata dai giudici risale al 25 giugno seguita dal un sollecito del 7 agosto. Con il ritorno sui banchi ormai alle porte, in ballo c’è appunto l’iscrizione dei fratelli Trevallion a scuola.  O la possibilità dell’istruzione parentale (preferita dai genitori).
    L’iscrizione dei minori a scuola spetta attualmente alla tutrice nominata dal tribunale, l’avvocata Maria Luisa Palladino. Sebbene i termini ordinari siano scaduti, la normativa consente comunque un’iscrizione tardiva attraverso la procedura cartacea, con successivo inserimento manuale nel sistema ministeriale.
    La scuola a Palmoli e a Vasto 
    Le lezioni riprenderanno il 14 settembre a Palmoli e il 16 settembre negli istituti di Vasto. Due appuntamenti ormai imminenti, ma che per i tre minori, separati dai genitori da quasi un anno dopo la sospensione della responsabilità genitoriale, dipendono appunto dalla pronuncia dei giudici. 
    La nota dell’avvocato della famiglia nel bosco 
    La posizione della famiglia nel bosco è espressa in una nota diffusa dall’avvocato Simone Pillon. “Con tutto il rispetto per il Tribunale, la difesa dei coniugi Birmingham-Trevallion non può infatti esimersi dal rappresentare alcuni ulteriori aspetti che a suo avviso meritano di essere corretti nel superiore interesse dei minori:
    In primo luogo, a causa del ritardo nella decisione è stato di fatto negato il diritto dei minori a trascorrere almeno qualche giorno di vacanza con mamma e papà. Si auspica che tali periodi siano presto recuperati.
    In secondo luogo non sono stati presi in considerazione dai giudicanti i ripetuti richiami degli esperti della NPI, della difesa, della stessa CTU e in misura diversa anche delle altre parti in ordine alla necessità di un immediato e definitivo rientro in famiglia e al rischio per la salute dei minori causato dal permanere del collocamento extrafamiliare.
    In terzo luogo la eccessiva gradualità e l’incertezza sul ricongiungimento non sono giustificabili con la situazione familiare che non è affatto a rischio abusi e ha ampiamente risolto le criticità abitative e relazionali inizialmente contestate. È come se il Tribunale fosse rimasto ancorato a precedenti valutazioni che ormai sono ampiamente superate dai fatti.
    In quarto luogo infine si reputa contrario all’art. 30 della Costituzione e a tutte le convenzioni sovranazionali in tema di libertà educativa l’emanato ordine che sembra essere orientato a mantenere i minori in casa famiglia finchè i genitori non mostreranno di aver accettato l’iscrizione dei bambini alla scuola pubblica, in luogo dell’istruzione parentale preferita dalla coppia.
    Come certamente ben noto, il collocamento extrafamiliare è una misura gravemente invasiva, che può essere giustificabile solo in presenza di condotte di abuso o violenza, ma non certo per imporre ai genitori di rinunciare alla libertà di scelta del percorso scolastico per i loro figli.
    Per questa e per altre ragioni, la difesa presenterà reclamo alla Corte di Appello.  In ogni caso sarà garantita da parte di tutti la piena collaborazione con la tutrice, la curatrice e il servizio affidatario nell’applicazione provvisoria del decreto”.